New York, sfilate Autunno-Inverno 2021/22: la moda? Una fashion week “senza”

#MCModa // Cronache e dubbi dalla New York fashion week.

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Uno spettro si aggira per l’America: la moda. La breve fashion week che si è aperta il 14 e chiusa il 18, è la fotografia della sua patria com’è adesso: magari piena di speranza, però smembrata, spaventata, smarrita. Durante la pandemia hanno chiuso brand interessanti come Zac Posen o Sies Marjan e il sentimento generale è quello generato dallo stesso entusiasmo con cui si carica la lavatrice o si prepara il soffritto di fronte a presentazioni digitali (tranne Jason Wu e Rebecca Minkoff): abbiamo tutti un posto in prima fila, sull’iPad!

Quei pochi, significativi brand locali – Marc Jacobs, Ralph Lauren, Oscar De la Renta, Michael Kors, Calvin Klein si sono dati alla macchia annunciando piani futuri nebulosi e vaghi come la fine dell’emergenza da Covid-19, ma per ora, il buio. Idem per Pyer Moss, leader dei designer del movimento Black Lives Matter; Telfar Clemens, astro della moda intellettual-underground, ha detto di no all’intero sistema, mentre Thom Browne e Altuzarra si sono trasferiti negli show parigini.

New York si sta dimostrando città novecentesca, poco incline ai cambiamenti comunicativi indotti dalla pandemia, distante anni luce dalla futuribile metropoli che era il fondale delle nostre fantasie quando giocavamo agli emigranti di lusso («ah, se potessi andrei a vivere nella Grande Mela!», ci sembra un proposito così arcaico da percepirlo con tenerezza, come se ci raccontassero che gli antichi greci, stanchi di paesaggi arcadici, sognassero di far fagotto per Atene). E, a proposito di emigrazione, è stata interessante la mossa di Tom Ford, Presidente del Council of Fashion Design of America (CFDA) che, oltretutto, a poche ore dal suo défilé del 16 febbraio ha dato forfait rimandando la visione solo del suo lookbook al 26 causa “circostanze impreviste legate ala pandemia”. Ora, se c’è qualcosa di imprevisto, può essere solo la notizia che il coronavirus abbia deciso di suicidarsi insieme alle sue varianti. Comunque: ha voluto sostituire la dicitura “week” per sostituirla con “calendario”. Una formula che sa di solennità, ma anche di tentativo di riportare all’ovile, almeno idealmente, tutti gli stilisti Born in the Usa dispersi nella diaspora dello stile.

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Dalla lettera di Tom ai fashionisti: “Ovunque o comunque i designer americani scelgano di mostrare le loro collezioni, è nostro compito come CFDA onorare la nostra dichiarazione di missione originale e per aiutare a promuovere e sostenere la moda americana. Pertanto, pubblicheremo in programma non solo il programma degli stilisti che sfilano a New York durante la New York Fashion Week, ma anche quelli degli stilisti americani che sfoggiano il calendario e all'estero”. Il che significa che, per esempio, Virgil Abloh, che disegna la linea uomo di Louis Vuitton e quella personale di Off-White, dovrebbe sentirsi coinvolto, in quanto newyorkese, ad aggregarsi alla chiamata patriottica, esattamente come un autore tra i più noti dell’American Style, Tommy Hilfiger, che ha deciso di sfilare a Londra. E, spiace dirlo, alcune iniziative come il New York Men’s Day il 5 febbraio con designer di collezioni maschili e gender-fluid o l’alleanza col Black in Fashion Council per sostenere gli stilisti neri con una serie di video di allestimenti da costa a costa, sembrano più un riempitivo che non una spinta reale a cercare una coesione che non c’è. Il problema della moda americana, così come del suo popolo, non è legato solo a una questione territoriale, ma a un dato culturale. Se la sua identità generica (laddove a Milano e Parigi c’era lo chic e a Londra lo choc) prima si sovrapponeva a quella di uno stile facile, aureolato di uno spirito denso di buonumore sia nelle sue espressioni più “alte” che riprendevano i dettami europei, come in quelle più “popolari” connesse allo sportswear, oggi assistiamo a un Netflix estetico francamente privo di idee. Gli Stati Uniti non sognano più, ma hanno incubi egoisti: per capirci qualcosa, leggete il bel thriller Le conseguenze (Neri Pozza) di Richard Russo, che incastona la vicenda di tre amici - Lincoln, Teddy, Mickey - e l’amica, Jacy, nello scenario temporale che va da un Presidente bugiardo, Richard Nixon, nel 1971, fino a un presidente bugiardo, Donald Trump, 2020.

Collina Strada
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Ci sono state, naturalmente, felici eccezioni: primo tra tutti il collettivo Collina Strada, impegnato a conciliare la moda sostenibile con la creatività tout court; il tentativo di un loungewear borghese di Jason Wu che fa entrare le modelle direttamente dalla strada in sala (tutte a debita distanza); il morigerato sexy di Jack McCollough e Lazaro Hernandez, i Gilbert & George della moda Usa, che hanno celebrato i vent’anni di attività del marchio Proenza Schouler con un libro dove ha fatto coming out come modella figlia del marito di Kamala Harris, Ella Emhoff; la resurrezione di un marchio concettuale come Imitation of Christ, fondato da Tara Subkoff e dalla ex it-girl Chloë Sevigny, con una collezione fondata sul concetto di “avere un cuore”.

Imitation of Christ
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Ecco: questa dimenticabile tornata di sfilate non è da condannare con un “ma perché?”. È da valutare dentro una società che attraversa un momento complicato che sta cercando un cuore unico, ora a pezzi da rimettere insieme. Sperando che quei pezzi, dopo (dopo quando? La pandemia, i primi 100 giorni di Biden?), possano tornare a combaciare.




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