“Guarda bene e non dimenticare mai quello che stai vedendo”. Quanti genitori, in quel 20 luglio 1969, misero davanti alla tv i loro figli, anche piccolissimi, perché ricordassero per sempre lo sbarco sulla Luna, un momento così importante della storia? Quest'anno è il 50esimo anniversario dello sbarco sulla Luna e dopo quel giorno, per anni, in un’epoca in cui il tempo era più lento e la memoria delle cose permaneva più a lungo, ogni sussidiario nelle scuole elementari ha portato fra le parole da imparare anche “LEM" che era la sigla del modulo lunare, e non c’era persona al mondo che nominando Neil Armstrong, Buzz Aldrin o Michael Collins, i membri dell’equipaggio della missione Apollo 11, domandasse “chi sono?”. Armstrong, Aldrin e Collins erano tutti coetanei, 39 anni a testa, e dei tre, solo Collins non mise piede sul satellite. Come quando il sabato sera uno degli amici non beve per guidare, e riaccompagnare tutti a casa, lui che era il pilota del modulo di comando doveva riportare tutti sulla Terra: troppo prezioso per rischiare che si facesse male. Ad assistere all’allunaggio c'era anche il presidente degli Stati Uniti, Richard Nixon. In tasca aveva pronto il testo per due diversi tipi di comunicazioni, quel giorno. Uno era il ringraziamento che avrebbe fatto ai piloti, con un complicato collegamento Terra-Luna. L'altro, serviva per tre telefonate tutte uguali a tre donne, nel caso in cui le cose fossero andate male. Le mogli degli astronauti.

La descrizione migliore delle the astronaut's wives club (che è anche il titolo di un libro best e di una serie tv) la dà un articolo del Los Angeles Times del 2015: “Negli anni '60, poche donne americane furono poste su un piedistallo più alto del loro. Colonne portanti della famiglia senza mai un capello fuori posto, portabandiera della nazione che allevavano i figli mentre i loro mariti scorrazzavano nello spazio”. Janet Elizabeth Sheron Armstrong, Joan Aldrin e Patricia Collins quel 20 luglio del 69 non poterono cancellare il sorriso dalle labbra nemmeno un istante perché il piano spaziale americano doveva essere sostenuto anche, soprattutto, dall’ottimismo. Kit, ovvero Keep in touch, era il codice con cui si promettevano sostegno reciproco. Proud, Thrilled, Happy, orgogliose, entusiaste e felici era il loro motto, probabilmente coniato da un ufficio stampa, e dovevano confermarlo in ogni gesto. Anche se dentro si sentivano morire perché non era vero che sarebbe andato per forza tutto bene. La prima missione che avrebbe gradualmente portato all’allunaggio, la Apollo 1, era andata malissimo: il 27 gennaio del 1967 l’intero equipaggio era perito durante un’esercitazione per un banale incidente, un filo di rame scoperto dall’attrito con lo sportello che causò un incendio nell’abitacolo. Niente poteva garantire che i nomi dei loro mariti non sarebbero finiti su una targa commemorativa come quelli di Grissom, White e Chaffee, gli sfortunati colleghi dell’Apollo 1. E per sopire quell’ansia incontenibile, queste donne facevano ricorso a qualsiasi rimedio poco vistoso che avessero a disposizione. Compreso l’alcol.

Janet Elizabeth Shearon era di Wilmette, nell’Illinois. Figlia di un medico, laureata in economia domestica, era membro della Alpha Chi Omega, famosa confraternita universitaria di ragazze di buona famiglia. Le mogli degli astronauti erano tutte ragazze senza scheletri nell’armadio, praticamente con gli obblighi morali di una first lady. Janet aveva incontrato Neil Armstrong nel 1956, quando lui era di ritorno dal fronte in Corea e secondo i racconti di chi li frequentava, scelse Janet quasi a tavolino, senza troppi romanticismi. Si sposarono lo stesso anno con una cerimonia semplice, sulle montagne di San Gabriel, in California. Neil era un genio dell’ingegneria aeronautica, che aveva iniziato a studiare a 17 anni, ma allo stesso tempo, al college, era stato un buon atleta. Una combinazione perfetta di corpo e mente per un futuro astronauta. Janet aveva dovuto adattarsi subito alla vita complicata del marito, erano andati a vivere a Juniper Hills, vicino alla Base Aerea Edwards in cui Neil si esercitava. La casa era così vicina che durante il giorno, dalla finestra, lei vedeva volare il velivolo sperimentale in cui si trovava il marito. Spesso trascorrevano mesi separati, a causa delle esercitazioni di lui. Quando la NASA lanciò il programma spaziale si trasferirono a Houston, in Texas. Ebbero tre figli Eric, Karen e Mark, ma la seconda, nata col cancro, morì a due anni. La vita di Janet Armstrong, la moglie del primo uomo sulla luna, non è stata uno scherzo. Neil Armstrong - racconterà poi chi lo ha conosciuto - era una fredda macchina da guerra, concentrato sui suoi obiettivi e affettivamente carente. D’altra parte, quanta tenerezza si poteva pretendere da un uomo che avrebbe affrontato la Luna? Restarono insieme per 38 anni, prima di divorziare. Lui morirà il 25 agosto del 2012, sconfitto dalle coronarie compromesse. Janet lo seguirà il 21 giugno del 2018, addormentata a 84 anni da un cancro ai polmoni. Nel film First Man del 2018 lui è interpretato da Ryan Gosling, e lei da Claire Foy.

Janet Armstrong, Pat Collins, Joan Aldrin
BettmannGetty Images

“Ho sposato un ingegnere e mi ritrovavo con un eroe”. Questa è la frase più celebre di Joan Aldrin, la moglie di Buzz Aldrin, il secondo uomo che ha messo piede sulla Luna. È colei che verrà immortalata da un fotografo mentre, un attimo prima dell’allunaggio, volge lo sguardo altrove con un’espressione di orrore. Anni dopo, Joan raccontò di non essere stata entusiasta quando lui le annunciò che avrebbe fatto parte della storica missione. “È stato destabilizzante, non capivo cosa avrebbe significato, al tempo, e la mia reazione immediata fu di rabbia contro Buzz. Avrei preferito che fosse un carpentiere, un camionista, uno scienziato. Eppure, avrei dovuto aspettarmelo da lui”. Joan Archer, nata il 5 dicembre del 1930 da un italiano e una canadese, era cresciuta durante la Grande Depressione di cui non aveva sentito i morsi grazie all’agiatezza familiare. Aveva studiato recitazione e aveva avviato una soddisfacente carriera di attrice teatrale. Fino a quando lei stessa è diventata un personaggio da film, diventando la moglie di Edwin Eugene Aldrin, detto Buzz, un uomo che sarebbe entrato nella leggenda. Quando si sposarono a Paterson, nel New Jersey, era il 1954 e anche Aldrin partì per combattere in Corea lasciandola a casa.

Joan Aldrin era colma di pazienza: governò la vita del marito e dei loro tre figli Janice, James e Andrew, mentre lui studiava al MIT, era impegnato nella Air Force e si esercitava alla NASA. Al tempo veniva definita “donna modello” perché “stava al suo posto con grazia e umiltà”. Della sua carriera di attrice era rimasto poco. Durante il tour in cui i tre astronauti vennero portati in trionfo, la stampa la elevò a simbolo della vera donna americana, dedita al marito e alla gloria del paese. Joan divorziò da Buzz Aldrin nel 1974 e rientrò nel mondo dello spettacolo dal backstage. Diventò una top manager della rete ABC dove si distinse per il fiuto e il talento, ma anche per il sense of humor che, da moglie dell’eroe, non aveva manifestato più di tanto. Vuotò anche il sacco, lamentandosi dei lunghi periodi di solitudine senza il marito, che era sempre in volo, e di quando Buzz, per farle compagnia, le regalò PoPo, una scimmietta domestica, rendendole invece la vita un inferno. Andò in pensione nel 1998 e se n’è andata in punta dei piedi il 22 giugno del 2015, a 84 anni. L’ex marito ha oggi 89 anni, ha adottato legalmente il nome Buzz, e di recente ha raccontato alla stampa di come, dopo aver affrontato lo spazio, i suoi nemici peggiori siano stati la depressione e il conseguente alcolismo. E di come sfruttò i dieci secondi di attesa subito dopo l’allunaggio per valutare la stabilità del terreno, prima di uscire: facendo pipì.

Essere moglie di astronauta significava prendere il tè con Jackie Kennedy. Andare in udienza dal papa e dalla regina Elisabetta per consegnarle un frammento di roccia lunare. La moglie del pilota della missione, Michael Collins, detto Mike, non era esente da questi doveri che la nazione si aspettava dalla sua famiglia. Patricia Mary Finnegan, classe 1930, era una ragazza di Boston, anche lei di buona famiglia. Quando conobbe Mike, a una messa indetta per gli ufficiali dell’aeronautica, era laureata in Lingua e Letteratura Inglese e lavorava come assistente sociale in un centro di aiuto per ragazze madri. Alla messa ci era andata perché prestava volontariato nell’Air Force service club, a cui si era unita per viaggiare. Collins, nato in via Tevere a Roma, dove il padre lavorava all'ambasciata americana, era episcopaliano, lei era di origine irlandese e saldamente cattolica. Questo comportò un fidanzamento abbastanza lungo, prima che il padre di lei le desse il permesso di sposarlo, ma poi lui venne spedito in Ungheria durante la rivoluzione del 1956. Si sposarono infine nell’estate del 1957. La coppia non divorzierà mai ed ebbe tre figli: Kate Collins, che diventerà un’attrice famosa negli Stati Uniti, Ann e Michael. Pat se n’è andata il 9 aprile del 2014. Michael Collins è ancora tra noi. Forse, fra le tre mogli della Luna, Patricia Collins è quella che ha subito meno la pressione del suo ruolo. Anni dopo, con grande ironia, raccontò che quel 20 luglio del 1969, così speciale per lei e per la nazione, era nella sua casa con i giornalisti. Ma tutto ciò che le veniva in mente era che in quel momento in cui "in tutto il paese si accolgono i mariti al loro ritorno dal lavoro" il suo, di marito, era in orbita, "penzolando e roteando all'estremità di un cavo di sicurezza di 50 piedi, che si srotola pericolosamente fuori dal portello aperto di una navicella".