François Truffaut, l'uomo che amava le donne (e le sue muse)

Da Fanny Ardant a Jeanne Moreau passando per Catherine Deneuve: tutte le muse del grande regista francese che ha fatto dell'amore il soggetto ideale di tutte le sue pellicole più belle.

francois truffaut et catherine deneuve  paris, france, circa 1970  photo by reporters associesgamma rapho via getty images
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Da ragazzo, preso dai tipici sussulti romantici di quell’età, ogni volta che mi trovavo a Parigi mi ritagliavo un’ora di tempo per visitare la tomba di François Truffaut al cimitero di Montmartre. I miei compagni di viaggio giravano fra i vicoli dell’Île de la Cité? E io scappavo al 20 di avenue Rachel, nel XVIII arrondissement, per rendere omaggio al protagonista indiscusso della mia educazione sentimentale. Sulla sua tomba, una lastra di granito scuro su cui è semplicemente indicato il nome, c’era sempre una rosa rossa. Sempre una. Sempre rossa. Così mi divertivo a fantasticare sull’identità di colei - perché doveva essere senz’altro una lei - che aveva scelto un modo così romantico per ricordare il padre della Nouvelle Vague.

Il primo nome che mi saltava alla mente, forse il più banale di tutti, era quello di Fanny Ardant, la sua ultima compagna. L’attrice era stata la protagonista de La Signora della porta accanto e di Finalmente domenica, che conserva una delle citazioni più memorabili del cinema d'Oltralpe («Qui siamo in Francia, e grazie al cielo in questo Paese il delitto che si difende meglio in tribunale è quello passionale…»). Fanny e François avevano vissuto insieme gli ultimi anni di vita del regista, scomparso nel 1984. Un anno prima la coppia aveva avuto anche una figlia, chiamata Josephine. Truffaut si era innamorato di Fanny ancor prima delle riprese de La Signora della porta accanto. L’aveva vista recitare in alcuni film per la tv e, durante un rendez-vous alla sede di Les Films du Carrousse, la sua casa di produzione, le aveva sussurrato in un orecchio: «I tuoi occhi neri, la tua bocca grande, la tua voce bassa, il tuo viso triangolare: il mio prossimo film sarà solo per te». Alla fine, mantenne la promessa e trasformò quella ragazza originaria della Loira nell’ultima femme fatale del cinema francese. Un’icona il cui nome resterà per sempre legato a quello suo.

Francois Truffaut e Francoise Dorleac
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Anche Catherine Deneuve avrebbe potuto posare una rosa rossa sulla tomba di Truffaut. Non ne ha mai voluto parlare in pubblico, eppure la sua relazione col cineasta, avvenuta fra il dicembre 1968 e il Natale 1970, non fu un semplice flirt, ma una storia d’amore con tutti i crismi. Con Catherine, il regista girerà L’ultimo Metro e La mia droga si chiama Julie, inno all’amor fou, dove la diva, bella come non mai, farà perdere la testa al povero Jean-Paul Belmondo. Quando Francois conquistò Catherine, lei stava uscendo dalla liaison dangereuse col fotografo inglese David Bailey. «Quello che mi piace di lei è il suo mistero», scriverà il regista in seguito. Lontani dalla luce dei riflettori, i due amanti girarono il mondo, facendo coppia per alcuni mesi. Poi, come avviene per certe passioni che bruciano inesorabili e si spengono troppo in fretta, il giocattolo si ruppe. Truffaut ne uscì a pezzi e finì in ospedale per un esaurimento nervoso. I due, superata la bufera, rimasero per sempre amici.

Una rosa rossa sulla tomba di Montmartre l’avrebbe messa volentieri pure l’attrice Françoise Dorléac, sfortunatissima sorella di Catherine Deneuve, se non fosse morta nel giugno del 1967 in un incidente stradale a Villeneuve-Loubet, in Costa Azzurra. Stava guidando verso l’aeroporto di Nizza quando la sua auto slittò fuori strada, si ribaltò e si incendiò, non lasciandole scampo. Aveva solo 25 anni. François si era invaghito di lei nel marzo 1963, durante un viaggio promozionale per il cinema francese che i due fecero in Israele. Prima di allora, confessò l’attrice, Truffaut la considerava addirittura insopportabile. Il regista la scelse per il ruolo di protagonista ne La calda amante. La riprese da ogni angolazione possibile, soffermandosi sul suo profilo delicato, sul suo collo sottile e sui suoi gesti raffinati. Si divertiva a insegnarle a lasciarsi andare davanti all’obbiettivo, a non nascondersi dietro i capelli, a rimanere immobile. «Dobbiamo avere tempo per poterti guardare», le diceva. Quando l’attrice morì, il regista, che si divertiva a chiamarla "Mademoiselle Framboise Dorléac” (framboise in francese è il lampone), si ritirò per mesi dalle scene, scrivendo lettere e divorando libri.

Fanny Ardant e Francois Truffaut
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Claude Jade era un’altra delle mie indiziate principali. Di lei Truffaut si era innamorato quasi a prima vista. L’attrice, protagonista degli ultimi tre capitoli del ciclo di Antoine Doinel, aveva appena diciannove anni quando il regista le chiese di sposarlo. Il matrimonio si sarebbe dovuto tenere nel giugno del 1968. L’abito era pronto, così come i due testimoni dello sposo: Jean-Claude Brialy e Marcel Berbert. Ma i disordini politici del maggio francese stravolsero per sempre i piani dei due promessi sposi. Alla fine non se ne fece nulla. Ma Truffaut resterà però il primo grande amore di Claude e le starà accanto fino alla fine proteggendola come un padre pigmalione. «Mi aiutava, mi dava consigli anche quando volevo sposarmi. Tu sei la mia terza figlia, diceva», raccontò l’attrice, scomparsa nel 2006 a soli 58 anni.

Catherine Deneuve e François Truffaut
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Del mio elenco faceva parte anche la delicata Marie-France Pisier, la “Colette” di Antoine e Colette. Truffaut l’aveva scoperta nel ’61 grazie a un annuncio pubblicato su Cinémonde. Cercava una fidanzata per il suo Antoine. «Non deve essere né una Lolita, né una troppo perbene, né una troppo sexy». La somma di tutti questi "né" aveva condotto direttamente a lei: un'attrice diciassettenne dalla voce indimenticabile. François se ne invaghì perdutamente, al punto da abbandonare la moglie e fuggire con lei per un mese.

Jeanne Moreau e Francois Truffaut
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È invece quasi certo che non sia stata Isabelle Adjani a lasciare quella rosa sulla tomba del regista perché fu una delle poche a non cadere fra le sue braccia. Truffaut l’aveva corteggiata incessantemente per mesi, ma lei aveva sempre detto no. No alle lettere d’amore, no alle avances. Lui l’aveva scoperta alla Comédie Française, appena diciannovenne. Il volto angelico, la bellezza eterea e quell’aria di una che sembrava piombata sul pianeta terra dalla luna. Per convincerla ad accettare il ruolo di Adele H., le aveva scritto parole accorate. «Sei un'attrice favolosa e io non ho mai sentito un desiderio così irresistibile come stavolta di fissare un volto come il tuo su una pellicola». Isabelle accettò la parte, che le valse la candidatura agli Oscar (una rarità per un’attrice francese in un film recitato in lingua originale) ma rifiutò senza mezzi termini la corte. Qualche anno più tardi la stessa Adjani confesserà: «Sapevo che per François quel film fosse un pretesto per filmarmi. Si era fatto coinvolgere dalla sua attrice, che era troppo giovane per rispondere alle avances di un regista troppo esperto».

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L’ultima mia ipotesi, infine, era quella più fantasiosa ma anche più romantica di tutte. A pochi metri dalla tomba del regista nel cimitero di Montmartre (che i parigini chiamano Cimetière du Nord) c’è infatti quella di Jeanne Moreau, scomparsa nel 2017. I due sepolcri sono separati da una manciata di passi, pochi secondi in tutto. Ho pensato tante volte: e se fosse stata proprio Jeanne, o il suo spirito, a regalare tutti i giorni una rosa al regista? I due si erano conosciuti nel 1957 al Festival di Cannes. Truffaut era andato in estasi per l’interpretazione dell’attrice in Ascensore per il patibolo. Sui Cahiers du cinema aveva scritto, entusiasta: «Con la bocca tremante, i capelli folli, Jeanne ignora ciò che gli altri chiamano "moralità" per vivere solo l’amore. Signori produttori e registi, datele un ruolo vero e avremo un capolavoro!». Fra l’autore e la musa scattò qualcosa. Truffaut le raccontò subito di Jules e Jim, il romanzo di Roché. Si iniziarono a frequentare, a scrivere, ad aiutarsi a vicenda nei momenti difficili. Trascorrevano moltissimo tempo insieme nella casa della Moreau a La Garde-Freine. Per Truffaut, la diva reciterà in alcuni dei suoi gioielli più luminosi: Jules e Jim e La Sposa in nero. Quando il regista morì, lei si presentò alla cerimonia dei César con le lacrime agli occhi e interpretò dal vivo Le Tourbillon de la vie, il brano che aveva cantato più di vent’anni prima nel film Jules e Jim. Fu il suo toccante omaggio all’uomo più importante della sua vita. Un omaggio bello, proprio come una rosa rossa.

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