I decenni (e non le decadi, una volta per tutte: quelle corrispondono a dieci giorni, come si evince quando chiediamo del segno zodiacale), scriveva Hemingway, finiscono per l’appunto ogni dieci anni, mentre le epoche possono finire in qualsiasi momento. Contare il tempo è una utility umana che ci fa comodo, ma cosa determina un passaggio da una stagione sociale all’altra? Se lo chiede Paolo di Paolo, nel bellissimo saggio Svegliarsi negli anni Venti (Mondadori) dove mette a confronto – tra aneddoti, racconti storici, considerazioni personali – gli anni Venti del Novecento e quelli di oggi, in cui siamo appena entrati. Un secolo fa, con una guerra mondiale e una grande epidemia alle spalle, il mondo ruggiva festoso, ignaro delle nubi che si addensavano all'orizzonte. Gli anni Venti arrivavano carichi di promesse e di minacce. Suona familiare? Dice l’autore: «I maniaci dei selfie che affollano Rue Crémieux a Parigi, esasperando i residenti, non sono forse gli epigoni di una giovane fotografa, Claude Cahun, che cent’anni prima realizzava autoscatti provocatori? E quei «conflitti insensati», le reazioni «furibonde e sguaiate» che avvenivano ogni giorno «sotto gli occhi delle autorità» nel sanatorio raccontato da Thomas Mann, non riflettono esattamente ciò che accade sui social? Franz Kafka lamentava il «rapporto spettrale» fra gli individui, ma non è mai stato su WhatsApp». Senza dimenticare che 1924 nasce la Scuola di Francoforte, formata da sociologi, storici, psicologi, critici del cinema, economisti, come Max Horkheimer, Theodor Adorno, Herbert Marcuse ed Eric Fromm, secondo i quali era necessario perseguire la ricerca sociale, cioè "promuovere la teoria della società attuale come un tutto", facendo ricorso a discipline diverse come la psicoanalisi, l'antropologia, la sociologia. Proprio ciò che ci serve come bussola per capire i vestimenti e i rivestimenti del mondo di oggi.

Dalla prima sfilata del mattino, quella di Sportmax, dedicata proprio ai Venti di Babylon Berlin, delle garçonne, del jazz e della lezione del Bauhaus, tutta in bianco e nero, linearissima e poetica, evocativa ma mai citazionista – una delle più belle della stagione – emerge questa sintonia distonica tra quell’epoca e questa che viviamo, congiunte da una generale sensazione di inquietudine che, in campo creativo trovò e trova riscontro in una vasta gamma di enigmatiche rappresentazioni, alimentando l'esplorazione di universi spirituali, irrazionali e onirici, l'evasione verso dimensioni edonistiche e l'aspirazione a un ritorno al passato, condensata nella celebre definizione di "ritorno all'ordine".

Daniele Venturelli


E sembra quasi che ci sia una riflessione sui tempi che si ripetono anche per le due sfilate, uomo e donna, di Giorgio Armani, che pone al centro del suo spazio un gorilla verde. In realtà non è un gorilla ma Uri, il primate che sintetizza l’umanità nella sua essenza più istintiva e “animalesca” (ma di questo abbiamo già parlato). Proviene dalla casa di Re Giorgio ed è una scultura di Marcantonio Raimondi Malerba. E serve a ricordare che il Gruppo Armani nel 2020 ha devoluto fondi al WWF per sostenerne la protezione: ma la statua è anche un monito a ricordarci il complesso rapporto con la storia, fin dall’inizio. La sua è una collezione che, in un certo senso, sovrappone alle consuete, fluide ed eleganti silhouette del Maestro, un gioco in più di colori e di memorie attraverso un articolato guardaroba di capi che, aggiornati, attraversano i decenni in passaggi rapidi, dove ognuno può scegliere come mixarli per esprimersi e autorappresentarsi: i patchwork geometrici di velluti e lane o i motivi floreali rendono ogni capo un pezzo unico.

Giorgio Armani AI 21/22
Courtesy of Press Office

Anche Ferragamo si proietta in un retro-futuro che parte dalla citazione nel viaggio nel buco nero di 2001: Odissea nello spazio e lungo un tunnel di luce, ci porta una metropoli dove il paesaggio ricorda Gotham City ma anche Blade Runner. Modelle e modelli entrano da un grattacielo per l’appunto in perfetto stile anni Venti, per addentrarsi in un salone dove troneggia una piramide di cristallo: colori fluorescenti, tessuti che sembrano usciti da laboratori scientifici e invece no, il senso del vestire come uniforme ottimista - camici, giacche a scatola, maglieria tecnica come attraversata da invasioni di ultracorpi frangiati, anche qui molte tute seconda pelle da usare come base per sovrapporre cappotti ampi, cappe, mantelle, stivali Space Age: e il ricordo va agli anni di balli provocatori e scandalosi, come il charleston che ostentava insistentemente le gambe nude delle ballerine, ma anche alla replicante Pris interpretata da Daryl Hannah proprio in Blade Runner. È una collezione molto giovane che rappresenterà sicuramente una svolta nella storia aziendale e, nello stesso tempo, nasconde un grande impegno nella difesa dell’ambiente, perché alcuni accessori sono realizzati con materiali di recupero evitando l’uso di materie vergini, e altri sono di lana e cashmere certificati dal riciclo pre e post-consumer.

Salvatore Ferragamo AI 21/22
Courtesy of Press OfficeImaxtree

Una sciarada tra epoca Tudor e look da preppy universitario: è la deliziosa formula della linea Philosophy di Lorenzo Serafini per Philosophy, ormai maestro nelle proporzioni e nel censimento di una clientela giovanissima, ma raffinata e non incolta, che anzi sa cogliere il garbo venato di umorismo con cui lo stilista lavora sull’araldica e gli stemmi per i pullover e le Varsity jacket, contrapposti a colletti di ruche che incorniciano il collo come nei ritratti elisabettiani.

Philosophy by Lorenzo Serafini
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“Utopia” sono anche le parole chiave della collezione di Iceberg e di Francesca Liberatore: nella prima, la relazione con lo spazio si relaziona a una donna immersa in una realtà diversa, meno caotica. «Per evadere dalla realtà e per tuffarsi in un universo parallelo cucito a maglia sulla pelle», afferma il direttore creativo James Long. Nella seconda, la stilista si concentra su un desiderio non realizzato: presentare il suo défilé in un teatro, quello del Franco Parenti a Milano che, per una serie di motivi etici e burocratici, alla fine non è diventato una realtà: «Pensavo questo evento potesse supportare la cultura, riaccendendo delle luci e mostrando comunità di intenti ma ho avuto un problema morale. Ritengo dover in primis essere solidale con chi, in questo momento, non può esercitare la sua passione lavorando nel suo luogo». Così la stilista ha collaborato con la Fondazione Società dei Concerti, col regista e critico cinematografico Mario Sesti, col docente e critico Alessandro Turci con la fotografa e videomaker Alice Falco. E inscenato una sfilata “impossibile”, con le foto delle modelle vestite e truccate che, ritagliate in una sagoma bidimensionale, scendevano lungo le gradinate del teatro, mettendo così a punto una rappresentazione più reale che se si fosse svolta dal vivo. Il tema è quello di un’eleganza morigerata, post-bellica: «Il pantalone a vita alta si abbina al bolero in total black che prelude a uno slancio di vita con lo swing del trench supersartoriale. Maxigonne e giacchini si alternano in proporzioni sempre più̀ ampie dove il pattern diventa circolare ed i tessuti metallici», scrive Turci. Alla fine, un evento che ha fatto molto riflettere sugli anni Venti di oggi, richiamano quelli di un secolo fa. Quando, tra l’altro, un certo Signor Sigmund Freud fece una grande scoperta: l’inconscio. Collettivo e individuale.

Francesca Liberatore AI 21/22
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