Quando lo si incontra dal vivo, in un bar branché del suo quartiere parigino - poco distante dal Canal Saint Martin - o a Lignano Sabbiadoro - poco prima di ricevere il Premio Hemingway - ciò che colpisce di Emmanuel Carrère è quel suo vivere secondo un ossimoro: con i piedi ben ancorati a terra, ma con la testa in aria – ovviamente nel senso più buono possibile - vagando tra pensieri che poi portano a parole e a frasi precise pronunciate dopo un’attenta riflessione. Quando gli chiedi qualcosa, poco importa l’argomento, si prende sempre “Quel tempo in più” – come lo chiama lui - prima di rispondere. Gli serve per osservare, pensare e capire meglio, per estraniarsi e poi tornare a osservare e a rispondere in maniera puntuale e mai scontata.

La sua eleganza è innata: classe 1957, parigino del 16esimo arrondissement (il quartiere più borghese della Ville Lumière) e figlio di Hélène Carrère d’Encausse - una storica molto acclamata esperta di Russia e Stalinismo già membro dell’Académie Française – è il classico uomo che starebbe bene anche in tuta, ma per fortuna – ci rivela – lui non la indossa. Questo per far capire che lo charme e il savoir faire che ha, hanno presa su chiunque, soprattutto sul pubblico femminile che lo adora. Ma perché – vien da chiedersi – uno come lui piace così tanto? Intanto, in parte la “colpa” è di quel motto della madre che ha fatto suo: “never explain, never complain”, che ha applicato in tutte le sue opere anche inconsciamente. Poi perché a colpire è il fatto che pochi come lui hanno fatto del culto e dell’esibizione del dettaglio scomodo, oltre che delle pulsioni taciute dai più, un marchio di fabbrica. E tutto questo a prescindere dal suo aspetto fisico. Se la lettera erotica dedicata alla sua fidanzata pubblicata su Le Monde non fece proprio piacere a quest’ultima, è anche vero che la stessa incuriosì milioni di lettori, soprattutto lettrici, tanto da spingerlo a scrivere un romanzo partendo proprio da quella lettera - La vita come un romanzo russo – un grande successo pubblicato come tutti gli altri suoi romanzi in Italia da Adelphi. Il rapporto con le fidanzate e la famiglia emerge spesso in ciò che scrive, ad esempio in Vite che non sono la mia, uno dei suoi libri migliori, ripubblicato di recente, dove racconta la malattia e la morte della cognata malata di cancro, un’opera che si fa carico di altre esistenze nel corpo a corpo con quell’informe che è la vita. Ovviamente, anche in questo caso, la quotidianità tragica dell’autore va ad intrecciarsi ad un altro evento, lo tsunami del Natale 2004 in Sri Lanka, paese in cui lo scrittore era in vacanza proprio con la compagna. “Penso sia il migliore che ho scritto, è per questo che è quello che ho più amato”, ci spiega. “anche perché mi è sembrato di aver reso un servizio decidendo di raccontare tanto dolore dopo quella tragedia collettiva dello tsunami”, aggiunge. “È un libro sulla vita e sulla morte, sulla povertà e sulla giustizia, sulla malattia e soprattutto sull’amore”, continua fissandoci negli occhi sempre dopo lunghe pause di riflessione. “È un libro in cui tutto è vero” e questo chi lo legge lo sa bene, perché accade in quasi tutti i suoi romanzi. Per Carrère la realtà “è sempre una fonte preziosa d’ispirazione” ed è quello che sa fare meglio.

A colpire, quando si legge un libro, è quasi sempre la versione del narratore e la sua è filtrata accuratamente da idiosincrasie ed ossessioni. I personaggi al limite sono il leitmotiv che preferisce. Pensate a Jean-Claude Romand, serial killer francese che per quasi vent’anni ha finto di essere un medico, mentendo alla famiglia. Accumulati oltre due milioni di franchi di debiti e temendo di essere scoperto, uccise i genitori, la moglie e i figli. Dopo una fitta corrispondenza con Romand, rinchiuso in carcere, Carrère decise di scrivere nel 2000 L’avversario, anche questo di grande successo, da cui è stato anche tratto un film. Le piacerebbe incontrarlo? –gli chiediamo. Di nuovo riflette, ci fissa e poi risponde. “È un uomo malato di malattia, scrivo nel libro. Se lui vuole incontrarmi, ok, ma io non lo cercherò. In diciotto anni di sotterfugi e menzogne, è davvero incredibile che non sia stato scoperto (Romand aveva anche un finto impiego da ricercatore presso l’Oms, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, ndr). È un enigma della realtà, nulla di fatalistico”.

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La Russia è un luogo spesso presente nelle opere di Carrère. Il suo più grande successo è Limonov, una biografia romanzata di Eduard Limonov, punk, politico, scrittore e dissidente russo che ha vissuto in Europa e Usa, per poi tornare in patria e diventare un oppositore di Putin, oltre che un fervente rappresentante del partito nazionalista. Carrère lo conobbe, come racconta, a Parigi, e lo rivide a Mosca. Uno scrittore che all’inizio aveva ammirato, ma poi detestato perché scoprì che aveva combattuto nella ex Jugoslavia assieme alle Tigri di Arkan e per aver fondato un partito para-nazista e stalinista in Russia. “Quando ho cominciato a pensare di scriverlo mi dicevano che era un’idea idiota”, spiega. “Perché avrei dovuto scrivere di un piccolo fascista? Adesso, invece, ho l’orgoglio professionale di aver identificato questo soggetto e penso davvero che fosse un buon soggetto”.

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Le vicende di vita personali, dall’avvicinamento al cristianesimo al matrimonio in chiesa, dal battesimo del figlio al ritorno all’ateismo, vanno ad intrecciarsi anche ne Il regno, in cui l’autore indaga la religione a partire dalle vite dell’evangelista Luca e di Paolo. Da leggere è il suo noir La settimana bianca, da recuperare il suo reportage A Calais e Io sono vivo, voi siete morti, da lui scritto a trentacinque anni, in cui racconta la vita, vissuta e sognata, di Philip K. Dick. «Propizio è avere ove recarsi» è una delle risposte che fornisce, quando lo si interroga, l'I Ching, l'antico libro oracolare cinese che l’autore ha scelto come titolo dell’omonimo libro. Seguendo quella preziosa indicazione, Carrère è partito innumerevoli volte, con una meta e uno scopo sempre diversi (e non necessariamente scelti da lui): è andato nella Romania del dopo Ceaușescu sulle tracce del conte Dracula, nei tribunali della «Francia profonda» a seguire processi per atroci delitti, nella Russia di Putin a immergersi nell'infinito caos del postcomunismo, al Forum di Davos a «chiacchierare» con i potenti della terra, nel Nord dello Stato di New York a incontrare il fantomatico «uomo dei dadi» – imbattendosi non di rado in storie e personaggi sorprendenti, e a volte sconvolgenti, che avrebbero offerto materia a L'Avversario, Un romanzo russo, Limonov.

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Il cinema lo ha “sempre divertito ed appassionato”. Da poco ha finito di girare un film, che è ora al montaggio, tratto da un libro che in Francia ha avuto grande successo, Le Quai de Quistreham, scritto sotto copertura dalla giornalista Florence Aubenas che si è finta a lunga una donna delle pulizie precaria sulla linea che collega la Francia all’Inghilterra. “Ha interpretato dieci anni fa lo stato d’animo dello strato sociale francese in crisi: precari e disoccupati, quelli che sono poi diventati i i ‘gilet gialli’”, ricorda lui. Juliette Binoche ne è la protagonista, gli altri ruoli sono affidati ad attori non professionisti. “È stata un’avventura interessante e piena di sorprese umane”. L’ennesima dimostrazione della sua passione/ossessione per la scrittura. Ma cosa rappresenta per Carrère scrivere? “È trovare le forme più varie e possibili per descrivere il dialogo tra se stessi e gli altri”, risponde stavolta senza pensarci, probabilmente perché questa è una domanda a cui ha dovuto rispondere molte volte. “Può assumere la forma di un’identificazione negativa, ma altre volte è assolutamente il contrario”.