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Dalla bancarotta all'enjoy, la resilienza di Gianluca Vacchi spiegata dal mio analista

L'imprenditore ballerino (e ora canterino) ha fatto di una parola un simbolo, che però vuol dire MOLTO di più.

Gianluca Vacchi
Getty Images

Resilienza è diventata la parola più ripetuta, tatuata e inflazionata della lingua italiana e la colpa è del milion-instagrammer Gianluca Vacchi (nel senso di numero di follower e di reddito) che non ha certo inventato il termine, ma lo ha sdoganato (vedremo da dove). Incredibile? Mica tanto. È meglio di petaloso (grazie al cielo: sparito), ed è potuto succedere per la magia di un paio di video diventati virali. Uno risale alla terribile giornata in cui il suo profilo Instagram è stato scardinato da un hacker che ha cancellato tutto il contenuto. Mr Vacchi ha subito girato un video selfie (con tanto di ombra del selfiestick sul virile petto tatuato) in cui ci teneva a far sapere all’autore del gesto che non gli aveva procurato alcun danno, perché lui sarebbe rinato più grande di prima. E via all’inquadratura della parola magica, appunto: resilienza, tatuata sulle nocche della mano destra. Più eloquente che sfoderare un dito medio.

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Effetto collaterale immediato: imitazione a nastro. Di lì a poco, Vacchi ha ricevuto le foto di circa 350 tatuaggi dei suoi fan che si sono fatti punzecchiare sulla pelle la stessa parola: resilienza. Alcuni freschi e col bordino ancora arrossato e unto di vaselina (eugh!). Quelle 350 foto sono diventate subito il materiale di un nuovo filmato in cui fa da intro una sua partecipazione seria in giacca e cravatta ad un programma tv, dove spiega quanto le aziende italiane siano resilienti (lanciando anche una parola derivata di cui fregiarsi). Segue definizione con la sua propria voce: «la resilienza è la capacità di un individuo di affrontare un evento traumatico o un periodo di difficoltà trasformandolo in un’opportunità. Enjoy and be resilient».

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Ma prima di Gianluca Vacchi (a proposito: avete già sentito il suo pezzo Viento? Ora si è dato anche alla musica), dove avevate già sentito questa parola? Cosa significa resilienza? Sicuramente alle lezioni di fisica e chimica a scuola, quando si parlava della capacità di un materiale di resistere agli urti. E poi (coraggio, confessate) dall’analista. «Sei resiliente» è la classica frase che l’analista ti propina per tirarti su il morale col massimo della congratulazione e il minimo sforzo (il suo). Ovvero: «che ci vieni a fare alle sedute, che tanto a ogni disastro che ti si abbatte addosso ti tiri su da sola perché sei una campionessa di resilienza psicologica?» (prima di prendere l’agenda e di segnare il nuovo appuntamento).

Mai stati dall’analista? Peccato, perché quando si gioca quella carta, nella seduta successiva ti spiega che ci sono tre tipi di resilienza, istintiva (es: la cocciutaggine dei bambini), affettiva (quando da adulto cominci a volerti così bene da spronarti da solo) e cognitiva («non mi è successo niente, non sono caduta, ce la posso fare, quelli a terra non sono i miei denti»). E ti racconta che la resilienza cambia in base all’età e che gli specialisti a volte la classificano in quattro fasi, e il resto alla prossima seduta. Ok, interessante doc. Prometto di dare più retta a te che a Gianluca Vacchi. Purché mi insegni a tirare fuori tanta di quella resilienza da fare concorrenza a Wolverine, quando le ferite gli si riparano da sole.

photo GettyImages.com e courtesy Instagram

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