Da quando la ginnasta Simone Biles vince tutto a man bassa, viene accostata spesso a una collega del passato. È Nadia Comăneci di cui le generazioni più recenti forse sanno poco, ma che per quelle precedenti è stata un modello di determinazione e impegno nell’ottenere ciò che si vuole dalla vita. Senza sapere cosa c’era dietro alle sue vittorie sudatissime. Nadia Comăneci è passata alla storia per il “10 perfetto” alle Olimpiadi di Montreal del 1976. Uno scricciolo di soli 14 anni, che alla fine della performance saltò sul tappeto senza un filo di sudore sulla fronte e a malapena con il fiatone. Impossibile, per i connazionali, non trasformarla immediatamente nel simbolo estremo di una propaganda del regime comunista. Inevitabile che il potere si invaghisse di lei in tutti i modi, anche quelli non leciti per la sua giovane età. E il tentacolo del potere che la raggiunse e la afferrò si chiamava Nicu Ceaușescu.


Il teatro della storia fra Nadia Comăneci e Nicu Ceaușescu è la Romania, il tempo quello della dittatura di Nicolae Ceaușescu, tra il 1967 e il 1989, gli anni dalla sua salita al potere all’esecuzione capitale. La potenza e l’influenza della famiglia Ceaușescu sono state tali che ancora oggi, a 30 anni dalla loro estinzione, c’è chi in Romania ne mantiene in vita il culto nostalgico, e parlarne male non è consigliabile. Ed è vivo il culto del figlio terzogenito del dittatore, Nicu, avuto dalla moglie Elena. In virtù di un’autoproclamata dinastia, Nicu, detto “il principe” era considerato da tutti il successore del padre, che affiancava negli affari di Stato sin da giovanissimo. I difetti da cliché li aveva tutti: giocatore d’azzardo, alcolista, donnaiolo. Il padre sottraeva soldi dalle casse dello Stato per pagare i suoi debiti. Si racconta che una volta Nicu entrò ubriaco fradicio in un locale dove si esibiva Maria Ciobanu, una cantante folk molto popolare al tempo, e le urlò delle oscenità. Lei ebbe l’ardire di rispondergli a tono, consigliandogli di indirizzare le stesse oscenità a sua madre. La carriera di Maria Ciobanu, da quel momento, finì.

La ginnasta Nadia Comăneci
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Era impossibile dire di no a Nicu Ceaușescu. Potevi essere una donna sposata e con figli, ma se lui si invaghiva di te e lo rifiutavi come minimo perdevi il lavoro, al peggio tuo marito finiva anche in prigione. Ovviamente c’erano anche donne che facevano di tutto per incrociarlo e attirare la sua attenzione perché entrare nelle sue grazie significava pasteggiare con caviale annaffiato di champagne mentre il popolo moriva di fame. Sui social, 30 anni dopo, ci sono gruppi dedicati ai tempi passati della Romania in cui vecchie glorie dello spettacolo postano le loro foto di allora a braccetto con Ceaușescu jr, con rimpianto. Ma per la maggior parte era meglio non incontrarlo mai. Per Nadia Comăneci questo sarebbe stato impossibile.

La ginnasta Nadia Comăneci
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Nicu Ceaușescu era così spietato, dicono in molti, per colpa di sua madre. Nel 1969 aveva trovato il grande amore, si chiamava Donca Mizil ed era la figlia di un dignitario comunista. Ma a Elena Ceaușescu la ragazza non piaceva e secondo la leggenda, alla notizia che attendeva un bambino da Nicu la fece prelevare in strada dai servizi segreti per portarla a forza in una clinica abortiva, prima di fare in modo, definitivamente, che il figlio la mollasse. Nicu si innamorò ancora, stavolta di una cantante, Janina Matei, ma anche stavolta la famiglia, che voleva farlo sposare con una donna più altolocata, intervenne per troncare la relazione spedendola a vivere in Italia. Lui reagì iniziando a bere, e poi tutto il resto.

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A quel punto della vita di Nicu Ceaușescu compare Nadia Comăneci. Nata nel 1961, Nadia aveva iniziato a fare ginnastica artistica a 6 anni e da allora aveva infilato un successo e un record dopo l’altro. Sulla biografia dei grandi atleti, a meno che non sei lo scapestrato George Best, non c’è mai molto da dire. La loro routine è cadenzata dagli allenamenti, interrotti solo dal giorno delle gare. La loro vita è morigerata, la loro dieta severissima. Si dice che l’agonismo iniziato nell’infanzia rallenti la crescita delle ossa perché i muscoli induriti creano un effetto bonsai. Probabilmente è il caso di Nadia, o forse era destinata a essere minuta di suo, alta 150 cm, pesava solo 40 kg e non doveva prendere un etto. Ma dopo il risultato olimpico storico era diventata più vistosa di un elefante e il dittatore in persona gongolava perché grazie a lei si parlava tanto di un paese praticamente invisibile all’opinione pubblica internazionale. La notarono però, soprattutto, in due. Uno era Bart Conner, un ginnasta statunitense di 18 anni che si prese una cotta per lei. Ma lei era così giovane che non se ne rese conto nemmeno quando lui le piazzò un bacio sulla guancia a Montreal, dopo il 10. L’altro era Nicu Ceaușescu , che aveva 10 anni più di lei.

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A quel punto della sua vita, Nicu Ceaușescu è già tarato. Si dice che avesse una prelazione sulle figlie dei gerarchi di regime, una sorta di ius primae noctis, che dovevano passare da lui per perdere la verginità durante festini sfrenati. Difficile capire come andarono davvero le cose, attraverso l’impenetrabile cortina di fumo che copre ancora il passato del regime. Ma anche se lei non lo confermerà mai, si dice che Nadia Comăneci, ad avere una relazione col figlio dell’uomo più importante del paese sia stata costretta. Il principe e la principessa. Una relazione forzata basata su violenze fisiche e psicologiche, intervallate dagli allenamenti e dalle gare internazionali in cui quella che tutti chiamavano “il piccolo robot” ma anche la Fata dei Carpazi, continuava a rastrellare medaglie. Si svegliava alle 5.30, si allenava dalle 6 alle 8, andava a scuola, pranzava, riposava un’ora, faceva i compiti, si allenava di nuovo fino all’ora di cena e poi non usciva più. Mangiava 100 grammi di carne a pranzo e 50 la sera, 3 vasetti di yogurt al giorno, 200 gr di verdure a pasto, tre frutti. Non poteva mangiare pane, patate, zucchero, olio. Nel libro La piccola comunista che non sorrideva mai, l’autrice Lola Lafon si chiede se quel regime così rigoroso che impediva di espandersi fisicamente per non comprometterne le performance, consentisse a quella Lolita volteggiante di avere almeno il ciclo mestruale.

La storia fra Nadia e il figlio del dittatore durò molto. A 17 anni, tre dopo le Olimpiadi, era ancora la sua amante ufficiale, esibita come un trofeo. Al rientro da Montreal, Nadia era stata accolta nel palazzo dei Ceaușescu come se quel privilegio fosse un premio, ma era l’ingresso in una prigione. Lei, alla spietata mamma Elena, andava bene. Nadia non aveva il coraggio di ribellarsi e fuggire dal regime, chi la conosce dice che sembrava subire tutto ciò che le accadeva come un fato ineluttabile. Dopo la fuga del suo allenatore-aguzzino Béla Károlyi verso gli Stati Uniti, non aveva più nessuno a impedirle di reagire. Lo fece inconsciamente cercando di rimuovere la causa del suo inferno: il successo. Ingrassò, tentò il suicidio bevendo un bicchiere di candeggina nella solitudine della casa lussuosa che le aveva comprato il suo amante. Il regime occultò lo scandalo e la rimise in pista. Alle Olimpiadi di Mosca, quattro anni dopo, la giuria corrotta le negò il bis per premiare le atlete di casa.

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Ma è quasi un sollievo, per lei. La sua annessione nella decadente aristocrazia rumena, vista da fuori, l’ha resa impopolare. Una volta viene trovata senza biglietto a bordo di un autobus e il controllore la ignora quando lei gli fa presente di essere “Nadia”, per antonomasia. A quel punto decide di fuggire, camminando verso il confine austriaco per sei ore. Secondo molti, ad aiutarla, sarebbe stato proprio Nicu Ceaușescu, inspiegabilmente. Raggiunta Vienna in auto con un amico, Nadia chiese asilo politico per trasferirsi poi negli Usa. Pochi mesi dopo scoppiò la rivolta in Romania ed era la parola “fine” sul lungo regime. Il suo ex amante venne arrestato per crimini contro lo stato e condannato a 20 anni di carcere. Uscirà nel 1992 per la salute compromessa dall’alcolismo e da una coltellata ricevuta in cella. Morirà di cirrosi epatica nel 1996. Nadia Comăneci oggi ha 57 anni. Nel 1994, negli Stati Uniti, ha rincontrato Bart Conner, l’atleta che aveva preso la cotta per lei a Montreal nel 1976. Si sono sposati nel 1996, 20 anni esatti dopo il 10 perfetto, e nel 2006 hanno avuto il loro unico figlio, Dylan Paul Conner. La sua vita è ancora piena, pienissima, fra la catena di palestre che ha fondato con il marito agli eventi a cui viene invitata in continuazione. Di quel periodo nella corte dei Ceaușescu non vuole parlare più. E forse va bene così.