#Sanremo2021 È come una fotografia

Dal premio di Fiorello ai vincitori, i Maneskin, ma anche (e soprattutto) Ornella Vanoni.

È come una fotografia. L’eccezionalità - e la difficoltà - di questo 71esimo Festival di Sanremo è lì, condensata nelle immagini finali della serata. Nei gesti. Nei pianti. Ma soprattutto negli abbracci. Che non ci si da più. Ma che sul palco, vicini, in attesa del risultato che avrebbe proclamato il vincitore, i finalisti, Fedez - Michielin e i Maneskin (Ermal Meta terzo, era già fuori inquadratura), si abbracciano, si toccano, si buttano addosso, si inumidiscono reciprocamente - dimenticandosi per quegli istanti di tutti i protocolli Covid -. Sono tirati in volto, cerulei, come in ogni finale sanremese o come in tutti i talent show con tensione emotiva che si rispetti, ma qui c’è qualcosa di più.

Jacopo Raule / Daniele VenturelliGetty Images

C’è un bisogno, certo, di sapere chi ha vinto e chi no, ma c’è forte un’affermazione prepotente di essere vivi. All’avere altro, al tornare a provare altro, oltre alla paura. L’incertezza. Che fuori quel palco, spenti i televisori e l’orchestra, meravigliosa, c’è. Un risveglio - a parte l’ora tarda - collettivo. Una miccia di emozione, adrenalina. È il rock. Ci dice il risultato. Vincono i Maneskin - con Zitti e Buoni. “La notte di questo Sanremo è una notte rock”. È Amadeus a dirlo, dopo proclamazione e congedandosi, ancora lucido nonostante una stanchezza palpabile, in un abbraccio con il suo amico Fiorello. Nella serata a sorpresa, gli assegna il Premio Città di Sanremo: “Senza di te questo Sanremo non sarebbe stato possibile”. E per la prima volta Fiorello resta senza parole, emozionato per davvero, fino poi a farsi mettere al collo il premio. Farà tutta la sera così. Genio.

Jacopo Raule / Daniele VenturelliGetty Images

Le parole le ha - e belle chiare però - quando partendo dall’annuncio della mattina di Ama “Non ci sarà un AmaTer” - si prende la scena e mentre ci fa molto ridere, si toglie un po’ di sassolini dalle scarpe.

“È finita Ama, è finita. Prendiamoci un po’ i nostri tempi, si finirà non tardissimo, quindi parliamo un po’. È giusto così, è finita l’avventura. Che dirti? Tu oggi hai dichiarato che non non farai il festival l’anno prossimo. Ti capisco perché è impegnativo. C’hai un’età. E se non lo fai tu - per fortuna - non lo faccio neanch’io. Io voglio fare inboccallupo a chi verrà l’anno prossimo. Vi auguro questa platea piena - indicando il deserto di fronte a lui del teatro vuoto - dev’esser piena di gente, ovunque. In mezzo all’orchestra ci dev’essere gente che mangia. Fuori voglio vedere gente, ospiti internazionali. Se c’è pubblico significa che le cose sono andate benissimo. Ma deve andare tutto malissimo. Vi diamo tutto ma deve andare malissimo! Voglio vedere chi si prende questa patata bollente l’anno prossimo. Che devono dire “chi mu fece fare?”.

In fondo i Maneskin con Zitti e buoni ci regalano un passaggio spendibile trasversalmente con i tuttologi sanremesi, e insieme della vita “Parla, la gente purtroppo parla. Non sa di che cazzo parla. Tu portami dove sto a galla, che qui mi manca l'aria”. L’aria ci è mancata - ma per commozione, intimità, tenerezza - con Ornella Vanoni. Da piangere. Il come canta e il cosa canta, immensa. Dedica una carezza all’orchestra “siete stanchi, sfatti, si vede”. Come siamo tutti noi, rispetto al virus. E se per una settimana i lavoratori dello spettacolo ce l’hanno messa tutta per farci pensare “solo alle canzonette” vien da dire Grazie.

Jacopo M. RauleGetty Images
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