"Chi era nostro padre, Ettore Scola: la modestia prima di tutto, la presa per il culo subito dopo"

Racconto intimo delle due figlie in un libro che ricorda il "babbo" senza orpelli e molta onestà.

Ettore Scola au Festival de Cannes
Pool DUCLOS/PELLETIERGetty Images

Brutti, sporchi e cattivi, C’eravamo tanto amati, Una giornata particolare, Dramma della Gelosia – Tutti i particolari della cronaca, La Famiglia, La Terrazza e molti altri, fino all’ultimo: Che strano chiamarsi Federico - che è del 2013, tre anni prima della sua morte. Chi ama il cinema, quello vero, conosce questi titoli e sa che a realizzarli è stato uno dei registi più grandi che abbiamo avuto, di cui sono in molti a sentirne la mancanza: Ettore Scola. “Papà aborriva le celebrazioni, la retorica, l’esibizione, non gli piaceva parlare di sé, non gli piaceva essere al centro dell’attenzione”, ci dice Paola, una delle due figlie (l’altra è Silvia) che per anni è stata segretaria di edizione, assistente di studio, aiuto regista, casting e sceneggiatrice per il cinema e la televisione. “Amava il suo lavoro e quello doveva bastare: le sue idee, i suoi pensieri erano lì, nei suoi film. Per lui la questione era chiusa”. Lo ricorda a voce e proprio con sua sorella ha deciso di raccontarlo in un libro, Chiamiamo il babbo (Rizzoli), un racconto intimo, divertito e mai banale di un uomo e di un regista che era solito pronunciare quella frase presa in prestito da Totò ogni volta che qualcuno si apprestava a fare qualcosa senza esserne all’altezza. Oggi che se ne è andato per sempre, “quella frase ce la siamo detta da sole”, continua Paola che proprio con Silvia realizzò il documentario in suo onore, Ridendo e scherzando, in cui Pif intervistava Scola e parlava con lui davanti alla Casa dei Piccoli a Villa Borghese, nel cuore più verde di Roma.

“In realtà, quando Pif lo incontrò non era La iena che ci aspettavamo, ma un suo fan sfegatato”, spiega, “una cosa che non ci aspettavamo e che portò a cambiare all’ultimo l’impostazione del lavoro, ma poi tutto è andato per il verso giusto e il risultato piacque molto anche a lui che non amava parlare di sé e stare al centro dell’attenzione”. Ci sono voluti tre anni per farlo, ma alla fine, il lavoro che ne è venuto fuori, piacque soprattutto a lui. “Scola, le è piaciuto il ritratto che le sue figlie hanno fatto di lei?”, gli chiese un cronista dopo la proiezione. E lui: “Be’, diciamo che non ho trovato gli estremi per querelarle”.

“Papà era così, era schivo e timido. Ogni tanto, a casa, ci ricordava che lui si chiamava Ettore Euplio Emidio Scola, fingendo di darsi grandi arie: sia per Ettore, il gentile eroe omerico; sia per Euplio, Santo patrono di Trevico, il paesino in provincia di Avellino dove era nato; sia per Emidio, nientedimeno che semidio. L’autoironia, che praticava spesso, era finalizzata a farci ridere ma anche evidentemente a tenere a bada il narcisismo:

la modestia prima di tutto, e la presa per il culo subito dopo

”. In casa, continua, le occasioni per ridere non mancavano mai, sia per l’indole che aveva, sia per la sua formazione di umorista al Marc’Aurelio, il settimanale satirico dove a sedici anni, ancora liceale, cominciò la sua carriera di battutista e disegnatore.

Ma accanto al suo lato solare c’era anche quello lunare, fatto di grande serietà intellettuale e di un rigore morale esagerato che lo rendevano esigente e intransigente. “Nel lavoro era un perfezionista, meticoloso, maniacale (poteva passare una nottata intera sulla scelta di un aggettivo) stacanovista e negriero: pretendeva sempre il massimo da sé e quindi anche dai suoi collaboratori”. Per Ettore Scola era poi un vero e proprio problema gestire la sua parte pubblica. La chiamava ‘effetti collaterali’, aggiunge Paola - la figlia totalmente innamorata del padre (“ero cieca, per lui solo devozione e protezione; mia sorella c’era invece spesso in conflitto, ma anche quella era una forma di amarlo a suo modo”) – e diceva che bisognava sempre restituire un po’ di quell’immagine, anche se non gli corrispondeva, perché il gioco ne valeva la candela”. “In ogni caso, aggiunge, è sempre stato un uomo libero e ha fatto sempre quello che ha voluto, sul lavoro in primis”. Guadagnava, è ovvio, ma i soldi quasi gli davano fastidio, erano un qualcosa di cui voleva liberarsi. Gli servivano per fare un po’ di felicità intorno”.

Il libro edito da Rizzoli scritto dalle figlie di Ettore Scola
Courtesy Photo

Essere ‘figlie di’, per Silvia ha significato - scrive in questo libro pieno di ricordi e di “lessico famigliare” - “aver potuto conoscere da vicino persone straordinarie”, “che sono state tantissime”, aggiunge sua sorella. “È stato bello averlo come padre, una figura così centrale e rassicurante capace di guidarti e metterti sempre al tuo posto.

È stato più un grande padre che un grande regista

. Si faceva amare dalle persone che amava, ma con tutte le altre che non rientravano in quella categoria, era arrogante, distante, caustico, tutto”. Le sue origini meridionali e la sua infanzia sotto la guerra lo segnarono moltissimo e anche se visse poco al Sud, il legame con la sua terra è rimasto sempre molto vivo. “Penso che nasca proprio da qui la sua attenzione verso gli emarginati, i diversi, le vittime di una società ingiusta, ed è stata sempre quella la sua spinta nel fare tutti i film, anche le commedie”. La spinta iniziale è stata sempre la stessa: suggerire allo spettatore il dovere di sorvegliare che i diritti di ognuno vengano garantiti, anche da lui medesimo, nella sua quotidianità. Proprio nel documentario, Scola dice a Pif: “La diversità è già un valore in sé. Che poi i diritti alla felicità siano negati è un altro discorso. Però, bisogna avere l’orgoglio della propria diversità”. “Papà è stato uno dei primi registi etero a parlare con grande sensibilità del mondo e delle problematiche legate al mondo omosessuale, soprattutto negli anni Sessanta e Settanta. La scena di Marcello Mastroianni in Permette? Rocco Papaleo è rimasta nel cuore di molti, per non parlare di un intero film come Una giornata particolare, in cui Marcello recitava con la Loren. Papà ne parlava con affetto ed empatia sentendo le difficoltà che si provano nella diversità sessuale – come in questi film – o fisici e altri, come ad esempio ne Il commissario Pepe”.

Paola e Silvia, le figlie di Ettore Scola autrici del libro a quattro mani.
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Il motore era sempre lo stesso: mostrare lo stato delle cose, criticamente, comicamente, facendo sorgere un dubbio, un interrogativo, un quesito nella testa dello spettatore ridendo e scherzando appunto, piuttosto che fornirgli delle risposte preconfezionate. “Non amava il cinema militante tout court, con le sue certezze e le sue verità conclamate, e non amava neppure farlo”. A Torino, la città di Gramsci e di Gobetti prima che di Agnelli, decise di iscriversi al Comunista Italiano, che di lì a poco sarebbe diventato il Pci di Enrico Berlinguer, e al quale rimase fedele iscritto e militante ino alla ine, alla sua trasformazione in Pds, nel 1989. “Era convinto -continua Paola - che ognuno nel proprio piccolo avrebbe potuto contribuire al cambiamento progressista ed egualitario della nostra società”. Negli ultimi anni era poi scoraggiato per la mancanza di una vera sinistra e per lo sbando elettorale che si è creato. Come in Brutti, sporchi e cattivi vedeva la colpa in cui vivono certe persone nella mancanza di responsabilità di chi è al vertice che produce certi comportamenti”. Era capace di vedere il lato buffo dell’esistente dovunque, anche su di sé. I tic, le manie, i difetti, le debolezze o le storture della gente comune, le vedevamo fiorire nei personaggi dei suoi film, nelle sue sceneggiature, nei suoi disegnetti. “A volte la sua ironia era graffiante e il suo sarcasmo feroce, eppure il suo amore per la gente e la fiducia nell’uomo e nel suo inalienabile diritto alla felicità, non lo abbandonavano mai”. Per lo scrittore Daniel Pennac, che del libro ha scritto la prefazione, è stato l’amico che ha a malapena conosciuto,

“il migliore amico che ho rischiato addirittura di non incontrare mai”.

Indimenticabili, oltre ai suoi film, restano le feste nella sua casa ai Parioli ogni giovedì sera. Li chiamava “Open House” e chiunque voleva giocare, sapeva che poteva non c’era bisogno di avvertire. La sua era anche una maniera per disfarsi di tanti oggetti che gli venivano regalati, che incartava all’istante, soddisfatto di liberarsene. Una sera, però, ricorda sempre Paola, incartò una bambola che era un pezzo di antiquariato russo, un coprisamovar ricamato a mano, che mamma si era faticosamente aggiudicato a un’asta e che stava per portare a restaurare. Il giorno appresso Monica Vitti ricevette il seguente biglietto: “Cara Monica, sono qui a ricattarti: restituiscimi la bambola che hai vinto ieri sera e sei la protagonista femminile del mio prossimo film insieme a Marcello. Decidi senza fare domande. Ettore”. E così avvenne che Monica Vitti fu la meravigliosa Adelaide Ciafrocchi di Dramma della gelosia – Tutti i particolari in cronaca, e non ha saputo mai la verità. Quel ruolo, infatti, Scola aveva già deciso di affidarglielo già da tempo.

**PAOLA SCOLA, nata a Roma nel 1957, è stata segretaria di edizione,assistente di studio, aiuto regista, casting e sceneggiatrice per il cinema e la televisione. Vive e lavora a Roma.

**SILVIA SCOLA, nata a Roma nel 1962, sceneggiatrice, autrice radiofonica e teatrale, tra gli altri, ha scritto con suo padre Che ora è, La cena, Concorrenza sleale.

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