Sporcarsi le mani di indaco per il jeans perfetto, la missione di Alessandro Marchesi

Sostenibilità, osterie, villaggi da costruire e nuovi designer a cui insegnare. Ps. in questa conversazione ci sono anche molti gusci di crostacei.

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C’è un beagle di nome Gioia che si impone in telecamera e la voce di Alessandro Marchesi che, ruvida, diverte e travolge tra osterie e lavanderie marchigiane. Da questo quadro pratico e virtuale nasce una conversazione con il mecenate del denim italiano che prevede un rinascimento del jeans, un imprenditore amante dello sporcarsi ancora le mani di blu indaco “o me le brucio quando tocco cose che non dovrei”. Coerente, Alessandro Marchesi dorme poco, sogna molto in grande e nella tasca tiene una chiave amuleto. Nel 1991 fonda la Compagnia del Denim, 12 anni dopo crea la linea Two Women in the World, tre anni dopo Two Men in the World. Nel 2008 siamo già all’espansione insieme al Gruppo Cris Conf S.p.A, quattro anni dopo Two Women Two Men unisce le due linee nate dalla ricerca e dalle continue ricerche di Marchesi. Lo raggiungiamo via Zoom da Milano direzione Serra de’ Conti, in provincia di Ancona, dove prende vita la sua Jeans Valley, idea - in divenire - di rendere il luogo dove è cresciuto un futuro villaggio e atelier/hotel diffuso dove vedere nasce un’eccellenza made in Italy, mangiare, dormire, respirare il desiderio di inventare.

#Astuzia: quanto e quando ha usato questa parola nella sua carriera?
La devi usare un po' sempre, se non la usi diventa tutto più difficile e a volte usarla è molto più premiante che non farlo.


#Lavaggi: qual è stato il suo primo lavaggio del cervello e quale quello che ha creato il jeans perfetto?
I lavaggi del cervello me li faccio sempre: sistematicamente e a tempi alterni devo sciacquare tutte le cose che ho in testa. Del lavaggio del denim, invece, ricordo la prima volta che ho preso in mano questa stoffa, poi mi sono dovuto lavare le mani a lungo perché le avevo tutte blu e al tempo stesso lavavo i jeans, era una cosa simultanea. È stato una sorta di battesimo: è un piacere vedere un pezzo di denim di blu, che per la nostra filosofia è un indaco e il fiore guado che permettono di tingere il denim. Tutto ciò che gira intorno al denim è una serie di formule magiche, se pensi che da due fiori gialli messi insieme e macerati esce un blu indaco è già un miracolo. Poi prendi una pezza di stoffa, la lavori e quando uno ha questa tela tra le mani deve iniziare a pensare “ora deve diventare come se avesse fatto questa cosa o altro ancora". È lì che subentrano le libidini, ovvero tutte le cose più strane che abbiamo dentro di noi e che vorremmo concretizzare su tela.

#BluNotte: lei quante ore dorme a notte?
Tre ore, tre ore e mezza.

Pochine.
Sì, ma vado a letto presto, faccio un primo tour di sonno sul divano, poi lo continuo sbandando, perché ho una casa fatta tutta di scale, dormo ancora due ore e poi inizio con le mail, infine un sonno molto sognato mezz'ora prima di alzarmi...

Alessandro Marchesi
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#Tessuti: è più per la trama delle cose (istinto) o per l’ordito (progettazione)?
L'ordito per me è sinonimo di rettitudine, la trama è qualcosa che taglia, interrompe quello schema. Vorrei essere ordito ma poi arriva sempre qualche franco tiratore, o tiratrice, che mi mette la trama di traverso.

#Passato: pensa più all’archivio o alla nostalgia?
È un mix, l’archivio automaticamente mi porta alla nostalgia. Ogni capo è stato scelto in un momento particolare, e se dovessi spiegare questi aneddoti dovrei stare qui fino a domattina! Dal primo pezzo di stoffa che ho preso da ragazzino, quando correvo dietro al furgoncino dello stracciaiolo del paese che faceva tappa fissa nell'osteria di mia nonna. Guardavo con gli occhioni grossi questo carro pieno di cose strane, forse già all’epoca avevo questo desiderio di ricerca, avevo voglia di cose che raccontano una storia perché, tra un tessuto che le racconta e uno che non ha storia, c’è moltissima differenza.

#Storia: come riesce ad accorgersi di un tessuto che ha davvero una storia?
Uno che ha delle muffe sopra, dei segni sporchi, ti sta dicendo che è successo questo perché magari l’abbiamo lasciato in un magazzino umido. Magari la canapa con l’umidità tira fuori la parte più naturale come il giallo della pianta.

#Tasche: cosa mette sempre nella tasca dei suoi jeans di fiducia?
Fino a poco tempo fa mettevo sempre un coltellino, poi visto che stava diventando di moda ora ho una chiave, libera, (ce la mostra ndr), è una chiave ricordo, così, simpatica.

#Valley: chi inviterebbe a vivere con lei - temporaneamente - nella sua Jeans Valley?
Ultimamente mi convinco sempre più che vorrei una marea di giovani, forse perché invecchio e quando gli racconto procedimenti, storie, origini loro sono lì, incantati come lo ero io davanti a certe persone anziane che mi hanno dato tutto. Con gli occhi di questi grandi vecchi ho visto cose che non avrei avuto l’opportunità di scoprire, amavo frequentare quei vecchietti che orbitavano all’osteria di mia nonna, uno mi portava al fiume, uno in campagna. La natura è sempre stata dentro di me, tutto quello che loro mi hanno insegnato torna sempre nella mia vita. Così ora, quando vedo giovani stilisti, appassionati, ritrovo quell'intensità che sentivo io. Di recente di un giovane designer con cui ho passato molto tempo mi ha sorpreso il suo sguardo: mi guardava con intensità quando gli spiegavo che il denim va da sinistra a destra, facevamo le due di notte ma lui era ancora preso a sentire. Penso che i giovani possano riportare il denim ai valori con cui è nato.

#Coerenza: tornare a raccontare il jeans, continuare a produrlo secondo valori precisi, lei dove si pone?
Penso di non essermi mai inquinato, per usare un termine dei jeans, sin dalle mie origini ho sempre rispettato i canoni del jeans, i tempi e i metodi necessari per produrlo, quando poi è arrivato l’avvento del jeans del low-cost erano loro che vincevano: sai di jeans creati da uno come me ne puoi trovare cento, di jeans low-cost ne trovi 100mila. Ho dovuto lottare per rimanere coerente nel mio modo di produrre oppure vendevo l’anima al diavolo e facevo un jeans low-cost, invece non ho mai perso il punto chiave: lavorare un denim con un tessuto autentico, tinto di indaco, un tessuto prevalente fermo, 100% cotone che è ben diverso dal lavare una plastica, perché quando in un jeans c’è la presenza di filo sintetico che supera il 20% stiamo lavando una plastica non un vero denim.

#Greenwashing: come vede il mondo della moda nella corsa alla sostenibilità?
Devo essere onesto? Credo molto nella sostenibilità e nei nuovi procedimenti attuati per limitare l’inquinamento ambientale purché non diventino solo uno slogan. Noi da sempre siamo molto attenti a questi aspetti, come per esempio, dopo anni di esperienza abbiamo imparato ad usare il meno possibile l'acqua o a preferire la pietra pomice ai trattamenti chimici, molto meno inquinante. Come sempre, ci vuole un mix di onestà e ricerca: a oggi credo molto nel chitosano, una sostanza di origine naturale, ottenuta dalla chitina contenuta nello scheletro esterno dei crostacei, 100% naturale.

#Cercare: quanto si diverte ancora a scoprire nuovi metodi?
Sempre. Un’altra cosa in cui credo tantissimo è acquistare tele con una buona parte di tessuti riciclati, quando lavi un jeans con una parte di riciclo, poi lo maceri e lo rifili, tu rifili anche la trama che imbianca e ottieni un tessuto che tira fuori cose belle, a seconda di come ti svegli la mattina questo ti risponde, riesci a vedere le nuance differenti. Se riesci a spiegare questa ricerca al consumatore finale hai decisamente un valore aggiunto in più. Ogni jeans in sé è diverso, una volta si parlava di cotone americano, ora cotone mischiato con americano, indiano, africano, succede che nessuno jeans è mai uguale a quell’altro perché quando compro un grande pezzo di stoffa è probabile che l’anno dopo troverò lo stesso tessuto ma naturalmente diverso. Quindi sì, mi diverto: Bukowski diceva che il più bel lavoro è lavorare tutta la vita e non rendersi conto di aver lavorato. Io quando sto in una lavanderia sto bene, magari mi brucio le mani perché tocco cose che non dovrei, ma sono felice.

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