La musica di Ginevra rimbomba fra città frenetiche e tranquilli luoghi interiori

Racconti gentili per sentirsi più "normali", intervista alla cantantessa di Mostri singolo in uscita oggi per Asian Fake.

Ascoltare Ginevra è come sdraiarsi su un prato, chiudere gli occhi e ritrovare la propria dimensione. Se ti concentri e ascolti “Riesci a vedere il colore che ha l'alba che sorge al di là delle mura” come canta in Mostri, il suo secondo singolo in italiano, pubblicato oggi 3 aprile 2020. Nella sua musica si avverte una sorta di gentilezza sentimentale, una dichiarazione contro un mondo che a volte urla forte.

Classe 1993, nata a Torino, Ginevra scrive canzoni da sempre. A Milano ha cambiato qualche appartamento e studiato tanto, prima l'accademia di musica e poi un corso di scienze politiche. È in quel periodo, nel marzo 2019, che esce Ruins, il suo primo Ep "nato da una situazione di fragilità e rottura, in cui era tutto un po' per aria e scrivere era la mia forma di guarigione", racconta lei. Le influenze rock/alternative inglesi, dagli alt-J a James Blake, compongono il mondo di Ginevra, governato da due tempi, uno frenetico e uno che cerca di trovare per sé. Il primo è quello della città, la Milano dove si è trasferita per rincorrere la carriera musicale, in cui c'è bisogno di essere svelti per realizzarsi. Il secondo è interiore, quello che dedica a sfuggire dal suo appartamento, dalla sua testa e immergersi nella natura, anche per poco, anche solo andando al parco. Nelle sue canzoni si viaggia su un doppio binario, quello della voce sussurrata e di una base decisa. Il passaggio da Ruins ai brani in italiano le viene naturale, mantenendo le stesse melodie e "il bisogno di raccontarmi senza giri di parole, senza correzioni". E lo fa con il primo singolo, Metropoli, pubblicato lo scorso 6 marzo, raccontando una quotidianità urbana familiare, che un po' ci manca e che, anche per questo, ora ci sembra particolarmente romantica: "Mi siedo sopra ai tetti / Della mia città / Ho sogni troppo grandi / Quasi esplodono". Oggi esce Mostri, il suo secondo singolo in italiano, l'abbiamo raggiunta virtualmente per parlarne un po' con lei...

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Come pensi che venga accolta la nuova musica in questo periodo incerto?

Vedo che un sacco di artisti stanno continuando a pubblicare, magari anche in anticipo rispetto alla data che era stata stabilita. Se così non fosse, la musica sarebbe un'ulteriore cosa che si ferma, quando invece ce n'è bisogno, di aggrapparci a questa cosa. Ora che siamo tutti a casa è il momento giusto per tenersi compagnia.

Infatti è uscito il tuo secondo singolo, Mostri, una critica in punta di piedi al nostro modo di abitare il mondo.

Ha diverse letture questo brano, è aperto a un'interpretazione personale, perché è quello che piace fare anche a me quando sento canzoni di artisti che amo. In alcune parti comunque si percepisce un senso di disagio per il mondo esterno. Ogni tanto mi capita di pensarla a questo modo, anche per articoli che leggo.

Canti ora le città sono grandi Luna park, che vuol dire?

È un concetto legato all'evoluzione dell'abitare un posto. Passare dal costruirlo dal niente a occupare proprio il territorio, aggiungendo cose che non sono essenziali per la nostra vita e che sono più vizi che necessità. È che mi piacciono le cose semplici, come quattro passi al parco.

Hai un forte legame con la natura?

Città e natura sono due lati della mia persona, del mio carattere. La natura è un luogo di rifugio per scappare dalla frenesia. Non sono un elfo che viene dalle montagne (ride, ndr), come può sembrare ascoltando Ruins, però quando posso ci scappo per slegarmi dalle comodità del vivere in città. La natura per me è una bolla di evasione, uno stato d'animo di pace.

A proposito di frenesia e ansia, ne parli nel tuo primo singolo, Metropoli.

Io stessa come cittadina della metropoli, sono frenetica: questa cosa ogni tanto mi piace, mi carica, mi aiuta ad andare avanti. A volte invece mi spaventa. Il punto è che questa cosa è normale, scoprirci vulnerabili fa paura, ma la verità è che siamo tutti così.

È una canzone per sentirsi meno soli?

In un certo senso sì, perché parlo della mia storia, del fatto che sono lontana e spesso mi manca casa, ma per orgoglio non lo dico. Allo stesso tempo è un racconto per tutti noi "normali" per i ragazzi della mia generazione. La storia di qualcuno che va lontano per guadagnarsi un futuro è un po' quella di tutti.

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Nel video di Metropoli sei sdraiata su un letto all'interno di una piscina vuota, cosa significa?

La piscina vuota era una cosa che volevo assolutamente ricreare. Dalla casa in cui abitavo prima a Milano ho sempre avuto la vista su una piscina immensa che guardavo svuotarsi e riempirsi a cicli alterni. La piscina d'inverno, vuota, mi dà un sacco quella sensazione di solitudine urbana, che poi è quello di cui parlo in Metropoli. Volevo ricostruire una mia bolla di protezione, come una cameretta (che poi è il letto) ma all'interno di questo spazio un po' triste.

A che periodo della tua vita sono ispirate queste sensazioni?

A un momento di crescita. Non sono più introspettiva come in Ruins ma riesco a entrare in contatto con il mondo esterno. C'è ancora l'emotività, ma legata a concetti che non riguardano solo me, pensieri sul mondo in cui vivo. È uno sguardo d'insieme che parte da me e parla agli altri. È così per questi brani come per i prossimi che usciranno.

Quindi hai in programma altre canzoni? Con chi ci stai lavorando?

Sì, ai nuovi pezzi lavoro con lo stesso team creativo con cui ho fatto Ruins. Per questo tra l'Ep scorso e quello futuro si sentirà una certa continuità, un'evoluzione coerente. Cerchiamo di immaginare le melodie più fluide possibili, creando degli ibridi tra quello che abbiamo in mente e le nostre influenze musicali. La direzione della produzione è in mano a Francesco Fugazza e, per alcune cose, anche a Marco, suo fratello. Poi c'è Gabriele Mellia Amari alla chitarra, che ha suonato l'anno scorso con me e suonerà ancora. Ad esempio la chitarra di Metropoli è sua, è una sua idea su cui ho scritto. C'è anche la collaborazione di Lorenzo Pisoni, al basso, e Stefano Scattolin al mix&master. Un progetto non è mai fatto da una persona sola e del nostro team vado proprio fiera.

Come festeggerete la nuova uscita?

In videocall. Che poi è lo stesso modo in cui abbiamo festeggiato quando sono usciti i primi singoli di Ruins, perché in quel periodo io ero in Erasmus a Nottingham. Lì brindavo con persone che conoscevo da pochissimo, e salutavo invece i miei migliori amici in video, più o meno come ora.

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