Una mostra celebra i bio-materiali, futuro della moda

Dall'abbigliamento compostabile di Freitag, alle giacche imbottite di fiori di campo di Pangaia, passando per gli zaini in fibre di banano, la sapienza millenaria della natura ci dice come ci vestiremo domani.

pangaia
Courtesy Instagram Pangaia

Arrivano dal futuro, eppure ci sono sempre stati: i bio-materiali, cioè le consistenze di origine biologica, sono ad oggi l'imprescindibile "mai più senza" di maison alla ricerca di un compromesso sostenibile tra volumi di produzione sufficienti e rispetto dell'ambiente. Studiati nei laboratori, i loro Dna replicati per poi tramutarsi in tessuto, sono oggi al centro di una mostra ad Amsterdam, Grow, ospitata al Fashion for Good Museum fino al 12 ottobre. Da una parte, ci sono le start-up, ovvero quei laboratori che si occupano di ricerca e che poi lavorano con i brand, fornendo loro il risultato di anni di studi: è il caso di Bolt Threads, storico collaboratore di Stella McCartney, che ha progettato la Micro-silk – seta ottenuta dalle reti dei ragni, e già usata per alcuni pezzi del brand londinese – e il Mylo – consistenza tessile simile in tutto e per tutto alla pelle, e però derivata dal micelio, ossia le radici sotterranee dei funghi. Ad accompagnarli ci sono Algeing, azienda che utilizza le alghe nella produzione di materiali e tinture biodegradabili, ma anche Colorifix, che invece tinge i tessuti in maniera naturale, attraverso un processo biologico che consente il trasferimento e il fissaggio dei pigmenti direttamente su tessuto.

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A fare da "specchio riflesso", nella mostra, illustrando poi come queste scoperte possono essere applicate con successo nella vita quotidiana, ci sono i brand. Un esempio è Qwstion, studio di design nato nel 2008 in Svizzera, e che si occupa della creazione di pezzi utilizzabili nel quotidiano, rispondendo sempre a dei principi di eticità e sostenibilità, con un'estetica minimale, ispirata al modernismo elvetico. Sentirsi a proprio agio in bicicletta, come ad una riunione di lavoro, era inizialmente l'obiettivo dell'industrial designer Sebastian Kruit, co-fondatore insieme ai colleghi Christian Kaegi e Fabrice Aeberhard, e ai grafici Matthias Graf e Hannes Schoenegger. Se il dipartimento di sviluppo e ricerca ha sede a Zurigo, la manifattura è dislocata per il resto d'Europa ma anche in Cina: comprensibile l'alzarsi delle sopracciglia, ma la demonizzazione delle produzioni affidate ai paesi asiatici, è a volte ingiustificata, come in questo caso. I fondatori hanno selezionato infatti una piccola azienda, la cui qualità del lavoro e della vita dei dipendenti è garantita dalla BSCI, iniziativa dell'EU con l'obiettivo di raggiungere degli standard europei anche nelle produzioni al di fuori dei confini. A guidarla, in questo caso ci sono signora Wan e dal signor Lai, un'esperienza trentennale nella produzione delle borse, sviluppate in materiali organici, o con agenti impermeabilizzanti privi di sostanze chimiche dannose per l'ambiente. La novità però è nel Bananatex, consistenza ricavata dalle piante di banano della qualità Abacá, coltivate con agricoltura biologica nelle Filippine. Le fibre vengono tagliate a listelli e lasciate a seccare all'aria aperta, nel mezzo della foresta, per un paio di giorni, prima di essere portate in fabbrica e tramutate in filo, tra l'altro waterproof, che assomiglia ad un cotone grezzo, per la sua durevolezza e leggerezza. E che gli svizzeri siano attenti alle necessità della natura lo dimostrano i fratelli Markus e Daniel, menti dietro Freitag, marchio nato ormai quasi 30 anni fa, con l'idea di trasformare e riciclare i teloni dei camion in borse pratiche per la bici. Da qualche anno, però, è arrivata anche F-abric, linea di abbigliamento totalmente compostabile, e che quindi, a fine del suo (lungo) ciclo di vita, può essere cestinata, senza sensi di colpa, nell'umido. Un progetto che ha richiesto 5 anni di ricerca, i pantaloni sono in Broken twill, materiale che mixa lino e canapa, dove anche il filo della cucitura e l'etichetta con il logo sono biodegradabili: l'unica accortezza, prima di buttarli, è svitare il bottone in metallo.

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Vera ossessione dei fashionisti da quarantena è invece Pangaia, brand di leisurewear che ha vestito le settimane da reclusi di Pharrell Williams e Jaden Smith, per poi entrare nelle wishlist dei comuni mortali. Da sempre attento alla costruzione delle sue collezioni, dalle felpe ai cappotti, le imbottiture sono ad esempio realizzate con FLWRDN, complesso lemma che toglie le vocali a Flowerdown, tessuto biologico ottenuto mescolando biopolimeri e fiori, sostituendosi alle piume d'oca o al materiale sintetico e nn biodegradabile, di solito derivato dal petrolio. Al posto della pelle, c'è invece un composto vegetale che ne replica la consistenza e il tocco, ma si costruisce con gli scarti dell'uva. E oltre ai classici materiali naturali – cotone organico o riciclato, lino, lana e cashmere riciclati, l'ultimo arrivo nella famiglia è la tintura di capi con Air Link, inchiostri costituiti dalle particelle inquinanti dei gas. Una capsule eco, realizzata in collaborazione con i produttori di Air Link, Gravity Labs, presentata con delle immagini nelle quali appare persino Naomi Campbell, a testimoniare il grado di riconoscibilità e autorevolezza già raggiunto dal brand.

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La più alta qualità di cotone organico, però, si nasconde allo sguardo, come nel caso di The nude label, brand fondato da due amiche spagnole dislocate a Londra. Stanche della persistente nebbiolina e della mancanza del sole, hanno iniziato a immaginare una linea di underwear e costumi da bagno da sfoggiare quando sarebbero poi tornate a casa, a Valencia. Realizzata in cotone organico frutto di agricoltura sostenibile, non si utilizzano coloranti tossici o pesticidi, permettendo la creazione di una linea pensata per durare ben più di una stagione.

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