"La mia generazione costruirà il mondo in cui voglio vivere"​​ parola di Dakota Johnson

Arriva da una dinastia di donne toste: mamma Melanie Griffith e nonna Tippi Hedren, questa è un'intervista in esclusiva con l'attrice americana che oggi ha due alleati, Alessandro Michele di Gucci e il regista Luca Guadagnino.

Dakota Johnson
Jan Welters

I migliori amici che una ragazza può volere a Hollywood sono un regista dall’estetica raffinata e uno stilista all’apice che ti trasformi in sua musa. Dakota Johnson, 28 anni, li ha trovati entrambi, sono italiani e a lei molto fedeli. Alessandro Michele, direttore creativo di Gucci, l’ha scelta qualche anno fa come volto della fragranza Bloom, e di recente l’ha confermata per l’ultima versione Gucci Bloom Acqua di Fiori. Luca Guadagnino l’ha voluta due anni fa in A Bigger Splash, ispirato a La piscina, nel ruolo che fu di Jane Birkin e le ha proposto un secondo film. Sarà infatti protagonista del remake di Suspiria, cult di Dario Argento del 1977, ora in post produzione: «Abbiamo iniziato a parlare del progetto già sul set del primo film, ma sono serviti tre anni per trovare il momento giusto per me e per Tilda Swinton. Ce l’abbiamo fatta ed è stato crazy». Pazzesco? «Per me crazy non è mai interamente positivo o negativo. Ma so che voglio fare film con Luca per il resto della mia vita. Divento molto possessiva con lui (ride), e so che devo dividerlo con Tilda. Quindi diciamo che noi tre faremo film insieme per sempre» (gli altri film in lavorazione per Dakota sono: The Peanut Butter Falcon, con Shia LaBeouf, e Bad Times at the El Royale con Chris Hemsworth, mentre è ormai conclusa la saga di Cinquanta sfumature che l'ha resa famosa).

Dakota Johnson fotografata in esclusiva per Marie Claire.
Jan Welters

Durante la nostra intervista ai Milk Studios di Los Angeles, dove sono stati scattati questi ritratti, Dakota non nasconde anche l’affetto per lo stilista: «Con Alessandro abbiamo costruito una collaborazione lavorativa e una bella amicizia. È una persona genuinamente amorevole, non c’è nulla di falso in lui. Lo ammiro perché la connessione tra il suo cuore e il cervello è un flusso costante. Mi sembra di parlare la stessa lingua, anche se in realtà parliamo lingue diverse».

Dakota Johnson fotografata in esclusiva per Marie Claire.
Jan Welters

Dakota Johnson sussurra un «Ciao a tutti!» mentre si nasconde velocemente dietro il paravento con il truccatore e il parrucchiere. A seguire trottano le sue agenti, due, iPhone in una mano, tazza Starbucks nell’altra, iniziano subito a parlare con il fotografo. Sarà una faccenda lunga, il primo click arriva dopo due ore e mezza. Le domande dovrò farle alla fine, mi dicono. Nessun problema, penso, set fotografici, interviste, sono sicura ce li abbia nel sangue, visto che è la terza generazione di un clan che qui chiamano Hollywood Royalty, la nobiltà hollywoodiana. La nonna è Tippi Hedren, favolosa 88enne, musa di Alfred Hitchcock (Gli uccelli, Marnie), la mamma è Melanie Griffith, attrice simbolo degli anni 80 e 90 (Una donna in carriera), il papà Don Johnson (protagonista di Miami Vice). Dakota ha debuttato proprio accanto alla madre, in Pazzi in Alabama, diretto dal suo patrigno Antonio Banderas, con il quale è cresciuta. «Avevo nove anni», racconta, «ed ero così felice di essere finalmente stata inclusa nella tradizione familiare. L’ho presa molto seriamente, ho lavorato sulla voce e sull’accento con un insegnante. Finalmente mi era stato concesso di essere parte di qualcosa che avevo sempre voluto fare».

Dakota Johnson fotografata per Marie Claire.
Jan Welters

Poi, però, sono trascorsi altri dieci anni prima di un secondo film, «perché i miei volevano finissi la scuola e penso sia stato giusto così». Nonostante quest’abitudine familiare alla celebrità, sul nostro set Dakota è guardinga quando le si avvicina il fotografo per mostrarle la posizione per lo scatto. Lo osserva mentre entra nella sua safe zone per arrotolare i jeans. Una circospezione che non è dovuta a noi, ma a una diffidenza un po’ innata, vista la risposta ironica alla domanda: di chi ti fidi a Hollywood? «Del mio analista».

Dakota Johnson con il regista italiano Luca Guadagnino.
Getty Images

Un terremoto scuote il cinema americano e Dakota non si tira indietro dal dire la sua. Lo ha fatto, silenziosamente, riattivando il suo profilo Instagram (aveva cancellato tutte le foto un anno e mezzo fa) con un post di adesione a Time’s Up, l’iniziativa nata dal movimento #MeToo e da alcune attrici, con un fondo legale per un sostegno gratuito per chi ha subito molestie sul lavoro: «Se potessi fare qualcosa... Be’, sposterei le cose subito verso tutt’altra direzione. È un momento incerto, triste e a volte spaventoso. Più le donne discuteranno e agiranno insieme, più possibilità ci saranno di cambiare veramente la situazione. Il legame femminile è fondamentale, le dispute fra donne sono la forma più brutale che esista. Nessuno riesce a ferirti come un’altra donna. A questo punto, spero in ogni ambito lavorativo, inizieremo a sostenerci a vicenda, perché è la base indispensabile per un vero cambiamento».

Dakota Johnson con mamma Melanie Griffith nel 2003.
Getty Images

Non potrebbe pensarla diversamente data l’esperienza di sua nonna Tippi Hedren, che nell’autobiografia Tippi. A Memoir ha raccontato l’oscura ossessione di Hitchcock per lei. All’epoca, non poteva parlarne a nessuno. Il libro, pubblicato un anno prima dello scandalo Weinstein, ha dato al fenomeno una scoraggiante prospettiva anche sul passato. Il regista la tormentava con inviti non richiesti, a cui seguivano vendette per i rifiuti, fino alla vera e propria aggressione durante le riprese di Marnie, alla quale Tippi riuscì a sfuggire, mentre Hitch le giurò di rovinarle la carriera. Da quel momento fino alla fine del film il regista la chiamerà soltanto “the girl”, mai più con il suo nome e, nei due anni successivi di contratto, non le permetterà di lavorare né per lui né per altri. Tippi non si è mai pentita, in una recente intervista radio accanto a figlia e nipote, ha ribadito: «Non ho mai sbattuto forte la porta dietro di me come quella volta».

Dakota Johnson con la nonna Tippi Hedren, la mamma Melanie Griffith e la sorella Stella Banderas, figlia di Griffith e Antonio Banderas.
Alamy

Le vite delle donne di casa mostrano un aspetto che l’ultima generazione non sembra voler replicare. Mamma e nonna hanno avuto entrambe tre mariti e si sono sposate giovanissime, mentre Dakota mantiene il totale riserbo sulle sue frequentazioni, l’ultima con Chris Martin dei Coldplay. Dietro le quinte è impegnata in ben altro: «Voglio iniziare a produrre, perché il vero potere è creare contenuti. Negli ultimi due anni ho faticato a trovare storie e personaggi che vorrei vedere sullo schermo. Ho pensato che, se il contenuto che voglio non esiste, devo iniziare a crearlo da sola. Sto portando avanti sei progetti diversi in questo senso. Ci sono tante attrici, sceneggiatrici, registe con le quali vorrei sviluppare qualcosa».

Dakota Johnson fotografata in esclusiva per Marie Claire.
Jan Welters

La voce non è più sussurrata, forse un riflesso involontario del fatto che questi sono i temi di cui preferisce parlare. «Per quello più concreto sto lavorando con Amazon, ma stiamo ancora riscrivendo la sceneggiatura. Si intitola Unfit, tratto dal libro di Adam Cohen, Imbeciles, e racconta la sterilizzazione forzata di Carrie Buck, approvata dalla Corte Suprema nel 1927 sulla base di una presunta instabilità mentale. È incredibile che questa storia non sia insegnata nelle scuole. Io stessa non ne sapevo nulla. È un tema attuale perché tratta della salute e dei diritti delle donne». Non è facile finanziare un film, ma forse i nuovi giocatori in campo, come Amazon e Netflix, agevolano il compito? «Sicuramente. Ora si possono tentare molte più strade, non solo attraverso i grandi studios. Ma le tempistiche, i fondi... Sono tanti i fattori da conciliare. L’aspetto cruciale è trovarsi nel posto giusto, con il progetto giusto e le persone giuste. E, se parte, sei fortunata, altrimenti fai un altro tentativo, ma è un’attività frenetica».

Dakota Johnson con Alessandro Michele, direttore creativo Gucci.
Getty Images

Cos’hanno in comune le storie che vuole raccontare? «Appartengono a generi diversi, ma tutte le protagoniste nuotano controcorrente». Donne salmone? «Ammiro molto quelle che sono coraggiose abbastanza da realizzare i propri sogni, che lottano per ciò che desiderano e che si fanno un culo così. Soprattutto se riescono a essere gentili e premurose durante il percorso». «Ultima domanda», sento dal fondo della stanza. Ultima risposta: «La mia generazione ha una spinta personale che non esisteva in quelle precedenti, abbiamo le abilità e le possibilità di portare avanti qualsiasi cosa, ma siamo anche incredibilmente pigri. Bizzarro paradosso. Alcuni riescono a prendere in mano la propria vita in modo meraviglioso, altri sembrano addormentati. Dovremmo cercare di costruire il mondo in cui desideriamo vivere, ed è quello che sto tentando di fare anche io con i miei progetti». Sembra proprio che Dakota Johnson non sarà mai solo “the girl” per nessuno, regista o meno.

Dakota Johnson fotografata in esclusiva per Marie Claire.
Jan Welters

In tutti i ritratti di Dakota Johnson è vestita Gucci. Servizio Ivana Spernicelli. Ha collaborato Marta Donadi. Foto Jan Welters. Trucco Kara Yoshimoto. Capelli Clayton Hawkins. Entrambi per Starworks Group. Manicure Yoko Sakakura per The Only Agency. Producer Peter McFlafferty.

Dakota Johnson è uno dei volti della campagna per la nuova fragranza Gucci Bloom Acqua di Fiori, che omaggia l’amicizia femminile: «Ci credo fermamente. È arrivato il tempo di celebrare il sostegno tra donne. Sono testimonial insieme a Petra Collins e Hari Nef, due artiste brillanti, e mi sento fortunata a stare accanto a loro».

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