È morto Givenchy, il sarto che amava le donne. E non i bulldozer

Ha trasformato Audrey Hepburn e le altre in emblemi di eleganza senza tempo.

Givenchy
Courtesy Photo

Sfido qualsiasi millennial a non ricordare Audrey Hepburn in Colazione da Tiffany con il suo lineare, perfetto tubino nero e a non avere almeno, per una volta, sognato di essere come lei. L'aveva disegnato e realizzato lui, monsieur Hubert de Givenchy, morto ieri a 91 anni. E pensare che lui, all'inizio, aristocratico di nascita ma soprattutto di modi, non voleva neanche incontrarla, quell'attricetta magra magra che gli si presentò davanti prima delle riprese del film Sabrina: era britannica, sportiva, vestita «come un gondoliere», disse poi lui.

Ma lei insisteva: i suoi abiti sarebbero stati perfetti per il film. Givenchy le disse che non aveva pronto niente che fosse cucito sulle sue misure. Nell'atelier erano appesi solo gli abiti delle mannequin, che anche allora erano già filiformi (e ho detto tutto). Detto, fatto: lei ne indossò uno. Le cadeva a pennello. Divennero i più grandi amici in un mondo, quello della moda e quello dello spettacolo, dove l'amicizia è più rara di una legge democratica di Trump.

Con la scomparsa di Hubert de Givenchy, da tutti immediatamente chiamato solo Monsieur, evapora definitivamente un'era: quella della rarefatta e sofisticatissima generazioni di sarti che costruivano il mito di una donna, eccezionali per competenze tecniche quanto per sensibilità umane. E infatti Audrey divenne l'emblema della parigina perfetta e seducente nella sua assenza di orpelli, gioielli, accessori.

Quella di Monsieur era una sartoria sentimentale che andava a rivestire corpi e anime di signore che si affidavano a lui per trasformarsi in creature di eleganza assoluta e sembrasse loro connaturata, ereditata per via genetica, anche quando non era così: Jacqueline Kennedy, Elisabetta II, la principessa Grace, la duchessa di Windsor, Marlene Dietrich frequentavano l'atelier di quest'uomo bellissimo – era alto più di due metri - nato conte Hubert James Marcel Taffin de Givenchy e che, contro il volere dei suoi, aveva studiato storia dell'arte e poi, come un garzone qualsiasi era andato a farsi le ossa da un couturier famoso dell'epoca, Lucien Lelong.

Nel 1952 aveva fondato la sua maison, a 27 anni, nel quartiere di Plaine Monceau a Parigi. Dedicò la sua prima collezione a Bettina Graziani, la più richiesta modella dell’epoca. Per lei creò la famosissima «blusa Bettina», candida, dal corpetto stretto e le maniche ampissime, che divenne un immediato motivo di sensazione dell'epoca. Poi arrivò la linea a sacco, le gonne a palloncino, gli abiti baby doll.

C'è qualcosa di proustianamente malinconico nella figura di quest'uomo che, pur avendo avuto molto dalla vita, non si ritrovava più oggi nell'epoca dei «bulldozer industriali» dell'abbigliamento – anche se di alta gamma – di oggi. E senza clamore, senza far chiasso, con qualche rimpianto per i tempi in cui era un piacere vestire le donne di un periodo in cui  «le clienti si vestivano bene anche per andare nei luoghi più sperduti», si era messo da parte in un meraviglioso silenzio.

Dal 1996, il suo marchio è stato reinterpretato da una sempre più folle girandola di direttori artistici: John Galliano, Alexander McQueen, Julien Macdonald e poi da Riccardo Tisci, che arrivò nel 2005 e riportò al successo il marchio dopo anni di stagnazione. Nell’autunno 2017 Tisci si è dimesso e il suo posto è stato preso da Clare Waight Keller.

Non molto tempo fa, durante una chiacchierata, Tisci mi ha confidato che, di tutti loro, lui era stato l'unico che Monsieur Hubert aveva voluto incontrare di persona. Andarono a pranzo insieme e Givenchy disse a quel giovinotto italiano: «La prego, la mia maison non mi appartiene più: non è giusto che lei copi le mie creazioni, deve soltanto copiare se stesso». Fashion bulldozer, dicevamo?

Eppure, di fronte a queste mie dichiarazioni che possono sembrare nostalgiche, non pensiate che Givenchy fosse un uomo antimoderno o che annusava poco l'aria dei tempi, tant'è vero che si era ritirato nel 1995, dopo aver venduto il suo marchio al colosso LVMH con un défilé che terminò con una lunga parata di bluse candide, preziosamente e volutamente semplici, ma tagliate divinamente bene. Le bluse Bettina, tutto finiva dove tutto era cominciato.

È stato tra i primi ad abbinare alle sue creazioni una linea di profumi, nel 1957, affidata a suo fratello Jean Claude, ancora oggi vendutissimi. Ad Audrey dedicò anche una fragranza, L'Interdit, di cui lei – spontaneamente – volle divenire testimonial, facendosi fotografare accanto al flacone.

Siccome era un uomo che amava davvero rendere più belle donne, alle creazioni della maison rivale di Christian Dior contrapponeva una moda fatta di forme comode e avvolgenti, rotonde e senza spigoli, liberate dai corsetti e non più blindate dalle imbottiture, per abiti che evitavano i lacci, troppi bottoni, linee troppo aderenti. Ma erano sempre frutto di un distillato lavoro di geometria tessile,dove per un millimetro sbagliato di un fianco si poteva anche smontare e rimontare un abito perché fosse adatto come un guanto a chi lo avesse scelto.

La sua impronta era in una calibratissima semplicità dove l'aristocratico protestante emergeva in quella ricerca di classe quasi esasperata, in una precisione chirurgica. Né troppo, né troppo poco: «Mettere un fiore su una cucitura è facile, ma è quasi una truffa. Fare un abito semplice che non sia nient'altro che una linea nello spazio. Quella sì, che è vera couture».

Eppure continuava a definirsi, nelle poche interviste rilasciate nel corso di una vita «l'eterno apprendista», come se non fosse mai arrivato a quella perfezione di tratti e di tagli che invece, secondo lui, aveva avuto il suo mentore Cristobal Balenciaga che Monsieur, religiosissimo, metteva accanto al suo Dio cristiano.

Ma anche nella vita comune, sentirsi apprendista era una condizione dello spirito che forse è la più bella eredità che ci lascia, considerando che veniva da un cosmo di ego ipertrofici e smisurati egoismi: «Ho smesso di fare vestiti, ma non di fare scoperte».

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