Moda circolare, i nuovi talenti che nobilitano l'esistente

I giovani che usano creativamente tessuti di scarto o materiali da buttare per creare nuovi, irresistibili oggetti del desiderio.

duran lantink exhibition old stock courtesy centraal museum utrecht
Courtesy Centraal Museum Utrecht

Forse è giunto il momento di raccontare ai coetanei di Greta Thunberg che c’è stato un tempo, neanche così lontano, in cui le sarte rianimavano abiti usati con orli e decori fantasiosi. C’è stato un periodo dov’era normale fare incursioni in merceria per le toppe, perfette per nascondere buchi nei jeans o sui gomiti dei pullover buoni che, una volta dismessi, venivano allegramente riciclati in sciarpe e berretti. Allora trionfava quello che oggi chiameremmo con una certa prosopopea do it yourself, pantaloni trasformati in gonne, scialli all’uncinetto, magliette tinte e ricamate in casa, come gesto “politico” da parte di chi non accettava il maligno capitalismo. E quindi si procedeva a scambi di chi si era stancata di una cosa e la barattava con un’altra (ora denominati swap party), ci si rimetteva il vestito della zia (l’inconsapevole vintage), si trasformavano in prendisole le lenzuola del corredo di mammà. Non erano attività considerate sconvenienti, anzi. Venivano praticate anche in famiglie, se non abbienti, economicamente serene. Anche perché per i ricchi veri l’indossare la giacca del nonno fatta dal sarto o il tramandarsi l’abito da sposa di generazione in generazione, quella sì, era un’operazione aureolata da un’araldica dello stile. Senza saperlo, allora ci si esercitava nell’unica via d’uscita all’inquinamento causato dall’industria dell’abbigliamento, seconda per fare danni solo dopo quella del petrolio: la moda circolare. Ovvero quella che parte dalla fibra per arrivare alla fibra o, per dirla all’anglosassone, from cradle to cradle, “dalla culla alla culla”.

Una creazione di Helen Kirkum, che ora sta collaborando con Reebok. Diplomata al Rotal College of Art, è stata "scoperta" da Barbara Franchin, fondatrice del contest ITS a Trieste, nel 2016. "Affetta” vecchie sneakers per crearne di nuove, a tiratura limitata, da vedere sul sito helenkirkum.com. Le sue scarpe diventano opere concettuali, che hanno attirato l’attenzione di Nike,Adidas, Lacoste: «Ho un inquietante rapporto con la moda commerciale: mi spaventa perché spreca, distrugge, inquina, ma ne ho bisogno per il mio lavoro». Ma ogni pezzo delle vecchie scarpe «riconsegna anche i ricordi del suo primissimo creatore, del marchio e del suo proprietario».
Courtesy Helen Kirkum
Un bikini di Maria Gammino. Romana, stilista, innamorata della tecnologia e del mare. Apprendistato da Stella McCartney («da cui ho imparato il riciclo virtuoso»), poi da Valentino («dove ho imparato la trasparenza della filiera»), Maria nel 2016 fonda il marchio di abbigliamento da bagno Repainted Beachwear: costumi e abiti in Econyl, tessuto ricavato dagli scarti di plastica negli oceani che viene stampato con i suoi disegni dall’azienda Ratti, con tinture attente all’impatto ambientale. «Per me la circolarità è cercare soluzioni alla domanda in un capo che duri il più possibile, e per questo sono in contatto con ricercatori e scienziati». La linea vende bene all’estero, soprattutto in Nord Europa e in Corea, «perché in Italia siamo ancora un po’ indietro. Ogni capo di Repainted Beachwear è cucito a mano a Roma da un laboratorio dove lavorano solo donne .
Courtesy Repainted_Beachwear

Poiché ci si basa sul riutilizzo delle materie prime, non esistono più quelle atmosfere melanconiche delle boutique di moda ecologica di vent’anni fa, succursali di austeri conventi fra tristi sai e informi vestitoni beige, pallidi come le facce delle commesse slavate dalle luci al neon. Quello circolare è un sistema in cui gli indumenti sono indossabili fin quando il loro valore massimo è conservato e ritornano nella biosfera quando non sono più utilizzati. Ciò significa anche ripensarli tenendo conto dell’efficienza delle risorse, della non tossicità, della biodegradabilità. Secondo i dati riportati nel libro di Orsola de Castro I vestiti che ami vivono a lungo (Corbaccio), accade che «su mille persone intervistate a Hong Kong, il 53% ha rivelato di avere capi con ancora attaccata l’etichetta, contro il 51% in Cina, il 46% in Italia, il 41% in Germania e il 40% a Taiwan. Non solo: nel 2019, secondo Oxfam, ogni minuto nel Regno Unito sono vendute due tonnellate di vestiti, mentre ogni settimana vanno in discarica più di undici milioni di capi. E a New York finivano nella spazzatura circa 90mila vestiti. L’equivalente di 440 Statue della Libertà».

La cover del libro I vestiti che ami durano a lungo. di Orsola De Castro (Corbaccio). È stata la prima a credere nell’upcycling prima con la sua linea From Somewhere, poi fondando Fashion Revolution: un movimento globale di cui è portavoce in Italia Marina Spadafora, stilista e imprenditrice. Si vuole incoraggiare un consumo più consapevole nella moda, al fine di rispettare la Terra e i lavoratori del settore tessile.
Courtesy Corbaccio
duran lantink
Un abito di Duran Lantink, anche in apertura. Olandese, stilista, performer, provocatore. La sua più grande soddisfazione? «Vedere la faccia di monsieur Arnault, patron del colosso del lusso LVMH, quando si è trovato alle pareti l’accessorio per cui venivo premiato da lui: una shopper metà Gucci, metà Louis Vuitton». È un Grande Trasformatore. «Amo la moda, ma ero frustrato dalla produzione di massa e dal consumo sfrenato. Così ho cominciato a comporre capi come collage in 3D. Impatto ambientale zero, visto che tutto deriva dalla raccolta di abiti invenduti e destinati al macero». Questo approccio è diventato la chiave che ha aperto le porte di piattaforme di e-commerce e lo ha fatto conoscere alle star: come Janelle Monáe, che nella clip di PYNK porta i suoi pantaloni “vaginali”. Il Centraal Museum di Utrecht gli ha dedicato un’esposizione dove ha mostrato abiti cuciti con la comunità di sexworkers transgender di Cape Town.
Courtesy Duran Lantink

Orsola De Castro è stata la prima a credere nel pensiero di elevare a stile di vita l’upcycling, grazie al quale ai vecchi prodotti è dato un valore maggiore e non minore; in questo è diverso dal recycling, il cui obiettivo è quello di far tornare un oggetto alla stessa funzione, perdendone però la qualità. Con la sua linea From Somewhere, nata nel ’97 e realizzata con scampoli di rimanenze tessili, ha vestito dive per serie superfashioniste come Sex and the City. Ma nel 2013 fonda Fashion Revolution, dapprima come reazione alla catastrofe di Rana Plaza (dal nome del palazzo alla periferia di Dacca, in Bangladesh, dove morirono 1.218 operai tessili nel fast fashion e 2.518 rimasero gravemente feriti) e poi come «il movimento di attivismo nella moda più grande al mondo. Al momento siamo presenti in oltre 90 nazioni e almeno 30 di queste sviluppano campagne forti e originali. Oggi c’è più consapevolezza da parte dei cittadini (Orsola non ama la parola consumatori, ndr) e dei marchi. Ma questo non riguarda solo la moda economica, ma anche i nomi del lusso. Il lusso, per definirsi tale, deve avere una tracciabilità totale. La vera rivincita è riparare e mantenere bene sia il prodotto a basso prezzo, sia quello della maison: ed è compito dei produttori restituirci la cultura della longevità, con laboratori dove aggiustare abiti e accessori. Non è una dieta, ma il cambiamento di un panorama mentale».

Un trench dipinto a mano di Chiara Catalano. Palermitana, designer, architetto, gallerista. Tutto è iniziato con una tastiera da computer in silicone che ha trasformato in pochette: bestseller immediato. Emma Watson le ha chiesto uno dei suoi trench “parlanti” usati, smontati e illustrati con eco-slogan. Arriva dal mondo dell’arte, della curatela e della scienza: lo zio Eliodoro è stato un grande nome della biologia marina, suo padre ha fondato una galleria d’arte in città. Oltre alla sua linea, collabora con P.A.R.O.S.H. e con Carmina Campus, di Ilaria Venturini Fendi.
Courtesy Chiara Catalano
Due creazioni di Nkwo Onwuka, nigeriana, stilista, imprenditrice e portavoce di varie associazioni per il “Made in Africa”. «Sakala-si sakala-sa Sakala-si sakala-sa...». Dal suono delle antiche canzoni delle tessitrici, Nkwo Onwuka ha trovato l’ispirazione per il nome del Dakala Cloth, un nuovo tessuto realizzato con strisce di vecchi jeans spediti in Nigeria, la sua patria, anche se lei fa base a Londra. Con questa invenzione è stata la prima designer a vendere le sue eco-creazioni su Asos, uno dei colossi dell’e-commerce nel mondo. Ora è portavoce di un messaggio positivo dall’Africa. «Il nostro patrimonio culturale è così vario e dinamico che sento il bisogno di adattarlo allo sviluppo come continente». Regina della Lagos Fashion Week, ha da poco varato un’altra linea, Nkwo Essentials. La sua impresa dà lavoro a decine di operaie. «Che senso ha creare più di quanto possiamo usare, se ci fa vivere meno di una vita?», è il suo mantra. Forte di una laurea in Psicologia e della passione per la moda, cita anche il politologo Robert Alan: «Le differenze culturali non dovrebbero separarci gli uni dagli altri, la diversità porta una forza collettiva che può avvantaggiare tutta l’umanità».
Courtesy Nkwo Onwuka

Marina Spadafora, portavoce italiana di Fashion Revolution, alla domanda se la moda circolare possa sottrarre stipendi e denaro a chi realizza abiti e accessori seguendo un ritmo che neanche la pandemia ha rallentato (malgrado i buoni propositi), è molto diretta: «La filiera della moda dà impiego a 70 milioni di persone, è vero. E il mondo del tessile a circa 300 milioni. Ma la maggior parte di questi lavoratori opera in condizioni e con stipendi insostenibili, quattro volte al di sotto di quella del living wage, il minimo necessario per vivere. È questo il problema che va gestito, insieme alla manutenzione e alla sicurezza delle fabbriche. Non condanno chi vuol essere alla moda senza spendere follie, ma i grandi marchi, una volta stipendiati dignitosamente i loro dipendenti, devono accontentarsi di un guadagno minore. Solo così si può realizzare un equilibrio che offra prosperità a tutti.

Un ritratto di Marina Spadafora, stilista, imprenditrice e portavoce italiana di Fashion Revolution.
Courtesy Marina Spadafora
Olga Mul, tedesca-ucraina, stilista, collezionista e riparatrice. Si definisce «una donna senza confini: nata in Ucraina, vissuta in Germania, sposata a Milano, dove vivo con i miei gemelli». Realizza abiti sartoriali con scampoli di stoffe che arrivano da varie nazioni e da varie epoche (nella foto, indossa una collana africana, da lei aggiustata e riadattata). Ama mantenere un alone di mistero - non rivela né l’età, né il vero cognome - e trova nell’upcycling una delle soluzioni ai problemi del nostro pianeta. Quello di Olga, nelle sue parole, è uno stile “etico-etnico” proprio perché ritrova nella cultura della moda artigianale e cosmopolita le radici “universali” di uno stile bohemian-chic. Non solo vestiti, ma anche gioielli e accessori seguono una filosofia di un «riutilizzo elegante, che ci facciastare bene nelle nostre scelte, nella nostra ricerca di bellezza e nella nostra Terra»
Courtesy Olga Mula

«L’economia circolare è per sua natura etica», continua Marina Spadafora. «Lo dimostra il fatto che sul mercato azionario si stanno togliendo fondi, per esempio, ad aziende che ancora utilizzano combustibili fossili. Per questo saluto le start-up di abbigliamento “lento” con grande piacere, perché per realizzare bene un abito o un accessorio, è necessario tempo. La moda circolare è un argomento sempre più importante a livello di macroeconomia, non solo su un piano socio-culturale. E i giovani rispondono: recentemente ho tenuto un corso in cui ho chiesto alle mie studentesse, che venivano da tutto il mondo, di rappresentare la loro fashion identity con abiti smessi, già usati, per reinterpretarli. Non immagina la bellezza dei risultati. Unire l’etica all’estetica oggi non è solo possibile, ma doveroso. L’esperienza che tutti noi abbiamo trascorso, dove ciascuno di noi ha avuto la possibilità di confrontarsi con i propri demoni, deve trasformarsi in un’opportunità di vestirsi con allegria e con la coscienza a posto».

Un bracciale di plastica, disegnato da Michelle Lowe-Holder. Canadese-americana, docente, pensatrice, designer di gioielli. «Dobbiamo iniziare a cambiare la nostra mentalità sui rifiuti: come riutilizzarli, come valutarli per cambiare il modo in cui pensiamo». Creatrice di bijoux fatti con materie di scarto, utilizzando tecniche sia moderne sia tradizionali, Michelle è molto attiva nella formazione dei giovani creativi. All’attivo ha un Bachelor in Fine Arts, workshop, pubblicazioni, libri e molte collaborazioni con mega-marchi come l’app Nike Maker o il mentoring del Kering Award for Sustainability (
Courtesy Michelle Lowe-Holder

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