La storia di Dora Maar, colei che Picasso chiamava "la mia macchina per soffrire"

Il Tate Modern di Londra presenta la retrospettiva sulla donna che impazzì per amore e rinunciò per sempre a diventare quello che sarebbe diventata se non lo avesse mai incontrato.

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I quasi nove anni con Picasso? “Il periodo peggiore della mia vita”. Dora Henriette Theodora Markovitch - da tutti poi conosciuta come Dora Maar (1907-1997) – non aveva alcun dubbio su cosa rappresentasse realmente quella relazione, ma di questo ne ebbe conferma solo quando oramai c’era dentro con tutta se stessa. Si conobbero per caso, a Parigi, dove lei era andata a studiare arte dopo aver vissuto in Croazia e in Argentina, dove vivevano i suoi genitori, madre proprietaria di una boutique di moda e padre architetto. In un caffè della Rive Gauche (e dove sennò?) stava attirando l’attenzione di alcuni amici e commensali facendo un gioco con un piccolo coltello che muoveva ripetutamente tra le dita coperte da un guanto bianco. Più si feriva e sanguinava, più continuava quella performance che oggi, a distanza di anni, piacerebbe molto ad una come Marina Abramović che l’ha ripetuta nei suoi art-show più di una volta. Ma torniamo alla Maar, che in quel momento della sua vita e della sua carriera (siamo nell’inverno del 1935) a tutto pensava fuorché a mettersi con uno come quel pittore spagnolo che era già una star e che già faceva, a suo modo, star male tante donne, da lui considerate delle “macchine per soffrire”. Amava metterle una contro l’altra, farle incontrare e litigare fino ad arrivare persino alle mani. Godeva nel vederle fare ciò, ma la Maar, all’epoca non poteva saperlo.

Giuseppe Fantasia

Da quando, proprio in quel caffè parigino, i due furono presentati dal famoso poeta Paul Éluard, qualcosa cambiò: Picasso si fece dare quei guanti insanguinati e li espose su una mensola del suo appartamento e lei perse completamente la testa per lui che non vedeva l’ora di avere una nuova pecorella smarrita nel suo labirinto cubo-surrealista. I due iniziarono anche a lavorare insieme. Dora divenne la sua musa, ma voleva di più oltre all’amore: voleva affermarsi visto che quando lo conobbe già lavorava come artista e fotografa, senza dimenticare i diversi anni trascorsi nel mondo della pubblicità di moda per i migliori marchi e riviste dell’epoca. Ma non ci riusciva, perché lui si imponeva, la dominava, era il suo carnefice. La sfruttava per posare, per prendere spunti e idee, ma poi la trattava come una fra tante, anche perché, in quello stesso periodo, frequentava anche Marie-Thérèse Walter, madre della figlia Maya. Nel frattempo, l’ex moglie di Picasso si era impiccata, un’altra amante, Jacqueline Roque, si era sparata alla tempia, e da un giorno all’altro spuntò anche la giovanissima Françoise Gilot, la donna che fece impazzire Dora Maar. Quella era ovviamente una scusa, perché a farla impazzire fu proprio quel genio del male che era Picasso, colui al quale lei scrisse una frase che ne raccoglie tutto la persona: «Come artista sarai meraviglioso, ma moralmente non vali niente. Non hai mai amato nella vita, non ne sei capace».

Giuseppe Fantasia

C’è un prima e c’è un dopo, quindi, nella vita privata ma soprattutto artistica di Dora Maar e di questo ne abbiamo avuto conferma visitando la bella mostra a lei dedicata, ospitata nei grandi spazi della Tate Modern, a Londra, visitabile fino al 15 marzo prossimo. Picasso è presente, ovviamente, con alcune sue opere che ritraggono proprio la sua musa, ma prima di tutto ci sono le opere, le fotografie, i dipinti astratti del dopoguerra e gli scatti degli anni Ottanta di quella donna che fu vittima del suo stesso amore. Sono oltre duecento le sue opere che troverete esposte in questa mostra curata da Karolina Ziebinska-Lewandowska e organizzata in collaborazione con il Centre Pompidou di Parigi (dove è stata presentata la scorsa estate) e con il J. Paul Getty Museum di Los Angeles (dove arriverà in primavera). Cuore della mostra sono proprio le foto, tecnica privilegiata dalla Maar, che nel gruppo surrealista si impose proprio grazie ai suoi scatti sperimentali. Ne troverete molte, soprattutto autoritratti (realizzati da lei o da altri), all’inizio del percorso, in una spaziosa sala con le pareti blu scuro illuminate ad hoc. Proseguendo, non mancano i fotomontaggi realizzati su commissione – come The years lie in wait for you, creata sovrapponendo due negativi – i ritratti di nudo votati all’esplorazione dei tabù di genere e le fotografie “impegnate”, scattate dall’artista durante i suoi viaggi per l’Europa durante la grande depressione degli anni Trenta. Completa la rassegna, inoltre, una sezione dedicata alla ricerca pittorica di Dora Maar che sono in pochi a conoscere, visto che è la prima volta che vengono presentate al pubblico immagini da lei create usando carta fotosensibile, perché emerse solo dopo la sua morte. La Maar aveva un occhio per l’insolito e sviluppò un approccio innovativo alla costruzione delle immagini attraverso la messa in scena, il fotomontaggio e il collage che esploravano temi surrealisti come l’erotismo, il sonno, l’inconscio e il rapporto tra arte e realtà. Le influenze reciproche con Picasso sono messe in evidenza in altre due sale, là dove troverete il celebre “The Conversation” e “Donna che piange”, la risposta di Dora Maar ai turbolenti anni trascorsi con lui. Picasso la lasciò, lei impazzì e rinunciò così a diventare totalmente quello che sarebbe diventata se non lo avesse mai incontrato. «Solo io so quello che lui è – disse - è uno strumento di morte, non è un uomo, è una malattia». Più che 90enne, si spense a Parigi e i giornali titolarono: «Sacrificata al Minotauro». Il resto è storia e mostre come questa, in qualche maniera, le rendono giustizia.

Giuseppe Fantasia

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