"Non sono un gladiatore, io parlo col cuore", Timothée Chalamet

Tra messaggi engagé e trame shakespeariane, l'ex enfant prodige di Luca Guadagnino arresta il suono delle onde a Venezia 76.

"The King" Red Carpet - The 76th Venice Film Festival
Jacopo RauleGetty Images

“Bisogna saper usare la propria celebrità, per sé stessi, ma soprattutto per gli altri, cercando laddove possibile di farli stare meglio. Poi se non ci si riesce, pazienza, ma intanto bisogna provarci. Il cinema e la notorietà ti permettono di richiamare l’attenzione su cause che ti stanno a cuore”. Non è un attore cinquantenne a parlarci così alla 76esima Mostra Del Cinema di Venezia, ma un ventitreenne che ce l’ha fatta, almeno sul grande schermo, Timothée Chalamet, il Beautiful Boy nell’omonimo film di Felix Van Groeningen, quello che per primo Luca Guadagnino ha chiamato col suo nome. Da quel film elegante e raffinato tratto dal bestseller di André Aciman - “un film puro nel modo organico in cui è stato girato” lo definisce lui – sono passati due anni e molto è cambiato nella sua vita. È diventato famoso a livello planetario e tutti lo vogliono, moda e pubblicità compresi, si è fidanzato con una baby-star (solo per età anagrafica) come lui, Lily-Rose Depp (sì, proprio lei, la figlia di Johnny e Vanessa Paradis), ma lui è rimasto ancora il ragazzino di Hell’s Kitchen gentile e spaesato. Gira per il mondo a promuovere film tra continui cambi di aerei e jet-lag, ma resta lucido e non si monta la testa.

Alessandra Benedetti - CorbisGetty Images

Per fortuna che ci sono ancora dei Timothée Chalamet, persone che ci fanno pensare che la sincerità, gentilezza e la disponibilità, nei limiti del possibile, siano ancora dei valori in cui credere. Ieri lui è arrivato qui al Lido per presentare (Fuori Concorso) The King del regista australiano David Michôd in cui veste, è il caso di dirlo, i panni di uno degli eredi al trono più riluttanti della storia, l’Enrico V narrato da Shakespeare, una parabola attuale sulla natura abnorme del potere, sul conflitto tra idealismo e ragion di Stato, vanità e buon senso. “Su questo set ho imparato davvero tanto”, spiega. “Sono giovane e come attore sto inseguendo la migliore versione di me stesso”. Cuore del film è la battaglia di Azincourt che combatte contro il Delfino di Francia interpretato da Robert Pattinson. “Non ho mai visto un set simile, abbiamo girato in Ungheria, ma è come se fossimo stati davvero nel Medioevo. Sono felice che questo Enrico V sia un personaggio maschile lontano dal modello paterno, tipico di un’epoca di mascolinità tossica al potere”. È un re moderno, ma mai un superuomo e questo è lui stesso a confermarcelo. “Anche quando va in battaglia non lo fa da gladiatore, non crede nella guerra in sé, ma sente la responsabilità di essere al fianco dei soldati, di parlare al loro cuore”. “Mi piace la sua umanità”, aggiunge lui che quando incontra il suo attore preferito, Joaquin Phoenix, in un corridoio dell’Excelsior, si emoziona a tal punto da non riuscire a salutarlo e l’altro non lo riconosce neanche. “Il re Hal è un giovane uomo che si trova in mezzo agli adulti, un giovanissimo alle prese con responsabilità così nette”, aiutato ad aprirsi la mente da Falstaf (Joel Edgerton) e da Caterina de Valois, figlia del re di Francia Carlo VI nonché sorella del Delfino (la Depp). Il film, altra magica creazione di Netflix (finora, due dei film più belli visti qui al Lido, Marriage Story e The Laundromat, hanno il marchio della N rossa), colpisce per la sua attualità, perché è un’allegoria del presente. “Fa paura l’idea che oggi il potere sia in mano a persone che non sanno come muoversi”, conclude Chalamet che presto vedremo in The French dispatch di Wes Anderson, in Piccole donne di Greta Gerwig e in Dune di Denis Villeneuve. Qualche nome? “Non serve”, risponde lui. Ma quanto è sveglio uno così?

Ernesto RuscioGetty Images

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