«Mi chiamo Rose McGowan e vi racconto di Weinstein»

In libreria Brave il memoir dell'attrice che ha accusato di abusi sessuali il produttore. Qui in esclusiva la prefazione in cui racconta come i capelli siano la chiave per capire Hollywood.

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È incredibile come i capelli siano la chiave per capire le dure leggi di Hollywood. Lo racconta l’attrice Rose McGowan nel suo atteso memoir Brave, il coraggio di parlare (HarperCollins Italia) scritto dopo le accuse al produttore “mostro”. Questa è la prefazione.

«Ti sei lasciata con qualcuno?».
All’inizio la domanda mi faceva arrabbiare. Alle mie orecchie suonava sessista, stereotipata, scoraggiante. Nessuna relazione finita poteva suscitare in me un desi­derio di libertà tanto forte da spingermi a cambiare radi­calmente il mio aspetto. Più sentivo quella domanda, più riflettevo sulle mie ragioni, e a un certo punto ho capito che in effetti mi ero lasciata con qualcuno: con voi. Con il voi collettivo, con il voi che identifica la società. Avevo chiuso con l’ideale hollywoodiano che avevo contribuito ad alimentare, con l’immagine della donna perfetta che tutte le protagoniste di pubblicità di shampoo vogliono vendervi sussurrando: «Ecco il segreto della seduzione, il segreto per attrarre gli uomini».

Brave, il coraggio di parlare di Rose McGowan è pubblicato da HarperCollins Italia.
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Capelli lunghissimi e lucenti, degni di una Kardashian, che gridano: «Pren­dimi e scopami, ragazzone». Come a dire che la nostra identità si riduce a questo, ai capelli. Come se non po­tessimo essere nulla di diverso. È per questo che vi ho lasciati, anche se l’intero processo ha richiesto anni; ci è voluto parecchio tempo per risvegliarmi dal torpore, per liberarmi dal lavaggio del cervello.
I capelli lunghi mi hanno sempre messa a disagio, fa­cevano sì che il mio vero io scomparisse sotto lo sguardo degli uomini. Li usavo per coprirmi il viso, per tenermi sotto controllo, per dormire. E la vera Rose ha dormito davvero, mentre quella finta conduceva una strana vita alternativa in cui interpretava il ruolo di una donna che interpretava altri ruoli.

Ho quasi sempre avuto i capelli corti, li preferivo: le vecchie star del cinema e le punk che ammiravo di più li portavano così. Mi piaceva essere un individuo, avere un aspetto androgino, a metà strada tra il maschile e il femminile. I due periodi in cui ho avuto i capelli lunghi sono stati i più difficili della mia vita, quelli in cui mi sono sentita più distante dalla mia vera identità: da adolescente, quando ho sofferto di un grave disturbo alimentare, e più avanti, quando ho sofferto di un disturbo psicologico chiamato Hollywood. Il secondo è durato molto più del primo, ma entrambi dipendevano dal fatto che non ero presente a me stessa e sono stati causati dalla principale macchina della propaganda al mondo... Hollywood, per l’appunto.
Mi era stato detto che, se avessi avuto i capelli corti, gli uomini che scritturavano le attrici non avrebbero voluto scoparmi e quindi non mi avrebbero scelta. Il consiglio proveniva dalla mia manager, una donna, ed era tragico sotto molti punti di vista, crudele e profondamente tri­ste: crudele perché arrivava da una donna più matura di me che conosceva bene le richieste di Hollywood, triste perché aveva ragione. Questo messaggio prima o poi ar­riva a ogni donna e ragazza («Se non hai i capelli lunghi non puoi essere sexy»), ma io lo scoprii in modo diretto, una comunicazione inequivocabile su cosa volessero gli uomini.

L’attrice con Harvey Weinstein, che lei chiama "il mostro", alla ShoWest Awards Ceremony del 2007. La violenza di cui la McGowan lo accusa risale a dieci anni prima, durante il Sundance Film Festival del 1997. @Getty Images
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Be’, vaffanculo a Hollywood, al messaggio, alla pro­paganda, agli stereotipi.
Le Jennifer Lawrence, le adorate e adorabili ragazze della porta accanto, hanno semplici capelli biondi; le donne problematiche ce li hanno neri, lunghi e appari­scenti. Questo impone la regola, ed è meglio non infran­gerla. I miei capelli lunghi erano bellissimi, da reginetta di bellezza. I miei parrucchieri erano uomini gay che mi vedevano - o almeno così dicevano - come una Barbie in carne e ossa. A me sembrava più che altro di assomi­gliare a una bambola gonfiabile, di quelle con un buco al posto della bocca. La macchina di Hollywood mi aveva trasformata nel sex toy definitivo. Gli uomini e le don­ne pagati per trasformarmi in quella fantasia facevano un ottimo lavoro, eppure dentro mi sentivo morire e mi vergognavo del mio aspetto. Nella mia vita, però, c’erano così tante cose che non funzionavano che non sapevo da dove cominciare per cambiarle.

Ho conosciuto un sacco di donne e ragazze che con­sideravano i propri capelli uno strumento di conforto e qualcosa dietro cui nascondersi. È una situazione stra­ziante in cui mi riconosco. Se lo desideriamo, natural­mente, siamo libere di portare i capelli lunghi, ma biso­gna riflettere sulle ragioni che ci spingono a volerlo. In che misura la società ci dice quale aspetto dovremmo avere? In che misura la società ci mostra come dovrem­mo essere? Se ci nascondiamo dietro ai nostri capelli, chiediamoci perché lo facciamo, da cosa fuggiamo.
Rasarmi a zero non è stato solo un grido di battaglia; ha anche risposto alla domanda che mi dava tanto sui nervi.
Mi ero lasciata con qualcuno?
Sì, con il mondo.
E chiunque può farlo.
Mi chiamo Rose McGowan e ho il coraggio di parlare.

© 2018 by Rose McGowan. All rights reserved
© 2018 HarperCollins

Bio: Rose McGowan, nata nel 1973, è stata la Paige della serie tv Streghe e al cinema ha recitato, tra l’altro, in Doom Generation, Scream, Grindhouse. L’attrice è anche cantante, regista (Dawn, il corto d’esordio, ha ricevuto una nomination per il Gran Premio della giuria al Sundance) e attivista. È stata una delle prime a parlare degli abusi sessuali e di potere del mega produttore Harvey Weinstein, affaire che ha rivitalizzato il #MeToo, un movimento virale di denuncia. Le voci che hanno rotto il silenzio sono state celebrate dalla rivista Time come Person of the Year 2017.

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