A metà aprile 2020, col mondo inscatolato nell'emergenza Coronavirus, in uno dei paesi dell'Africa più profonda è successo qualcosa di straordinario. In Angola Adjany Costa è stata nominata ministra per la Cultura, l'Ambiente e il Turismo dal presidente dell'Angola João Lourenço. Tre dicasteri riuniti in un colpo solo, una ministra donna a capo: inedito per la potenza africana. Un nuovo simbolo, un'investitura che è una svolta politica, ambientale e sociale molto netta per uno dei paesi africani più stratificati, dove le differenze di classe (e disponibilità economiche) segnano profondamente le persone. Maledetti i paesi che hanno bisogno di eroi, è vero, ma non è questo il caso. Nella biografia di Adjany Costa non c'è nulla di eroico. A scorrere titoli, premi e studi, si contano la determinazione di una passione sconfinata, l'esperienza reale sul campo, l'umiltà di imparare mettendosi in gioco passo dopo passo. Un felice esempio, almeno per ora, di politica che si affida a un futuro diverso.

E dire che arrivare ai piani alti del governo Adjany Costa non lo aveva messo nei suoi piani di vita: per lei c'era una sola causa, l'ambiente, affrontata con piglio scientifico e relazioni internazionali. Millennial, giovane e determinata. Nata il 12 agosto 1989 da Sérgio Manuel Jesus Freitas Costa e Odete Matias da Silva Freitas Costa (nei paesi lusofoni la filiação è indispensabile per ricostruire le parentele e non confondere eventuali omonimie) nella provincia di Huambo, nome completo Adjany da Silva Freitas Costa, la ministra del tri-dicastero alla politica non ci aveva mai pensato seriamente. Almeno, non come carriera professionale. Il suo grande amore è sempre stata la natura, ma non con piglio da poeta romantico inglese, bensì con basi scientifiche. La ricchezza della fauna dell'Africa meridionale ha contribuito ad alimentarlo con progetti sul campo, lauree, studi, approfondimenti. Il curriculum da studentessa di Adjany Costa è imbottito di ricerche: la prima tesi in Biologia sulle tartarughe marine, con la scoperta di un carattere esclusivo nelle tartarughe bastarde olivacee dell'Angola, 6 anni di lavoro volontario nel Kitabanga Project (primo e unico progetto di conservazione della fauna marina nel paese), la specializzazione in Botswana e Brasile, la borsa di studio per studiare Marine Biodiversity and Conservation all'estero con lavori sul campo in Spagna, Portogallo, Grecia, Belgio e Germania. Nel 2015 Adjany Costa entra a far parte del National Geographic Okawango Wilderness Project, nella sezione dedicata all'ittiologia e alla conservazione della fauna del bacino del fiume Okawango (in Angola Cubango), il nono fiume più lungo del continente e confine naturale tra Angola e Namibia, nonché uno dei più abbondanti in biodiversità dell'Africa Meridionale: l'esperienza frutterà anche un documentario, Into The Okavango, girato lungo 4 mesi e 2500 chilometri di esplorazioni. La giovane biologa conservazionista contribuisce alla scoperta e definizione di 24 nuove specie, l'anno successivo diventa direttore della divisione angolana del progetto, iniziando parallelamente a lavorare con le comunità locali sull'educazione ambientale di adulti e bambini.

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È qui che iniziano ad attecchire i semi dell'intreccio potente tra cultura e ambiente, e le radici profonde della loro relazione: "Queste esperienze mi hanno fatto capire che le scienze naturali e la ricerca non sarebbero mai state sufficienti ad attivare la conservazione in un territorio così ampio, senza il sostegno delle politiche nazionali e l'ingresso delle comunità" si legge nella bio di Adjany Costa sul sito della WCRU. Lascia il progetto del National Geographic per concentrarsi principalmente sull'aspetto umano e socioculturale dell'ambientalismo capillare, lavorando a stretto contatto con i Luchaze dell'est dell'Angola per l'applicabilità del modello CBNRM, Community Based Natural Resource Management Model, per una protezione reale della fauna selvatica della zona attraverso politiche ambientali alternative messe in atto dalle locali comunità rurali. Sembra tanto, e lo è. Infatti l'impegno di Adjany Costa con il National Geographic nella conservazione della fauna angolana è stato riconosciuto e premiato numerose volte: esploratrice emergente nel 2017, Young Earth Champion Award delle Nazioni Unite nel 2018 (destinato agli ambientalisti famosi tra i 18 e i 30 anni), medaglia d'Ordine di 1° grado al valor civile in Angola, explorer of the year 2019 per il National Geographic Okavango Wilderness Project (NGOWP), e non ultimo il Prêmio da Lusofonia para Conservação 2019.

Le onorificenze sono un di più. Per Adjany Costa è l'esplorazione della sua terra e il rapporto tra umanità e natura il grande centro delle sue investigazioni. Futuristica in un paese come l'Angola, dove il benessere e le percentuali del PIL sono salite ad inizio millennio con la scoperta di giacimenti di petrolio e miniere di materie prime, ampiamente cannibalizzate dagli interessi mondiali, e le proteste da parte delle comunità rurali silenziate in malo modo. I nuovi ricchi hanno contribuito a nascondere la realtà dicotomica del paese: un terzo della popolazione vive ancora sotto la soglia di povertà giornaliera, molti servizi considerati essenziali non sono accessibili a tutti. La trazione popolare è di impronta matriarcale, ma al potere ci stanno principalmente e comunque gli uomini. Per questo la mossa del presidente Lourenço agli inizi di aprile 2020, nel pieno di un rimpasto di governo, ha stupito molti: semplificare la res publica unendo tre dicasteri chiave come Cultura, Ambiente e Turismo e affidarne le chiavi ad una donna, competente, laureata, che parla altre 5 lingue oltre alla sua ed è una riconosciuta eccellenza internazionale, è un trattato di semiotica applicata (alla speranza dei millennials). Appena convocata dal presidente la dottoranda Adjany Costa ha dovuto lasciare di corsa Oxford, atterrare a Luanda, farsi testare per il Covid-19 e assumere la nomina a ministra. Il suo programma di governo è cristallino: ridurre l'impatto dello sfruttamento delle risorse naturali e adottare tecnologie pulite, concentrarsi sulla conservazione degli ecosistemi, migliorare la gestione ambientale e integrarla al turismo, specialmente giovanile, che in Angola non è ancora diventato comune ma il potenziale è gigantesco.

All'idilliaco esempio dell'avercela fatta con le proprie competenze, risorse e mezzi, va aggiunto che non tutti hanno apprezzato la scelta presidenziale. La ministra Adjany Costa è stata subito presa di mira dai detrattori per le sue scarse competenze in campo politico, che possono diventare un boomerang delle sue buone intenzioni: l'élite politica dell'Angola è pronta a sbranarla con naturalezza. D'altronde ha alle spalle 500 anni di dominazione del Portogallo (il paleocolonialismo lo definì il primo presidente dell'Angola liberato, Agostinho Neto), 45 anni di esperienza post-indipendenza (nel 1975) e 27 anni di guerra civile tra gruppi indipendentisti, a più riprese e tregue, tra scandali di traffici di armi, bambini soldato, crisi umanitarie senza precedenti cessate solo nel 2002. Un periodo sanguinolento che ha contribuito a formare una casta politica quasi intoccabile, guidata da interessi personali più che dal bene supremo del paese, dove ancora il tasso di mortalità infantile è tra i più alti del mondo (ne fece un'inchiesta straziante il New York Times nel 2015). L'esempio più lampante della lavanderia economica di Stato è incarnato da Isabel Dos Santos, figlia dell'ex presidente José Eduardo Dos Santos, considerata la donna più ricca dell'Africa e smascherata dai Luanda Leaks nelle sue appropriazioni indebite di capitali tramite società a scatole cinesi. Nulla di più lontano dalla neoministra Adjany Costa, che rappresenta una sfida diretta ad un certo tipo di politica, l'enzima che potrebbe far partire un progresso più onesto. Una piccola speranza, insomma. Che il tramonto del vecchio potere segni l'alba dolce dell'impegno del nuovo.