Non mi ero mai resa conto in quale problema mi fossi cacciata quando avevo liquidato con un “ma no, che me ne faccio! Ho Netflix, Mubi, Amazon Prime, e poi amo sprecare ore della mia vita a guardare le Instagram Stories degli altri, e poi dove la metto?! E poi è brutta, non è più un oggetto di vanto come negli Anni Cinquanta, mamma!”. La domanda candida di mia madre “te la regalo la tv per la casa a Milano?”. Non mi ero mai resa conto in quale problema mi fossi cacciata a non avere una televisione, nel 2020, finché non ho scoperto che l’unica cosa per cui valeva la pena averla, nel 2020, pagare il canone, nel 2020, era un programma sulla Rai. Sì, la Rai. Ma perché esiste ancora la Rai? No scherzo, lo so, la Rai è viva e lotta insieme a noi, e lotta talmente insieme a noi che l’anno scorso ha ospitato uno dei programmi tv che sarebbero sorprendentemente rivoluzionari persino in una stanza radical su Clubhouse, figurarsi sulla Rai. No Rai, scusa, non ce l’ho con te, davvero, è solo che non me l’aspettavo. Questo programma si chiama Una pezza di Lundini, ma probabilmente lo saprete già, e io ho appena scoperto che il prossimo 20 aprile ricomincerà con una nuova stagione, ma probabilmente lo saprete già, perché insieme a mezza Italia seguite la mente dietro questo progetto, il comico e autore Valerio Lundini. Ci ha presi per mano per spigarci cosa fosse l’ironia cringe, ci ha disegnato su una lavagnetta i concetti alla base della comicità surreale/sovversiva/strana, sì, pure strana, tanto strana che fa il giro e ti piace. E non ne puoi più fare a meno. Ci ha traghettato da una puntata all’altra, un po’ Caronte un po’ Virgilio, tra i gironi infernali di quest’anno pandemico, lasciandoci in attesa di scoprire quando sarebbe andato in onda un nuovo episodio (quando la Rai non sapeva che trasmettere in seconda o terza serata ci “metteva una Pezza”, letteralmente). Dalle (s)cortesie per gli ospiti di puntata alle interviste senza intervista, dai meme viventi a un pubblico che non è mai scenografia ma personaggio, difficile spiegare Una pezza di Lundini, ma per fortuna non lo devo fare io. Io sono qui per scrivere un’intervista alla donna per cui avrei comprato, alla fine, la televisione (poi ho scoperto che si potevano vedere tutte le puntate su RaiPlay, quindi niente), Emanuela Fanelli. Attrice, autrice, comica, la Thelma o la Louise di Lundini nel programma, classe 1986, un cv conciso e intenso, dal teatro alla tv alla scuola materna, da Caligari a Guzzanti, e una grandissima voglia, la mia, di poterla vedere in un teatro pieno di gente che sulle poltroncine rosse morbide si ride addosso senza riuscire più a fare lo spelling di “distanziamento sociale”.

Volevo dirti che ho letto che da piccola facevi gli scherzi telefonici a casa di tua nonna. Anch’io. Solo che oggi le mie battute non le capisce praticamente nessuno, tu sei diventata un’eroina della comicità contemporanea. Cos’è andato storto a me e bene a te?
Beh mi stai facendo ridere, è già qualcosa! Io sono cresciuta a casa di mia nonna materna, passavo tutti i pomeriggi con lei a giocare e scherzare, ogni tanto apriva l’elenco telefonico di Roma a una pagina a caso e mi passava la cornetta dicendo “digli questo, digli quello e vedi come ti risponde!”. Forse sì, con un metodo per cui oggi le educatrici storcerebbero il naso, mi ha insegnato lei a improvvisare, a cavarmela da sola. La cosa divertente è che quando mia mamma mi veniva a prendere e ci trovava di fronte al telefono, mia nonna sapeva che si sarebbe arrabbiata e riusciva a fare la vaga, io scoppiavo a ridere e provavo a trattenermi per cercare di mantenere il segreto che c’era tra me e lei. Quegli sguardi complici tra di noi sono un ricordo prezioso.

Il tuo debutto nel mondo dei film è stato un po’ da film: vai al tuo primo provino e ottieni il tuo primo ruolo. Tra l’altro in un film di Claudio Caligari, l’ultimo prima della sua scomparsa, Non essere cattivo.
L’unica cosa che sapevo sul cinema è che dopo la parola “azione!” gli attori iniziano a parlare. E basta. Purtroppo Caligari non stava già tanto bene, io l’ho visto un paio di volte, sono stata sul set solo per qualche giorno, però l’ho incontrato e ci ho parlato. O, meglio, lui ha rivolto la parola a me. Io non ne avrei avuto il coraggio. Mi ha detto che un bravo attore è colui che non giudica mai il suo personaggio, ma che diventa il personaggio. Il rischio, sennò, è che lo spettatore senta il distacco, non si fidi di te e, quindi, di tutto il film.

Mi sono andata a rivedere i titoli di coda di Non essere cattivo e c’è scritto davvero Emanuela Fanelli “Prima Smandrappata”.
Non solo è vero, ma io sono seriamente fiera di questa cosa. E poi le smandrappate erano tre, e io ci tengo a dire che ero la prima. Pochi attori al mondo hanno avuto un esordio così epico. Ero entrata da poco nella mia agenzia, un giorno mi chiama il mio agente e mi dice “ti ho iscritto a un provino per fare una particina in un film”, ero emozionata, vado da lui a leggere il copione per prepararmi la mia parte e c’era scritto veramente “smandrappata N.1”. Ho pensato “Benvenuta al cinema Emanuela!”.

In tutto ciò fra una perla di Caligari e un provino a Cinecittà tu facevi la maestra d’asilo.
Ho sempre lavorato, ho 34 anni, mica 17. Vengo da una famiglia normalissima e niente mi è stato regalato, lavoravo sia quando vincevo sia quando perdevo i provini. Fare la maestra mi piaceva molto, perché mi dava la libertà di considerare la recitazione una passione e, quindi, di non dover dire di sì a tutto. Tanto un lavoro per mantenermi ce l’avevo già.

E oggi?
E oggi penso la stessa cosa. Non faccio più la maestra ma recitare continua a essere il lavoro più bello del mondo, che pagherei io per farlo. Okay, questa cosa i produttori non la devono sapere… (ride) però non accetterei mai niente che non mi rende felice o che non mi convince. È un po’ come quando stai con qualcuno ma non lo ami più, formate una coppia, sì, ma la sostanza non c’è.

Cosa vuol dire per te alzare l’asticella?
Eh, è una cosa che provo a fare quando ne ho l’opportunità, oppure quando mi “obbligano” gli altri, quando ti chiedono di fare qualcosa che ti fa uscire dalla tua comfort zone, ad esempio un ruolo diverso, un personaggio che non hai mai considerato. A me è successo quando ho lavorato con persone come Paola Cortellesi o Corrado Guzzanti, ma anche con lo stesso Valerio Lundini, professionisti che stimo tantissimo, davanti ai quali non avrei mai permesso a me stessa di essere mediocre. Ecco, alzare l’asticella forse significa non dirsi mai “ora che ce l’ho fatta sto qui e non mi schiodo”.

Domanda marzulliana: è il teatro che non riesce a stare al passo coi tempi o noi al passo col teatro?
Penso che il teatro sia una delle forme artistiche più belle, oltre che più antiche, di tutte. E, come tutte le forme d’arte, nasce dall’esigenza del singolo o di una comunità di voler rappresentare qualcosa, di dare sfogo a un bisogno di rappresentazione che si vuole condividere. È un grandissimo esempio della sensibilità dell’uomo e della sua voglia di condivisione. Bene, e ora che ti ho dato una risposta marzulliana, ti racconto quello che penso da persona che ha lavorato e lavora a teatro. Alcuni hanno un approccio in stile “metto in scena quello che voglio tanto vabbè il pubblico non le capisce lo stesso ste cose”, diciamo che ogni tanto vedi queste operazioni di gente che se la canta e se la suona da solo, un po’ onanistiche. E questo non mi piace. O, meglio, non è il teatro in cui credo io. Perché io ci credo nel teatro, sono fiduciosa nel suo futuro e nelle persone che ci vanno. Pensa a quello che è successo quando, dopo il primo lockdown, hanno riaperto cinema e teatri, molta gente si è fiondata, ne sentiva la mancanza, perché andare a vedere un film o uno spettacolo o un concerto è quel “qualcosa” per cui vale la pena uscire, fare, incontrarsi, vivere. E poi andare a teatro è un’esperienza unica davvero, assisti a qualcosa che qualcuno sta facendo davanti a te apposta per te, e che se vedi il giorno dopo non sarà mai uguale. Da attrice, poi, posso dirti che la strizza che hai a teatro non ce l’hai mica come quando fai le riprese per un film. A teatro deve andar bene la prima per forza.

Un po’ di teatro lo hai portato anche su Rai 2, a modo tuo…
Sì, con i miei monologhi semi-seri Voci di Donne. Volevo ironizzare su quegli spettacoli in cui ci sono le attrici che devono tirare fuori i miti greci e poi, alla fine, finiscono sempre col dire che noi donne siamo meglio degli uomini. E quindi dicono la stessa cosa che criticano. Dovevo fare uno spettacolo mio lo scorso marzo, ancora non avevo idea che sarebbe partito il progetto di Una Pezza di Lundini, e avevo pensato di iniziarlo così, per fare uno scherzo al pubblico. E già mi immaginavo che tutti avrebbero detto “Ma è veramente così tutto lo spettacolo?! Oh madonna, che palle”. E, a quel punto, mi sarei messa a ridere e avrei detto “tranquilli, stavo scherzando”.

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Al posto tuo avrei una paura folle di perdere l’ispirazione o di non far ridere più…
Ci penso. Spesso. Che io faccia ridere l’ho scoperto solo recentemente, da quando ho iniziato a recitare più come comica. Ogni tanto mi capitava di appuntarmi o scrivere cose mie che tendevano al comico, ma non ci ho mai riflettuto troppo. Ti dirò, non è tanto la paura di non avere più idee, ma quella di adagiarmi, a un certo punto, su uno standard che penso vada bene, e smettere di avere quel friccichìo dentro, quella cosa che ti spinge a dare di più e meglio.

Guardo la tv italiana da 30 anni e ho capito che se sullo schermo c’è una donna: o è bella ma non balla o balla ma non è bella. Ho capito male? Quanto te ne frega di questo cliché?
Non me ne frega niente, infatti io non so che sono e non voglio nemmeno saperlo. Posso dirti che mi sono scontrata con(tro) questi cliché solo da poco, facendo questo programma. Ho un aneddoto, non proprio felice. È capitato in questi mesi che abbiano fatto i complimenti a Valerio per sketch o dialoghi miei e che, in realtà, avevo scritto io. Molti si stupiscono ancora del fatto che un comico possa essere anche autore. Ma, perché, non posso essere capace sia a interpretare che a scrivere?! Ah, poi me n’è venuto in mente un altro.

Dimmi dimmi.
Allora, io e Valerio abbiamo più o meno la stessa struttura fisica, siamo magri di costituzione, è così, non ci possiamo fare niente. Solo che, spesso e volentieri, ho visto commenti sui social o sotto i video del tipo “è troppo magra”, “ma non mangi”, “ma per fare la tv le prendono tutte magre”, eccetera eccetera. Ovviamente nessuno ha mai detto la stessa cosa a Valerio. Solo che io sono donna e automaticamente devo essere giudicata. Fossimo a un concorso di bellezza capirei…

Da qualche parte ho letto che avevi paura di partecipare al programma “per non rovinarlo”. Col senno di poi a me viene un po’ da ridere leggendo questa affermazione, e a te?
Eh ma io sono sono proprio una persona sicurissima di se stessa. Ora faccio come le persone che usano i termini di psicologia per darsi un tono, io soffro della “sindrome dell’impostore”. Penso sempre di non essere brava. Infatti poi quando le cose vanno bene o mi fanno i complimenti, io sotto sotto penso sempre “ecco, li ho fregati un’altra volta”. Forse è questo il mio “segreto”, non pensare mai “vado lì e spacco tutto”. Preferisco fare il mio per bene e in silenzio. Resta il fatto che Valerio sia bravissimo, secondo me gioca tutto un altro campionato.

Insieme, invece, come avete giocato?
A riproporre stereotipi e luoghi comuni della tv, ribaltandoli o sottolineandone l’inadeguatezza. Oppure facendo cose che semplicemente facevano divertire noi. Ci siamo sempre detti “facciamo un programma che noi guarderemmo”.

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Racconti a qualche matto che non ha mai visto gli sketch di A Piedi Scarzi e Roma di che cosa si tratta?
Direi a quel matto che i primi matti siamo stati noi che ci siamo azzardati a fare una cosa del genere. Te lo dico, ogni tanto io e Valerio ci fermavamo, ci guardavamo in faccia, e ci dicevamo “ma secondo te alla fine ci mandano davvero in onda?!”.

Buttarsi, rischiare, improvvisare, però, non sono i motivi per cui il programma “ha funzionato”?
Credo di sì, dicono di sì. Ma dicevamo…

Dicevamo. La tua epica sui cliché su Roma, i film ambientati a Roma, gli attori di Roma, le trame Roma-centriche, i dialoghi in romanesco italianizzato (o italiano romanizzato?!), le “storie vere” della e dalla periferia romana, i…
Okay okay okay. Diciamo che questi sketch sono una presa in giro in primis a me stessa, che sono anch’io un’attrice romana, che lavora e fa film a Roma e su Roma. Fossi stata bolognese o siciliana, non mi sarei mai permessa di scherzare in questo modo, e poi mi avrebbero sicuro dato della rosicona! Tutto è nato da una riflessione sull’enorme quantità di film usciti negli ultimi anni, ambientati nella periferia romana, che raccontano puntualmente storie di disagio e criminalità, di famiglie disfunzionali, di povertà e bimbi urlanti mezzi scalzi per strada… Praticamente questo cliché è diventato un sotto genere del cinema italiano, e io mi diverto a farne un po’ il verso facendo finta di essere la protagonista di questo fantomatico film A piedi scarzi. Mentre nei video di Roma scherzo su tutta quella retorica della “Roma de ‘na vorta”, sui luoghi comuni, su quanto sia bella, sui modi di dire grevi - che poi li abbiamo veramente eh -, su tutta questa nostalgia della Roma sparita o dei miti degli antichi romani, che poi non sappiamo più nemmeno cosa sia vero e cosa no, ma vabbè.

Durante qualche puntata hai condiviso la scena con una partner in crime d’eccezione (e eccezionale), Sandra Milo. Tu leggevi e lei rispondeva a lettere in stile Posta del Cuore, la tua come inizierebbe?
Cara Sandra, conosce la ricetta per un buon robbisf?

Per chi non avesse capito la battuta, a pagina 46 la soluzione. No, scherzo è QUI.

Il 20 aprile inizia la seconda stagione di Una Pezza, mi spoileri qualcosa?

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