Right now, proprio adesso: Aziz Ansari parla di sé al presente fin dal titolo, nel suo nuovo stand up uscito pochi giorni fa su Netflix. Un presente che non si limita all’oggi, ma è il risultato di un processo messo in moto un anno e mezzo fa, quando il comico americano di origini indiane è finito al centro di una delle tante tempeste mediatiche del #metoo. Più precisamente quando Babe.net, sito pseudofemminista ormai defunto, diffuse la testimonianza anonima di una ragazza che era uscita con Ansari, un racconto che ne sbugiardava l’immagine pubblica e artistica di uomo femminista, attento e rispettoso del consenso, dipingendo invece il ritratto privato di un egocentrico accecato dallo status di celebrità, convinto di poter ignorare le richieste e le emozioni della sua partner grazie semplicemente al fatto di essere famoso. La vicenda è stata recepita in modo diverso da persone diverse: per le femministe di seconda generazione, abituate a considerare ogni uomo un potenziale molestatore, è stato un bad date totalmente nella media, perché “i maschi fanno schifo”; per il buon vecchio misogino quarantenne di sinistra medio è stato il piagnisteo di una millennial troppo sensibile che si è sentita rifiutata da Ansari e ha voluto vendicarsi; da quelli che ritengono il #metoo una caccia alle streghe, è stato dipinto addirittura come la crocifissione mediatica di un artista totalmente incolpevole. Ovviamente, invece, per coloro che non ragionano per stereotipi la questione è più complessa ed è più difficile tirare conclusioni: è stato sicuramente un grave momento di mancata comunicazione privata tra due adulti consenzienti, che ha causato molto disagio a una delle due parti (la ragazza) e non è stato sul momento nemmeno registrato da Ansari, che probabilmente non era molto interessato a lei e soprattutto grazie alla fama non era più abituato a dover essere gentile e attento con le donne per riuscire a portarsele a letto. Un episodio che a una lettura superficiale sembra molto comune e piuttosto innocuo, anche se sgradevole; in fondo, chi di noi può dire di non essere mai stato trattato con indifferenza da una persona che era attratta da noi meno di quanto lo eravamo noi da lei?

Se però si passa dal personale al generale e si guarda al bad date in questione non come malinteso privato, ma in termini di specchio dei rapporti uomo-donna e della mancanza di comunicazione che li caratterizza e cartina di tornasole di quanto la fama incida sul comportamento degli uomini che la possiedono verso le donne che non la possiedono, le cose cambiano parecchio. Aziz Ansari, inconsapevolmente, è diventato così il simbolo di tutti gli uomini che non molestano, ma non sono neanche disposti ad ascoltare le donne e trattarle come esseri umani al loro livello, che usano il proprio potere per sedurre e poi lo usano per limitare al minimo le possibilità di esprimere la propria opinione per la donna con cui stanno interagendo. Inconsapevolezza qui è la parola chiave: difficile non credere ad Ansari quando diceva di non essersi nemmeno reso conto che la ragazza con cui stava non fosse felice (era talmente concentrato su se stesso che la cosa era inevitabile) e certo non eravamo davanti a un caso di violenza e forse neppure di molestie. Tuttavia, Netflix non ci mise molto a cancellare Master of None, lo show di Ansari, buttando il comedian in un periodo di difficoltà e depressione che avrebbe potuto condurlo, come è stato per Louis C.K. - anche se in ben altre e ben più gravi circostanze - a produrre materiale pieno di risentimento per il trattamento in fin dei conti forse sproporzionato ricevuto dalla piattaforma. E invece, su quella stessa piattaforma, Ansari torna con uno show pieno di pacatezza, riflessione e maturazione che riflette sia sulla propria personale esperienza che sul momento storico.


In Right Now, Ansari ci dipinge una contemporaneità divisa e confusa, in cui gli individui non comunicano tra loro e le opinioni sono polarizzate, ma soprattutto crea un ritratto di sé come individuo al centro di quelle che il femminismo intersezionale chiamerebbe “rette di oppressione”, ovvero di spinte opposte che convivono contemporaneamente nella sua esistenza: come uomo, Ansari è un eterosessuale privilegiato che non conosce la sopraffazione né la marginalizzazione; come figlio di immigrati indiani invece, è vittima costante di razzismo; come persona famosa, sta facendo i conti con una responsabilità che non pensava di avere. Non a caso i primi paragoni con uomini famosi nello stand up sono R. Kelly e Michael Jackson: due casi diversissimi ma identici nel farci riflettere su come l’abitudine collettiva di lasciare che alle celebrità venga perdonato tutto possa portare a casi in cui il potere viene usato per molestare - e il legame con la propria esperienza personale è chiaro, nonostante si tratti di ben altri livelli di gravità. Il messaggio di fondo è: li abbiamo tutti lasciati liberi di fare ciò che volevano per anni, me compreso, ora ce ne rendiamo conto e non solo dobbiamo impedire che accada di nuovo, dobbiamo essere consapevoli del perché è accaduto.

Il leitmotiv dello show è il cambiamento, l’importanza di non essere mai uguali a se stessi, “you’re supposed to change”, dovrebbe essere normale cambiare, maturare, aprire la propria visione del mondo e soprattutto riflettere su propri errori per diventare una persona migliore. Non è un mea culpa quello di Ansari, ma un percorso di crescita che inizia dal trauma di scoprire di non essere l’uomo che pensava di essere. Perché ci sembra così eccezionale vedere un uomo che sul palco dice “ho fatto senza rendermene conto una cosa orrenda, me ne assumo la responsabilità e cerco di capire come essere migliore in futuro”? Semplicemente perché finora Aziz Ansari è stato l’unico, tra coloro che sono finiti nel turbine del #metoo, a scegliere la strada dell’elaborazione anziché quella della negazione, del rifiuto o peggio, dei risentimento: Bill Cosby si è difeso strenuamente dalle accuse di stupro oltre ogni possibile evidenza; Louis C.K. si è dichiarato colpevole di molestie nei confronti di numerose colleghe per poi portare però in giro per gli USA (e grazie all’arretratezza del nostro paese su questi temi, anche in 3 spettacoli milanesi) materiale pieno di vittimismo e rabbia nei confronti delle nuove generazioni e della nuova visione del mondo di cui sono portatrici; Kevin Spacey ha diffuso un video natalizio tra il piagnucoloso e il ruffiano per cercare il compatimento dei fan alla vigilia del processo per molestie nei confronti di un minorenne.

In questo quadro in cui uomini adulti non riescono a prendersi la responsabilità delle proprie azioni e gridano alla caccia alle streghe, che uno di loro mostri al mondo che è possibile gestire con intelligenza, ma senza votarsi al martirio una situazione del genere è una vera e propria rivoluzione. Lo show Right now diventa così il primo stand up show del nuovo Aziz Ansari, rilanciando la sua reputazione e la sua carriera che sembravano irrecuperabili, semplicemente grazie alla forza di saper ammettere di aver sbagliato e all’intelligenza di capire che un errore non è un peccato irreparabile di cui ci si è macchiati ma un incidente di percorso da elaborare, non gridando alla persecuzione ma mettendolo a sistema con pacatezza e ironia. Quello di Aziz Ansari non è il grido indignato della mascolinità tradizionale offesa quindi, ma la voce rappresentativa di una comedy che cerca di andare alla ricerca di una nuova identità: più riflessiva e più orientata verso il presente, più consapevole del proprio potere di influenza e manipolazione e quindi della propria responsabilità verso un pubblico che non va educato, ma va rispettato. In piena contraddizione con l’idea che il rispetto e il politically correct siano limitazioni alla libertà artistica, l’esperienza di Ansari sembra averne liberato la creatività più autentica, costringendolo a liberarsi delle maschere e dei personaggi dietro cui si nascondeva rendendolo un artista più completo e innalzando la qualità della sua performance al livello dei veri innovatori. Non soltanto per come ha saputo elaborare, per primo, in maniera utile e creativa le contraddizioni del nostro periodo storico ma anche per come ha saputo inserirle pienamente all’interno della sua esperienza umana, portando alla luce e sul palco un Ansari più reale (o perlomeno, realistico), in cui il pubblico può immedesimarsi e con cui possiamo tutti, anche le donne, empatizzare.