"Non c’è interesse per storie scritte da donne e dedicate alle donne", Shirin Neshat

L'artista iraniana al BAM di Palermo: “per tutta la mia carriera mi sono occupata di donne, la mia è stata ed è un’ossessione, ma sicuramente una di quelle più magnifiche”.

2012 Doha Tribeca Film Festival - Portraits
Andrew H. WalkerGetty Images

“Per tutta la mia carriera mi sono occupata di donne, la mia è stata ed è un’ossessione, ma sicuramente una di quelle più magnifiche”. Quando Shirin Neshat parla, guarda sempre negli occhi la persona che ha davanti, ma quel suo fissare non è mai una sfida, ma una necessità di ascolto e di comprensione volta a capire se la si sta ascoltando e capendo davvero. Classe 1957, è la più celebre fotografa e videoartista iraniana. Già premiata alla Biennale di Venezia del 1999, si è imposta a livello internazionale come una delle artiste contemporanee più rappresentative nell’esplorare la complessità delle condizioni sociali all’interno della cultura islamica, rivolgendo uno sguardo particolare al ruolo ricoperto proprio dalla donna. La condizione della stessa, il suo rapporto con il mondo maschile e più in generale quello della cultura orientale con quella occidentale sono diventati i nodi centrali della sua ricerca artistica iniziata nel suo Paese e poi continuata negli Stati Uniti, dove si trasferì per motivi di studio nel 1974 e dove rimase in esilio quando scoppiò la rivoluzione in Iran. New York divenne ed è la sua casa, ma non ha mai rinnegato la sua duplice appartenenza ai due mondi. Un esempio in tal senso è dato dai suoi lavori con cui ha sempre impostato un discorso figurativo poetico, capace di scuotere lo spettatore con immagini e muti racconti, tutte espressioni di problematiche che, seppur connesse con l’islamismo, ne oltrepassano i confini. I suoi primi lavori (Women of Allah, 1993–97) sono fotografie in bianco e nero di donne velate, primi piani di parti del corpo femminile come volti, mani e piedi, sulle quali l’artista sovrascrive versi di poetesse iraniane contemporanee, come quelli di Forough Farrukhzād (1934-1967), che mettono in discussione le qualità stereotipe associate alle donne musulmane.

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Nelle opere di Shirin Neshat c’è sempre una denuncia, ma quel che si respira è soprattutto apertura, accoglienza e unione, che sono poi alcuni dei temi centrali attorno ai quali nasce e si sviluppa BAM, la Biennale Arcipelago Mediterraneo, il Festival internazionale di teatro, musica e arti visive in programma in molte location di Palermo fino all’8 dicembre e da noi visitato in anteprima. BAM 2019, fondata e diretta da Andrea Cusumano, gira attorno al neologismo ÜberMauer (OltreMuro) che rimanda al concetto rivoluzionario dell’Übermensch di Friedrich Nietzsche, una riflessione su come muri, confini e delimitazioni fisiche e concettuali stiano caratterizzando il mondo odierno e su come possa essere possibile oltrepassarli, un tema che sviluppato attraverso la programmazione principale della biennale curata dalla Fondazione Merz e da European Alternatives, a cui si deve a sua volta il Transeuropa Festival. Per la Neshat i muri non esistono e se ci sono, lei abbatte sempre, almeno con e nelle sue opere.

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“Credo nelle donne forti, ed io penso di esserlo a mio modo”. Dopo numerosi cortometraggi, si è poi affermata anche come regista con Zanan-e-bedun-e mardan (Women without men, 2009) - un’analisi dei destini convergenti di quattro donne sullo sfondo della rivoluzione islamica, vincitore del Leone d’argento alla 66° Mostra del cinema di Venezia – e Looking for Oum Kulthum (2017) - dedicato alla leggendaria cantante egiziana Oum Kulthum, considerata una icona nel mondo arabo, al punto che il parlamento egiziano interrompeva le sedute per permettere ai deputati di ascoltare i concerti della cantante, trasmessi via radio. Se al Museo Maxxi di Roma l’artista iraniana è presente in una collettiva intitolata “della materia spirituale dell’arte”, a Palermo continua a rivolgersi ad immagini che approfondiscono il suo percorso sempre attento alla condizione femminile, fino ad esplorare il terreno psicologico del dolore, dell’alienazione, della perdita, della riconciliazione e della redenzione. Nel primo film, Turbolent, del 1998, il racconto trae ispirazione dalla legge iraniana che proibisce alla donna di cantare in pubblico, una maniera, da parte sua, per presentare il confronto tra due anime sonore: la cantante Shoja Azari e la compositrice Sussan Deyhim, che si esibiscono in antica musica e poesia persiana. Nel secondo, invece, intitolato Sarah, del 2016, ci porta nell’atmosfera onirica di una foresta abitata dai fantasmi di un passato traumatico. “Mi piace guardare e studiare queste donne iconiche – ha spiegato la Neshat – e capire il rapporto che hanno con il loro aspetto pubblico e con quello privato, capire la loro persona nella loro essenza, una maniera per rendere il tutto universale e senza tempo”.

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“Il femminismo in Iran e nei suoi Paesi limitrofi è molto più forte che nell’Occidente”, ha dichiarato di recente lei che è presente anche nella Chiesa del Carmine di Matera - con Remembrance e In Trance, opere tratte dal suo ultimo lungometraggio (il già ricordato Looking for Oum Kulthum) – e al The Broad di Los Angeles - con Shirin Neshat: I Will Greet the Sun Again (fino al 16 febbraio 2020), duecentotrenta fotografie e otto installazioni con una visione inedita del suo percorso di crescita artistico e spirituale. Il maschilismo vero? Per la Neshat è ovunque, soprattutto a Hollywood dove “non c’è abbastanza interesse per storie scritte da donne e dedicate alle donne, perché lì si pensa che non ci possa essere interesse da parte del pubblico in tal senso”. “Io credo e continuerò sempre a credere nelle donne, nelle donne forti, ma guai se c’è superficialità. Questa no, la detesto”.

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