In difesa dell'ennesima serie tv sulla storia di Hollywood

Il binge watching del mese è su Netflix, ovvio, parla di Oscar e omicidi, ovvio.

La storia del cinema è recente, le sue origini risalgono a poco più di un secolo fa. Eppure, specialmente per chi vive a Los Angeles (città giovanissima, la cui cronologia coincide quasi totalmente con quella di Hollywood) o gravita intorno all’ampia bolla dell’industria cinematografica, è una storia dal fascino paragonabile a folklori ben più antichi, un sistema complesso di divinità, leggende, teorie improbabili, che mescolano continuamente realtà e mero pettegolezzo. Non per nulla Hollywood Babilonia, pubblicazione scandalistica di scarso valore improvvisata per far soldi dal filmaker sperimentale Kenneth Anger (e basata principalmente sulle storie della buonanotte, spesso inventate di sana pianta e quasi sempre imprecise se non calunniose, che gli raccontava la nonna) è ancora considerata da molti cinefili ingenui una sorta di “bibbia” della Hollywood Classica. Anche quando non c’è niente di vero, il fascino del dietro le quinte resta immutato. Che si sia o meno appassionati di biografie e aneddoti sul cinema, infatti, il corpus di leggende hollywoodiano è parte integrante dei presupposti con cui si guarda a una pellicola, non soltanto a quelle del cinema classico: la maggior parte di pettegolezzi e indiscrezioni sono così prepotentemente intrecciati all’ideazione, alla realizzazione e alla ricezione dei film stessi da rendere impossibili sottovalutarli come mero gossip. Come Nascita di una Nazione di D.W. Griffith, ad esempio, nel 1915 “reinventò” il Ku Klux Klan facilitandone la diffusione in una società americana allargata e trasformandolo da organizzazione regionale semi-sconosciuta e quasi del tutto scomparsa a macchina di comunicazione e reclutamento fondamentale per sostenere le politiche di segregazione. Come gli scandali personali di Charlie Chaplin e le sue posizioni politiche si aggiunsero all’ambiguità della satira di Monsieur Verdoux nel contribuire alla sua caduta da idolo delle masse americane a sospetto comunista esiliato dal paese. Come il ruolo di Mia Farrow in Rosemary’s Baby fu imposto a Polanski dalla produzione e rese impossibile a sua moglie Sharon Tate un salto di carriera meritato e che l’avrebbe emancipata in un matrimonio non esattamente paritario, che forse le avrebbe garantito perfino di non dover restare a Los Angeles, raggiungendo Polanski in Europa, all’epoca della sua morte per mano della Manson Family.

E ovviamente, come la coincidenza del suo essere incinta al momento degli omicidi creò un parallelo inquietante con la trama del film uscito un anno prima e come l’evento stesso di Cielo Drive divenne parte istantanea del folklore hollywoodiano, tanto da ispirare anche Quentin Tarantino nello scrivere e girare il suo film omaggio a quel momento storico, nella forma di una storia alternativa in cui il bene trionfa grazie alle coincidenze (e a Brad Pitt, e a un lanciafiamme). Tarantino è un ragazzo di Los Angeles, per cui la storia di Hollywood è l’unico folklore avuto a disposizione crescendo, in una città troppo giovane per avere una storia stratificata nei secoli. Ryan Murphy non è in questo molto diverso da lui: magari i loro riferimenti cinematografici sono diversi, ma il modo in cui il cinema del passato continua e vivere, attualizzarsi e stratificarsi nel loro lavoro è frutto dello stesso genuino amore per quelle storie che girano attorno ai film. Le biografie di attori e attrici, i sottoboschi culturali da cui prendono vita le correnti cinematografiche, ma soprattutto gli eventi-cardine che hanno saputo cambiare il corso della storia produttiva del cinema. In questo senso, C’era una Volta a Hollywood e Hollywood, la nuova serie di Ryan Murphy e Ian Brennan per Netflix, sono due operazioni diverse che puntano allo stesso obiettivo, quello di individuare un “punto di non ritorno” nella cronologia della storia del cinema (una sliding door, potremmo dire) e raccontarci come le cose sarebbero andate se si fosse presa una strada diversa.

SAEED ADYANI/NETFLIX

Se per Tarantino l’equivalente del 5 novembre 1955 di Ritorno al Futuro è la strage di Cielo Drive, con i suoi strascichi drammatici che segnarono la fine della convivenza tra vecchia e nuova Hollywood, per Ryan Murphy il punto di non ritorno è il Secondo Dopoguerra. Un momento magico segnato dalle speranze di un mondo nuovo, in cui l’anticomunismo delle blacklist, la segregazione e il codice Hays esistevano già ma sembravano poter essere bypassati da uno spirito del tempo che vedeva il mondo uscire dalla minaccia dei totalitarismi più unito e più grande. È proprio un soldato di ritorno dalla guerra, l’aspirante attore Jack Castello, il soggetto iniziale da cui prende il via la narrazione di Hollywood, liberamente ispirato all’autobiografia di Scotty Bowers (che passò la vita a procurare sesso a pagamento alle star usando un distributore di benzina come copertura): un eroe che rappresenta alla perfezione questi ideali di speranza e l'ingenuità di un’America bianca e borghese, eterosessuale e naturalmente al maschile, che verrà messo alla prova dal confronto con un gruppo di outsider, come lui aspiranti al successo ma ben più ostacolati dalla loro appartenenza a categorie marginalizzate.

La storia del gruppo – un regista e un’attrice asian american, uno sceneggiatore gay afroamericano, un’attrice afroamericana e un attore gay – si intreccia a quella della lavorazione di un film, inizialmente ispirato alle vicende di Peg Entwistle, attrice della Silent Age famosa per essersi suicidata buttandosi dalla scritta Hollywood, probabilmente non a caso una delle storie che Anger falsificò per renderla più morbosa, in Hollywood Babilonia II. La pellicola si trasforma poi in Meg, una storia di razzismo e resistenza con la prima protagonista nera nella storia del cinema, ed è la trasformazione che Murphy usa per raccontare la svolta storica decisiva in questa sua realtà alternativa. Grazie a un grande produttore che si sente male e lascia le redini alla moglie, Meg viene prodotto e cambia la storia di Hollywood (non quella vera purtroppo, soltanto quella immaginata) aprendo la strada ad altre pellicole che danno spazio a una visione più ampia di quella maschile, eterosessuale e bianca, dando modo ai personaggi di realizzare se stessi all’interno del sistema cinematografico. Murphy mescola i destini dei suoi eroi e delle sue eroine a celebrità realmente esistite regalando anche a loro un’esistenza alternativa e decisamente più felice: Rock Hudson non muore di AIDS non essendosi mai dichiarato ma calca il tappeto rosso degli Oscar mano nella mano con il suo compagno, Hattie McDaniel vede nella sua pupilla la speranza per le donne afroamericane di avere ruoli da protagoniste e sedere fianco a fianco alle attrici bianche, Anna May Wong vince l’Oscar che ha sempre meritato anziché essere dimenticata, Henry Willson riesce a dare una svolta alla propria carriera e alla propria vita anziché finire tristemente entrambe nell’alcolismo e nella povertà.

La fantasia di Hollywood è la realizzazione dei sogni di ogni cinefilo che adora il cinema, ma non può dimenticare quante storie di marginalizzazione sistemica hanno inondato di sangue le sue fondamenta e continuano a nutrirne ancora oggi gli ingranaggi. Un mondo certamente immaginario, ma molto reale nel suo desiderio di fornire a tutte le persone che oggi non si vedono rappresentate sullo schermo un’importante speranza di cambiamento. Nell’era post-Weinstein, in cui tutto sembra destinato a cambiare davvero – non solo per le donne, ma per chiunque sia stato oppresso in questi cento anni di cinema dalla visione uniformata e uniformante, in cui il potere è stato incarnato quasi esclusivamente dai maschi etero, bianchi e cisgender – non esiste storia più appropriata di questa. Ci troviamo di nuovo a un turning point della storia, sembra dirci Murphy, proviamo davvero a fare le cose nel modo giusto stavolta.

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