Lo stereotipo della “nice girl”, duro a morire come il sessismo strisciante che pervade tutta la nostra società e lo spettacolo in particolare, costringe le donne sul lavoro e nella vita a conformarsi a regole di “piacevolezza” (non esprimere i propri pensieri con troppa energia, sopportare in silenzio le ingiustizie, sorridere, essere “carina” appunto) imposte da altri, mettendo da parte il proprio carattere e le proprie idee per essere tollerate, accettate e avere successo. Quando non sei una come tante, ma sei Taylor Swift, essere la brava ragazza che si comporta bene può fare la differenza tra vincere una valanga di Grammy e diventare una superstar prima del country e poi del pop o diventare una meteora la cui celebrità viene seppellita al primo errore di PR sotto valanghe di hashtag #TaylorSwiftIsOver su Twitter. Il documentario Netflix Miss Americana di Lana Wilson racconta proprio del percorso personale e professionale della popstar, ostacolato a ogni passo non da dubbi sul suo talento (è una delle più talentuose songwriter e performer in circolazione) ma dal desiderio e dal bisogno di piacere ai fan e all’opinione pubblica.

John Shearer/AMA2019Getty Images

Quando sei diventata famosa a 17 anni facendo il genere musicale con il pubblico più conservatore d’America, essere una ragazzina carina e a modo, che non si mischia con la politica e parla solo d’amore non diventa soltanto il tuo modo di essere, diventa il tuo brand. Quando essere likable, piacere a tutti, è condizione imprescindibile del tuo successo almeno nella testa di chi ti produce i dischi, sei obbligata a recitare la parte finché ti viene naturale e ben oltre. Quando sei Taylor Swift, la country star adolescente, cresci con lo spauracchio di fare la fine delle Dixie Chicks, che nonostante siano il gruppo femminile che ha venduto più dischi nella storia degli Stati Uniti hanno rischiato di scomparire nel 2003, investite da un enorme backlash seguito a una critica pubblica all’allora Presidente George W. Bush e chiamate “dumb bimbos” (nello slang americano, bimbo è una donna attraente e stupida, ochetta diremmo noi) da una stampa che invitava a prenderle a schiaffi e augurava loro di bruciare all’inferno - un footage che vediamo nel documentario e che potremmo facilmente relegare nel passato, non fosse che continua ad accadere regolarmente nel presente a ogni artista donna che prende posizione su qualcosa. Quando sei Taylor Swift, hai passato talmente tanti anni della tua vita a lavorare per piacere a un sacco di gente sconosciuta e farne la fonte principale della tua autostima, che quando smetti di essere America’s Sweetheart il tuo mondo va letteralmente in pezzi non solo in senso professionale, perché non sai più chi sei.

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In Miss Americana, non c’è confine tra la narrativa della Taylor Swift fidanzata d’America e la Taylor Swift reale, perché la Taylor reale non ha mai avuto lo spazio per esistere, nemmeno nella sua mente. Passare la vita sotto i riflettori vuol dire anche veder combaciare e poi compenetrarsi la tua esistenza privata e quella pubblica, quindi le due cose si devono somigliare molto se vuoi conservare la tua sanità mentale. Lo scopo di Lana Wilson non è quindi quello di svelare la Swift segreta, ma cerca di usare la sua storia per raccontare come il successo può diventare una prigione, come si può provare a uscirne senza farsi troppo male e soprattutto come parabola della pressione sociale infinita sul corpo e sulla psiche femminile e di quanto il successo e la celebrità ne esasperino le dinamiche, buttando in pasto a una massa indistinta la tua vita amorosa, il tuo aspetto, il tuo intero modo di essere. Costringendoti a essere sempre come il pubblico ti vuole finché, improvvisamente, il pubblico non ti vuole più e sei costretta a reinventarti ma sempre restando all’interno di confini di prevedibilità che non disorientino troppo. Queste parole, quasi letteralmente pronunciate da Swift stessa, sintetizzano la carriera di ogni cantante che amiamo, da Madonna a Britney Spears, a Beyoncé: il feroce scrutinio pubblico, i giudizi espressi senza riguardo per il fatto che dietro l’immagine c’è un essere umano, l’impossibilità di adeguarsi a uno standard che cambia sempre (se sei magra sei troppo magra, se prendi un chilo sei grassa e non parliamo di quando hai l’ardire di cambiare compagno o peggio ancora, invecchiare), la necessità di tenere in piedi una persona pubblica che riesca nel miracolo di essere sempre rassicurante e sempre interessante.

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Ciò che cattura di Miss Americana ha a che fare solo relativamente con Taylor Swift, pur mettendone in mostra l’enorme talento e l’instancabile dedizione, ma ha molto a che fare con la distanza tra le parole “my life … my career … my dream … my reality” che lei stessa legge dal suo diario di tredicenne. Quanta distanza c’è tra sogno e realtà, tra vita e carriera? La risposta del documentario è empowering e forse fin troppo facile, facendo intendere che tutto dipende dalla forza di volontà, dalla capacità di lavorare su se stesse (anche strategicamente, anche in funzione del mondo esterno), di bilanciare la persona con le proprie esigenze portandola ad assomigliare il più possibile a quello che realmente si è o si vorrebbe essere. Nel mezzo, c’è l’allontanarsi dalla vita pubblica per riprendere fiato, nel caso di Swift dopo che Kanye West e Kim Kardashian mettono online una conversazione privata al telefono chiamandola “serpente” (“When people decided I was wicked and evil and conniving and not a good person, that was the one that I couldn’t really bounce back from, because my whole life was centered around it”), la conquista del controllo sul proprio corpo dopo un disturbo alimentare difficile da ammettere e che difficilmente sarà riconosciuto come tale essendo Swift naturalmente bella e longilinea, la riconquista della propria narrativa prendendo una posizione politica contro Marsha Blackburn, la candidata alt-right al Senato per il Tennessee, stato di origine di Taylor, nel 2018. Swift nel documentario racconta tutti questi momenti come parte di un percorso il cui culmine arriva al momento del processo contro il DJ David Mueller, che le aveva fatto causa dopo che l’accusa di averla palpeggiata in pubblico (sostenuta da una testimonianza fotografica e dalle parole di ben sette persone) gli era costato il lavoro. Passare attraverso l’ordalia della gogna giudiziaria, anche se sei la vittima incontrovertibile, vedere l’arroganza con cui un uomo palesemente colpevole porta in tribunale una megastar (ragazzina, oltretutto) per aver osato non sopportare con sorriso la sua mano sulle natiche, ha cambiato Swift per sempre. Di tutte le storie che la cantante racconta, questa è la più vicina a una verità personale che un personaggio come Swift si possa permettere: la sua presa di coscienza della precarietà della propria posizione nel mondo e di riflesso della precarietà ancora più estrema delle donne meno privilegiate è riconoscibile ed emozionante. Quando Taylor dice che il processo l’ha lasciata “unspeakably and unchangeably different”, non le crediamo perché ha vinto la causa e un milione di dollari. Le crediamo perché sappiamo di cosa parla.

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