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Cosa c’è da sapere sulla moda uomo a Milano

Da Prada a Gucci, da Armani a Fendi: un viaggio in tre tappe intorno alle sfilate maschili della prossima estate.

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PARTENZA
Comunque la vogliate interpretare, non è una vacanza. Chiamatela piuttosto esplorazione, vagabondaggio, ricognizione. O addirittura fuga. Fisica, intellettuale, talvolta letteraria. I défilé maschili di Milano per la prossima primavera-estate recuperano un archetipo universale, quello del viaggio. Faccio finta di risparmiarvi la solita, trita citazione «Navigare necesse est, vivere non necesse». Però non sbuffate per la banalità del tema “viaggio come metafora della vita”. Piuttosto c’è da tenere presente che il 20 giugno è stata la giornata mondiale del rifugiato. Una data troppo importante per non insinuarsi nel mondo del luxury, che sembra impermeabile più di un trench waterproof a ogni istanza politica. Così - non importa se sia una trovata di styling per mostrare quanti più prodotti possibile - da Prada la prima immagine che veniva in mente - di fronte a uomini e donne in tute in nylon, mantelli antipioggia, sandali da rocciatore e con la schiena oberata da zaini a cui appendere derby bicolori e/o decolleté tacco 12, giacche formali e camicette stampate - era quella dei migranti. Ovvero i siriani che cercano rifugio in un’Unione Europea sempre più ostile e sempre meno unita. Non sono turisti, ma persone che fuggono senza sapere se faranno ritorno a casa. E quindi si portano appresso gli abiti “buoni” e i pochi averi. Operazione riuscita senza cadere nella strumentalizzazione o nella mancanza di rispetto: il segno di una creazione che all’attenzione dell’apparato economico affianca una sensibilità che è educazione all’altro e all’altrove, in un tutt’uno che riguarda cultura e comunicazione di massa. Come sempre contraddicendo se stessa e il lavoro fatto finora - ed è per questo che la amiamo - Miuccia dichiara che il passato è passato, e si immerge in un presente ricco di suggestioni che arrivano da traiettorie disparate: cronaca, arte, impegno sociale. E la ricerca di una bellezza che unisce elementi distonici in una sinfonia che, alla fine, è chiarissima nella sua voluta confusione.

PERCORSO
Segnatevi il nuovo comandamento stilistico della moda uomo prossima ventura: Utility Chic. Mai come in questa tornata di sfilate si è vista una propensione all’abbigliamento pratico - o apparentemente tale - che definire sportivo sarebbe desueto. Dall’ambiguo fascino dell’uniforme di Moncler Gamme Bleu disegnata da Thom Browne, una rilettura dei boy-scout a cura di David Lynch - alle onnipresenti sahariane multitasche e multitasking (come quelle di Salvatore Ferragamo) - fino all’immanenza pervasiva dello spolverino o del soprabito tagliato come un cappotto. I maschi sono al sicuro e rassicurati da un abbigliamento che li asseconda nei movimenti e li tutela da ogni improvviso uragano cittadino causato dalla tropicalizzazione del clima (Versace). C’è una quantità esorbitante di borse, zaini, bisacce, tascapani e marsupi a sottolineare come nel viaggio siano sottintese le idee del movimento e dello spostamento. Andare significa conoscere culture che non sono la nostra e ci incuriosiscono proprio perché non ne sappiamo nulla. In questo senso, l’evocazione di un’India alla E. M. Forster da Daks, la gita in riviera di Fendi o il tour ecuadoriano di Missoni stanno a significare che l’essenza del mettersi in cammino risiede nel confrontarci con gli altri e quindi con sé, con le nostre capacità e competenze. Se si va in un paese straniero si ha a che fare con linguaggi sconosciuti. E questo ci cambia interiormente, anche se non ce ne accorgiamo subito. Se quello di Prada segue la narrazione di un viaggio iniziato per necessità, in questi casi il racconto si dipana lungo sentieri di curiosità, apertura, disponibilità al cambiamento. Alla peggio, siamo corazzati dai nostri abiti pieni di souvenir di noi stessi. Giusto per non rischiare la perdita d’identità. Libro consigliato: Bricolage per un naufragio. Alla deriva nella notte del mondo, di Enrico Boria ed Ennio Foppani.

ARRIVO
Ma esiste anche un altro tipo di viaggio reale: illimitato, si svolge in un arco di tempo non stabilito e si effettua da fermi. «Odio viaggiare», dice quasi provocatoriamente Alessandro Michele per spiegare la collezione Gucci. Dove, ancor più del solito, affastella motivi, decori e abiti che giungono da ogni angolo dello spazio-tempo: come Andrea Sperelli, protagonista de Il piacere di Gabriele D’Annunzio o Jean des Esseintes in À rebours di Karl Huysmans, nel decadente set di un salotto ottocentesco - pareti capitonné e divanetti imbottiti inclusi - si dipana un artificioso Grand Tour di abiti ideati andando e riandando con la mente a luoghi e tempi immaginati, vagheggiati, desiderati. Kimoni giapponesi, frac come quelli del giovane Werther, pullover con l’enigmatico slogan “Modern Future”, misteriche giacche dove sotto la faccia di Paperino si legge in greco antico "Serapis" (dio egizio della fertilità e dell’aldilà): qui ritrovano un senso tutto nuovo anche quel tipo di abiti che cataloghiamo sotto la categoria “classici”. Un cappotto da postiglione è più moderno di un chiodo anni 50? Il completo due bottoni, se è ritagliato in un tessuto che cita la carta da parati settecentesca, sarà ancora da attribuire a un geometra? Una cartella ricamata è ancora un accessorio "necessario" o "voluttuario"? Michele continua a stupire con la sua estetica connotata da sovrabbondanza di segni, messi insieme con gusto sopraffino. Però rimane nell’aria la domanda. Ha dimostrato di essere grandissimo ribaltando la percezione di un marchio con una silhouette semplicissima: un golfino, una gonna longuette plissé o un paio di pantaloni anni 70, una camicia con il fiocco, e gli occhiali da nerd. L'interrogativo è: perché ricorrere sempre a un metodo che si esprime solo nell’ “aggiungere”? Esiste anche un altro invito al viaggio: quello di ritorno a se stessi e alle proprie radici. Come fa Giorgio Armani, per la linea eponima e per quella Emporio. Ha rivisitato i suoi capisaldi iniettando una tonalità di rosso o variando le proporzioni. Ma ha riaffermato l’autonomia e l’originalità di uno stile che è suo e solo suo. Senza manierismi.

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Moncler Gamme Bleu

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Daks

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Emporio Armani

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