I clic assordanti, gli invitati alle sfilate che si mettono in posa come su un red carpet hollywoodiano di fronte a un muro di fotografi appostati fuori dalla location preposta. Un rituale ormai collaudato reso impossibile dalla pandemia da Covid-19 che ha cancellato le fashion week (in presenza) a tutti gli angoli del globo, rendendo sostanzialmente disoccupati tutti coloro che, prima, si armavano di macchina fotografica e passavano la maggior parte dell'anno inseguendo fusi e settimane della moda. «Ero in viaggio per sei, sette mesi l'anno» conferma Gianluca Senese, che è stato uno tra i primi a posare gli occhi, e l'obiettivo, sul fenomeno della fotografia da streetstyle e conseguenti look da streetstyle. «Ho iniziato nel 2010, dopo la seconda stagione ero già attivo su tutte le principali capitali della moda, Londra, Parigi, New York e Milano: se però volevi avere una visione a 360° di come stavano cambiando i trend, era impossibile limitarsi solo a quelle, quindi a un certo punto le facevo tutte, da Copenaghen a Tokyo, con la differenza che, agli inizi, in Giappone, gli addetti ai lavori che partecipavano alle sfilate non erano abituati né tantomeno volevano farsi ritrarre: spesso, inoltre, gli ingressi nella venue dove si sarebbe tenuto lo show erano all'uscita della metropolitana. Quindi si fotografava la gente che si incrociava per strada, e di cui ci colpiva lo stile. Oggi? Un lontano ricordo».

Se il genere però era in crisi già da un paio d'anni, nessuno si illude che, con le sfilate divenute digitali, questo mercato potrà ritrovare il successo presto. La massiva presenza dei fotografi, moltiplicatasi dagli inizi nel 2009 – anno domini nel quale le influencer si chiamavano ancora blogger – aveva ovviamente abbassato i compensi per quella legge economica di base secondo la quale un "bene" in un mercato già saturo vale molto meno di quanto non valesse, con la stessa qualità, poco prima. I pochi eventi che includono una parte di pubblico, hanno dei numeri imparagonabili a quello che accadeva fino a gennaio 2020 (e di conseguenza sono richiesti molti meno professionisti per coprire l'evento), e le restrizioni sanitarie per evitare contagi fanno desistere in molti anche dall'idea di imbracciare la macchina fotografica e uscire di casa. Le influencer – che su quel momento poggiavano gran parte della loro narrativa "aspirazionale" - sono riuscite in molti casi a riconvertirsi, cambiando il tipo di contenuti proposti, adeguandoli alla nuova sensibilità e richieste del momento, creando una narrazione più artigianale, lanciando progetti sponsorizzati da brand legati al loungewear, o persino scoprendo un inaspettato côté casalingo, tra prodotti per la casa e delizie da infornare, avvicinandosi a un seguito che non le aveva mai viste così simili a loro, accomunate da una pandemia che ha rimesso in prospettiva priorità e cancellato i vezzi.

Daniel ZuchnikImaxtree


I fotografi, nello stesso modo, seguono adesso progetti commerciali, ma ci si chiede se e quale sarà il "new normal" del settore, anche perché non è detto che, tornati a una semi-normalità, i brand decidano di ritornare anche a sfilare con gli stessi volumi pre-pandemia, e invece non optino per una comunicazione della collezione digitale, che, in alcuni casi, tra short movie, performance e incontri (virtuali) con il pubblico, non gli ha concesso, in realtà, una maggiore intimità con i propri clienti. «Il mercato mostrava già segni di stanchezza» ammette Senese «con i miei colleghi ne parlavamo da un paio d'anni. La pandemia non ha fatto altro che accelerare le cose. Il numero dei fotografi era esponenzialmente aumentato dal 2015 e di conseguenza i compensi diminuiti. Tutti erano desiderosi di farsi conoscere, e quindi disposti a prender meno, abbassando i compensi un po' per tutti. In realtà, però, anche quando si era in tanti, nessun occhio è uguale all'altro, e chi riusciva a cogliere il dettaglio, portava a casa il risultato. La nota negativa era però che con le persone che fotografavo più spesso– e nelle quali riconoscevo la capacità di creare dei look sorprendenti – ero riuscito negli anni a costruire anche un rapporto umano, che traspariva nella scioltezza con la quale si mettevano in posa. Con l'aumento dei fotografi, però, è aumentata anche la confusione, e gli assembramenti, all'ingresso del luogo della sfilata. Chi veniva fotografato si sentiva pressoché assalito: e se succedeva già allora, che la parola assembramento non incuteva timore, immagina cosa scatena adesso».

E adesso, come ci si reinventa, ricicla, a luci spente sulla passerella? Ovviamente progetti commerciali e tentativi di trovare un'altra angolazione per narrare quei pochi eventi rimasti, anche perché i giornali interessati a pubblicare immagini del genere, sono comprensibilmente diminuiti. «Con alcuni dei progetti editoriali che proseguono a pubblicare foto di streetstyle, tipo il sito di Vogue.com» spiega Senese «per l'ultima fashion week dell'uomo, abbiamo pensato di scattare i look dei modelli che uscivano ed entravano dalle varie location. Credo che sia possibile ricominciare a fare questo lavoro, quando ci saranno le condizioni sanitarie adatte, ma bisognerà tornare agli origini, e quindi scattare persone che si incrociano per strada, e che nulla hanno a che fare con il sistema moda: si era perso di autenticità da parecchio, tutti sapevano (e volevano) esser fotografati, non esisteva più alcuna spontaneità». Un'idea sulla quale conviene Antonio Mancinelli, caporedattore di Marieclaire, e frequentatore abituale dei front-row pre-Covid. «Il sistema della fotografia di streetstyle dovrà essere ripensato, se vuole sopravvivere al post-pandemia. C'è ancora desiderio per quel tipo di contenuti, ma si deve tornare a cogliere le tendenze che arrivano dalla strada, e non tramutarsi in paparazzi. Gli scatti "rubati" fuori dalle sfilate assomigliavano sempre più al look 23 che avresti visto in passerella qualche minuto dopo, e la cosa ha iniziato a scatenare una certa comprensibile insofferenza da parte del pubblico. Basta guardare l'evoluzione di Scott Schuman, il più influente fotografo del genere, dopo il pioniere Bill Cunningham, che fu il primo a lanciare, negli anni giusti, il blog The Sartorialist, dove raccoglieva le foto di scatti realizzati in giro per le strade della metropoli. Nella sua carriera ha realizzato diversi libri, nei quali è visibile il divario netto: nel primo ( The Sartorialist, del 2009) gli scatti mettevano al centro persone normali che, nella più totale inconsapevolezza, facevano di se stessi un'opera d'arte, negli ultimi (come The Sartorialist X, pubblicato nel 2015) sembrava più una parata di stelle fuori da un red carpet». Ma questo cambiamento non riflette anche un rinnovato paradigma culturale che, tra consapevolezza ecologica e ambientale, di tutti quei "prodotti" si era stancata già prima della pandemia? «Certo» conviene Mancinelli, «molto di questo cambiamento ha anche a che fare con il dato che il desiderio di "moda" inteso come "vestiti" era già stanco. E infatti molte influencer sono riuscite a conservare la loro fan base puntando meno su progetti commerciali, relativi a dei prodotti, e più sul sostegno a cause sociali, o umanitarie: oggi, non sei più rilevante per quello che indossi, ma per quello che fai. Il modello di emulazione è più comportamentale che estetico, insomma, perché il cartone animato bidimensionale che non ha nulla da raccontare non interessa a nessuno».
Nel frattempo, l'ultimo libro di Scott Schuman, in un 2019 pre-pandemia, The Sartorialist India, è un viaggio fotografico all'interno dei mercati di Nuova Dehli, le strade cariche di vita e colori, di un'umanità vibrante e per nulla patinata. Un indizio che potrebbe confermare una teoria già sostenuta dagli addetti al settore:

quella che la fotografia di streetstyle può essere ancora rilevante, ma deve obbligatoriamente tornare a essere autentica.