La storia di Anthony Perkins e di come fu costretto a nascondere l'Aids

L'indimenticabile Norman Bates di Psycho dovette nascondere di stare morendo, costretto dalle spietate regole di Hollywood che lo aveva emarginato.

“Una vita normale”, è la frase che oggi viene ripetuta dai medici a chi scopre di aver contratto il virus dell’Hiv, l’unico in grado di preoccuparci prima di febbraio 2020, una vita tenuta sotto controllo dalle terapie, eppure sostanzialmente non diversa da quella delle persone sane, raramente con esiti drammatici. Ma una vita normale non era possibile per chi con l'Aids ci doveva fare i conti tanto tempo fa, come l’attore Anthony Perkins, il protagonista di Psycho, il film cult di Alfred Hitchcock del 1960 . Nel 2021 saranno trascorsi 40 anni dall’inizio ufficiale dell'epidemia di Aids che nei primi tempi, senza alcuna cura e senza un vaccino, faceva sentire impotenti medici, pazienti e l’intera umanità, sotto shock soprattutto quando vedeva cadere sotto la sua scure personaggi famosi come Rock Hudson, Freddie Mercury, Rudolf Nureyev, la modella Gia Carangi che Angelina Jolie interpreterà poi in un film, l'artista Keith Haring, lo scrittore di fantascienza Isaac Asimov e il suo collega esploratore Bruce Chatwin, persino Frank Silva, lo scenografo che David Lynch aveva trasformato nel personaggio di Bob in Twin Peaks. E poi c’era Anthony Perkins, che quando non esistevano i farmaci di terapia antiretrovirale, quando non si sapeva che abbracciare un positivo all’Hiv o un malato di Aids, mangiare a tavola con lui, viverci insieme non comportava alcun rischio, non volle subire lo stigma sociale e di comune accordo con sua moglie Berry Berenson prese una decisione: nascondere la malattia al mondo intero.

Anthony Perkins aveva 60 anni quando si spense un giorno di sabato nella sua casa sulle colline di Hollywood. Al suo capezzale c’erano la moglie, sorella di Marisa Berenson, nipote della stilista parigina Elsa Schiaparelli e del mercante d'arte e storico Bernard Berenson, e i loro figli Osgood, di 18 anni, ed Elvis, di 16. Le uniche tre persone, insieme a pochissimi amici fidati, a sapere che stava morendo. La storia del segreto che suo marito ha custodito per due anni, Berry Berenson la raccontò al New York Times il 15 settembre del 1992, tre giorni dopo la scomparsa dell’attore. Berry si mise seduta e iniziò a parlare con il giornalista Bernard Weinraub, accolto a casa sua, di qualcosa alla quale in fondo era stata preparata dall’attesa: "Semplicemente non voleva che nessuno lo sapesse", raccontò subito di suo marito, "ha pensato che se qualcuno l'avesse saputo non gli avrebbero mai più dato lavoro". Berry raccontò di come Perkins avesse fatto ricorso alle cure ospedaliere solo due volte e sotto falso nome: “Non puoi nemmeno essere te stesso in una situazione come questa. Firmi qualcosa col nome Smith o qualsiasi altra cosa, ma quest'uomo aveva passato tutta la sua vita a dare alle persone così tanto piacere attraverso il mondo dello spettacolo, e questa è stata la sua ricompensa. Non ha potuto nemmeno essere se stesso, alla fine”.

Ron GalellaGetty Images

Anthony Perkins, che negli ultimi giorni parlava molto con i figli, i quali a volte prendevano nota di quello che diceva su un diario, disse loro di aver imparato più “sull'amore, l'altruismo e la comprensione umana dalle persone che ho incontrato in questa grande avventura nel mondo dell'AIDS di quanto io abbia mai fatto nel mondo spietato e competitivo in cui ho trascorso la mia vita". Sua moglie era furiosa con gli Studios, così spietati da aver dovuto celare tutto a colleghi e produttori. Lei e Anthony erano sposati dal 1973, eppure solo in quel periodo suo marito vuotò il sacco della rabbia che aveva celato a lungo contro lo show business che lo aveva lasciato per lunghi periodi senza lavorare anche prima di ammalarsi, e le confidò lo sconforto per come il ruolo di pazzo Norman Bates in Psycho avesse condizionato il suo futuro. A tutto questo si aggiungeva l'obbligo di mantenere il segreto sulla sua malattia perché Hollywood gli avrebbe inferto un altro oltraggio, emarginandolo. In due anni senza ingaggi, Perkins imparò a suonare il piano ma trascorreva lunghe ore vicino al telefono per paura di perdere la chiamata di un agente con un ruolo per lui.

Ma Hollywood sospettava, o meglio, sapeva. Il quotidiano di gossip The Enquirer aveva pubblicato un articolo in cui svelava la sua sieropositività e Perkins si era dovuto giustificare e negare. Al tempo bastava che un attore si recasse a fare gli esami del sangue che la stampa insinuasse l'Hiv. Anche Perkins e sua moglie parlarono di un semplice controllo effettuato a Los Angeles perché aveva subito una paralisi su un lato del viso, cosa che era vera. Ma trovandosi in mano la fiala, qualcuno nel laboratorio di analisi effettuò il test Hiv per poi vendersi i risultati alla stampa, e gli studios probabilmente avevano ricevuto prove del risultato. Dopo la sua morte, raccontò Berry Berenson, tutti si precipitarono a biasimarla di non aver chiesto aiuto: “perché non me lo avete detto? Gli avrei dato un ruolo!”, finsero i produttori. Ma con quell’intervista al New York Times Berry si levò i sassolini dalle scarpe uno a uno e a chi le chiese come suo marito avesse preso il virus non ha mai voluto rispondere, scuoteva la testa e diceva: "No. Non lo sappiamo davvero. No. Ma ne vale la pena?". Se Anthony Perkins si fosse ammalato oggi avrebbe avuto una vita normale, come ce l'hanno tante persone che continuano a lavorare anche dopo aver svelato la sieropositività. Purtroppo, non è andata così.

Donaldson CollectionGetty Images

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