I Due Papi è il film Netflix girato perché "a Roma non si sa mai cosa succede dopo"

Fernando Meirelles dirige Anthony Hopkins e Jonathan Pryce nella nuova produzione-provocazione "perché i leader politici non sono capaci di dire neanche le cose più semplici, ad esempio di costruire ponti e non muri".

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Courtesy Photo / Peter Mountain

Papa Bergoglio? Più che essere un leader della Chiesa, è prima di tutto un leader politico. Vedo in lui delle capacità – come l’inclusione, l’ascolto, l’accoglienza, l’apertura per il diverso – che invece molti leader politici oggi non hanno. Non sono capaci di dire neanche le cose più semplici, ad esempio di costruire ponti e non muri”. Inizia così la nostra conversazione con Jonathan Pryce, uno dei più amati attori britannici (ricordate Carrington, ma anche Le avventure del barone di Muchausen, L’età dell’innocenza e molti altri?), quando lo incontriamo in un hotel romano. È rilassato, ma soprattutto contento che il suo nuovo film, I due Papi – in uscita il 20 dicembre prossimo su Netflix, dopo l’anteprima al Telluride Film Festival a fine agosto e una piccola distribuzione britannica e americana a novembre – abbia ricevuto grande consenso da parte della critica ricevendo, tra l’altro, ben quattro candidature ai prossimi Golden Globes. Nel film interpreta proprio il Papa gesuita più amato di sempre, colui che ha dato una svolta ad una Chiesa cattolica che prima della sua elezione (nel 2013) stava vivendo una situazione non proprio rosea, anche per via dello scandalo legato a Papa Ratzinger e alle carte segrete, che nel film è brillantemente interpretato da Anthony Hopkins. “Le capacità di Bergoglio le ho riconosciute sin da subito – aggiunge Pryce che iniziò a recitare nei teatri britannici e poi con Al Pacino a Broadway negli anni Settanta. “Lo rispetto e lo reputo una fonte d’ispirazione, anche se penso che all'interno della Chiesa ci sia molto da cambiare. Forse anche lui lo pensa, ma la struttura ecclesiastica non gli permette di fare più di quello che ha già provato a fare e che fa”.

Courtesy Photo / Peter Mountain

Il film, imperdibile, “è ispirato ad eventi reali”, come si legge nel press kit, narra che l’anno prima della sua salita al ruolo papale, Bergoglio chieda a Benedetto XVImo il permesso di ritirarsi dalla sua carica, frustrato dalla direzione intrapresa dalla Chiesa. Di fronte al rischio di scandalo e al dubbio, Ratzinger convoca invece il suo critico più duro, nonché il suo futuro successore a Roma, per rivelare un segreto destinato a scuotere le fondamenta della Chiesa Cattolica. Dietro le mura Vaticane, inizia così una lotta tra tradizione e progresso, senso di colpa e perdono e questi due uomini cos diversi tra loro affrontano il loro passato per trovare un terreno comune e costruire il futuro di un miliardo di fedeli in tutto il mondo.

Courtesy Photo / Peter Mountain

"A Roma non si sa mai cosa succede dopo", gli ricorda Ratzinger nel film e Bergoglio, abituato ad una semplicità e ad una normalità ben lontana dal Vaticano, almeno fino al suo arrivo, se ne renderà presto conto. La breve ma intensa convivenza dei due a Castel Gandolfo, sarà per loro l’occasione per una conoscenza più intima e per un confronto delle reciproche visioni, tra profondità spirituale, Dancing Queen degli ABBA e altre legate ai Beatles, partite a calcio, pizza, aranciata e, ovviamente, preghiere in vista di un’apertura sociale progressista. Il merito di aver realizzato questa storia intima e coinvolgente con due interpreti irresistibili, perfetti per quei ruoli, va a Fernando Meirelles, - regista nominato all'Oscar per City of God - e allo sceneggiatore tre volte candidato all’Oscar Anthony McCarten (già autore di The Pope, opera teatrale su cui si basa il film) che sono stati capaci di raccontare come è andato uno dei passaggi di potere più drammatici degli ultimi duemila anni.

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Per la preparazione del film, i rapporti con il Vaticano, ci fanno sapere dalla produzione, sono stati stretti e di grande collaborazione, soprattutto con l’ufficio di Don Viganò, che ha dato loro pieno accesso agli Archivi della TV vaticana “facendo il tutto nel rispetto dei due Papi”, continua Pryce, “trattati con grande equilibrio”. Quel che emerge è un Papa Francesco in tutta e con tutta la sua umanità, nonostante il contesto e i ruoli prossimi al divino. Sullo sfondo, c’è la sua storia personale, il suo trascorso in Argentina, gli episodi non facili da dimenticare, ad esempio la questione delle Madri di Plaza de Mayo e i troppi morti, quasi tutti giovanissimi. “Non è stato difficile fare ricerche sul regime brutale, ci spiega il regista, “volevamo riconoscere quello fatto dalla Junta in Argentina e il coinvolgimento di Bergoglio, anche perché è cosa per cui si sente in colpa. Sono stato personalmente in Argentina, ho parlato con seminaristi e persone coinvolte, e la scoperta è stata sentire che da Cardinale lui non piaceva. Stava molto sulle sue e in tanti si sono poi stupiti del suo cambiamento che a me è interessato per capire come fosse avvenuto”.

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“Ammiro Papa Francesco sin dalla sua elezione – ci dice Pryce prima di salutarci - anche perché Internet si è subito riempito di foto mie e sue, vista la nostra somiglianza. Tutti facevano questo confronto, persino mio figlio che un giorno mi ha telefonato dicendomi: “Papà, ma sei tu il Papa?”. “In ogni caso, continua l’attore britannico, questo ha fatto sì che in qualche modo fossi pronto per questo ruolo: Bergoglio è stato per me il primo Papa che mi ha parlato davvero, perché fa appello alla nostra coscienza, è una persona verso cui ho profondissima empatia. Ho guardato moltissimi video su YouTube per imparare le sue andature e le sue espressioni, ma oggi - scherza - porto la barba per evitare che la gente mi fermi per strada chiedendomi di essere benedetto”.

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