Lana Del Rey ha annunciato ieri che il suo nuovo album arriverà a settembre: ma non è stato questo a far partire una polemica che non si è ancora spenta. La cantante di Norman Fucking Rockwell! ha infatti innescato una diatriba sui social che ha acceso moltissimi siti d'informazione musicale e la comunità black d'America, scomodando persino la quota femminista. Come ha fatto? Le è bastato un post su Instagram, dove si è tolta qualche sassolino dalla scarpa.

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«Ora che Doja Cat, Ariana, Camila, Cardi B, Kehlani, Nicki Minaj e Beyoncé hanno raggiunto il numero uno in classifica con delle canzoni che celebrano l'essere sexy, il non indossare vestiti, che parlano di sesso e di tradimento, posso per favore tornare a cantare del sentirsi bella in una relazione anche se non è perfetta, di donne a cui piace ballare per soldi – o che fanno semplicemente le cose che amano fare, qualunque esse siano – senza essere crocifissa, o senza che qualcuno mi dica che sto rendendo glamour l'abuso?» Il riferimento della cantante newyorchese è alla prossemica che l'ha resa distinguibile, quell'immaginario imbevuto nell'atmosfera da Old Hollywood Anni 50, noir e velata di tristezza, dove molto spesso le donne vivono in relazioni disfunzionali. "Sono stanca di cantautrici e cantanti donne che mi accusano di ricoprire di una patina di glamour la tematica dell'abuso, quando, a dir la verità, sono una donna a cui il glamour piace, ma che canta di realtà che abbiamo tutti sotto i nostri occhi al momento, ovvero delle dinamiche di relazioni emotivamente abusive. Con tutti gli argomenti che alle donne è finalmente concesso di esplorare, che possiamo finalmente affrontare, devo ammettere che è davvero patetico che da 10 anni a questa parte il fatto che, a volte, nelle mie canzoni ho raccontato il ruolo passivo o sottomesso che ho avuto nelle mie relazioni personali ha portato la gente a dire che "con la mia musica, riporto indietro il movimento femminista di centinaia di anni". Siamo chiari: non è che io non sia una femminista, ma ci deve essere un posto nel movimento per donne come me – il tipo di donna che dice "no", ma gli uomini sentono "sì" – donne che vengono condannate senza pietà perché cercano di essere se stesse, con tutte le fragilità che comporta, il tipo di donne la cui voce è silenziata da altre donne o da uomini che odiano il genere femminile. Sono stata onesta e ottimista rispetto alle relazioni sentimentali difficili che ho avuto nella mia vita. Ultim'ora:

funziona così anche per molte altre donne»

Lana Del Rey con Sean Larkin a gennaio ai Grammy. La relazione tra la cantante e il poliziotto sembra essersi conclusa di recente.
Steve GranitzGetty Images

Il post ha, come comprensibile, scatenato una serie di reazioni contrastanti, tanto che sono stati in molti i siti musicali di rilievo, da Pitchfork a NME, a criticarla apertamente, accusandola di "femminismo bianco", di attacco alla comunità delle artiste di colore, incarnata dalla santissima trinità di Cardi B, Nicki Minaj, e Beyoncé. La realtà, come al solito, è molto più complessa e stratificata di così. Se Lana Del Rey nulla ha contro le cantanti da lei citate, tanto da modificare la caption del post originale per spiegare che "ho scelto di fare i loro nomi perché sono artiste che rispetto profondamente e che stimo a livello personale", la domanda che pone la cantante è un'altra:

può esistere solo un modo giusto di essere femministe?

In effetti a ben guardare, il modo nel quale il movimento di rivendicazione dei diritti della donna si è articolato – a livello estetico e musicale – negli ultimi anni, ha favorito il nascere di un prototipo di una donna "forte", "unapologetic" come la definirebbero gli anglofili. Insolente, a suo agio con la sua sessualità, tanto da esibirla, nell'abbigliamento come nei testi delle canzoni, decisa, implacabile anche e soprattutto quando ferita, basti pensare a Lemonade, il concept album realizzato da Beyoncé sulla scia del tradimento di suo marito Jay-Z, con video musicale del brano Hold up già entrato nella storia per la potenza con la quale la cantante sfogava la sua ira, in vestito giallo senape tutto balze e mazze da baseball da usare come arma contro incolpevoli idranti e macchine parcheggiate sul ciglio della strada. Tutto concesso, tutto giustissimo e tutto già discusso: e qui infatti c'è forse l'unico errore della cantante, che sembra dare per scontato che le sue colleghe di sopra non abbiano pagato un prezzo, per questa loro libertà sessuale ed emotiva esibita. Niki, così come Ariana e Cardi B sono da sempre oggetto di una certa retorica bacchettona che le ha etichettate come "eccessive". Critiche che le artiste hanno affrontato più e più volte, sapendo anche se nessuno sa quanto certi commenti guidati da uno strisciante sessismo in sotto traccia, possano fare male. Ma, al netto di ciò, siamo davvero sicuri che questo mito della superdonna disinibita e consapevole trovi davvero corrispettivi, nella realtà? Che, rispondere perfettamente (ancora) a questo canone proiettato su un intero genere da altre donne spesso in posizioni economicamente e socialmente avvantaggiate, sia l'unica via attraverso la quale poter esercitare la libertà di essere orgogliosamente donne?

Sul mito della superdonna si era espressa già, più di mezzo secolo fa, una che non può essere accusata di non essere femminista, Simone De Beauvoir, sostenendo che quell'immagine della donna laboriosa, indipendente anche a livello economico, era "sponsorizzata" persino dai Proverbi o dalle Antiche scritture, ma il suo operato rimaneva encomiabile solo fin quando mostrava devozione totale al progetto familiare o di coppia, mai solo a se stessa. Nel frattempo, fortunatamente, quell'idea si è stravolta, e la donna forte di oggi è (anche) una donna che mette al centro dell'universo il suo benessere emotivo, fisico, sentimentale e anche sessuale, senza chiedere il permesso a nessuno, o per questo essere tacciata di egoismo. Ma può essere quella l'unica faccia "accettabile" e condivisibile del femminismo nel 2020? Quello che i detrattori ambo-sessi di questa esternazione di Lana Del Rey forse non capiscono è che, nel criticarla, fanno esattamente quello di cui accusano da sempre gli uomini: giudicare, incasellare, secondo un sistema di valori condiviso e accettato da tutti, tranne che dalle donne stesse. E dalle donne che vivono nel mondo reale, e non sui palcoscenici e in dorate mansion sulle colline di Hollywood o nei loft di Williamsburg. Quelle che, a volte, sono anche fragili, sbagliano e inciampano in relazioni squilibrate dove non esiste una parità emotiva, quelle che se ne accorgono, e correggono il tiro, quelle che si mettono in discussione, quelle che sono imperfette, non si vergognano di essere, a volte, vulnerabili e non per questo possono essere ridotte a voci "minori", o considerate "non abbastanza femministe". Il mito del super-uomo, d'altra parte, esplicitato formalmente da filosofi come Nietzsche ma esistente praticamente da sempre, con quel rifiuto a venire a patti con le proprie emozioni e i sentimenti, derubricati a pericolosi talloni d'Achille da eradicare, ha prodotto in gran parte il clima di mascolinità tossica contro il quale il femminismo combatte da tempo immemore. E forse, basterebbe guardare a quell'errore, per capire che la forza di una rivendicazione, la sua unanimità, non passa per l'uniformità, quanto per la pluralità di esperienze e vissuti di chi la compone. Lana Del Rey non è meno o più femminista di Nicki Minaj, Ariana, o Beyoncé: è solo più capace di accettare il fatto che non si può essere perfette tutto il tempo. Sentendosi ugualmente meritevole di essere ascoltata.