Intervista ai creatori di Baby, la serie Netflix sui ragazzi dei Parioli (con cui mi fisserò)

Non chiamatelo teen drama, perché non lo è, almeno non nell'accezione negativa. Baby è stata scritta da un collettivo di ventenni (Grams) e parla dei e ai giovani come mai nessuna serie italiana è riuscita a fare: Grazie Netflix

Baby netflix
Francesco Berardinelli/Netflix

«Da quando si è diffusa la voce che Baby è stata fatta da ragazzi, l’interesse che si è creato attorno a noi e alla serie è stato altissimo. È come se tutti in questo momento fossero alla ricerca di idee, di giovani, di nuove energie» mi racconta Eleonora Trucchi, una dei cinque di Grams, il collettivo di sceneggiatori (tra i venti e i ventinove anni) della serie originale Netflix. Ed è vero, tutti sono impazziti per Baby, tutti hanno voluto scoprire la storia di questi cinque ragazzi che si sono trovati a Roma, hanno fondato un collettivo a inizio 2017 e, dopo giornate di brain storming tra uno scantinato ad Acilia e il ristorante filippino in zona Termini, sono riusciti a scrivere una serie Netflix.

Baby si ispira al caso delle baby squillo dei Parioli, scoppiato nel 2014, che ha svelato un giro di prostituzione minorile di ragazze benestanti della zona, con una clientela adulta e anche piuttosto nota. Baby parte da questo tema complesso, che dà tinte cupe a tutta la serie, ma si distacca poi dai fatti, diventando il racconto di formazione delle due protagoniste Chiara (Benedetta Porcaroli) e Ludovica (Alice Pagani) e dei loro compagni del liceo. Fino a qui nulla di strano, anzi potrebbe sembrare un classico teen drama ambientato a scuola, ma la forza della serie è il suo modo di raccontare sincero. È mettere lo spettatore nella condizione di farsi domande senza imporre risposte. È che parla di cose che accadono e ti stanno vicino, senza demonizzarle.

Le protagoniste non sono ragazze inconsapevoli travolte da un mondo più grande di loro, né “mostri” o persone deviate. La scrittura del collettivo Grams (composto da Antonio Le Fosse, Eleonora Trucchi, Marco Raspanti, Giacomo Mazzariol, Re Salvador) porta la narrazione a un livello di empatia nuovo con i personaggi. Il racconto si svolge senza un giudizio calato dall'alto, ma da una prospettiva vicinissima a quella dei protagonisti. Per cui quell’effetto di banalità e finzione, che capita quando gli adulti parlano dei ragazzi, sparisce. La dose di realismo che il collettivo dà alla storia si vede anche dalle piccole scelte, come quella della colonna sonora dove, tra gli altri, compaiono i Thegiornalisti, Cosmo, Thoiry.

Collettivo Grams
Getty Images

Ne ho parlato con Eleonora Trucchi (da giornalista ventitreenne a sceneggiatrice ventiseienne) e lei mi ha fatto capire quanta voglia ho di chiudermi con Baby.

Che cosa avete messo in Baby per renderlo uno specchio della nostra generazione?
Uno dei nostri obiettivi principali era il realismo, quindi fare uno show che mostrasse DAVVERO come sono gli adolescenti. Il fatto ad esempio che fumino erba, che è una cosa ormai quasi totalmente sdoganata, così come lo spaccio che c’è in tutti i licei, dal più basso di periferia (dove uno se lo immagina) fino al più rinomato (e anzi lì pure di più). Poi ci sono i social network, il filtro in cui tutti noi viviamo. Anche il modo in cui parlano, scherzano, le loro battute: ci sono più parolacce o modi di dire giovanili come «tua madre». Sono tutte cose che abbiamo cercato di inserire nella serie per creare un linguaggio in cui un adolescente si potesse riconoscere. Per la colonna sonora abbiamo dato indicazione nelle sceneggiature, poi ne abbiamo discusso con i registi Andrea De Sica e Anna Negri, insieme abbiamo tirato fuori i pezzi. Il compositore è Yakamoto Kotzuga, di 24 anni. Ce l'ha fatto conoscere Giacomo (Mazzariol), che sentiva la sua musica da tempo, lui l’ha proposto e Netflix l’ha subito preso. Il nostro obiettivo, dentro e fuori dallo schermo, è di coinvolgere ragazzi, far parlare loro, realizzare una serie che avesse la nostra energia. Questo perché in Italia i teen veri e propri non sono mai stati fatti. O meglio, c’erano ma erano molto addolciti dal punto di vista degli adulti, in cui non ti puoi riconoscere davvero come adolescente. Ci volevamo differenziare raccontando com’è davvero avere quest’età oggi

C’è spazio per i ragazzi nell’ambiente delle serie, cinema e tv?
C’è un sacco di spazio e soprattutto c'è bisogno di idee, energia, creatività dei giovani. Purtroppo non sempre questo spazio viene concesso da chi ne ha potere. In questo caso Netflix ha una politica molto diversa, più d’azzardo, di novità. Puntando su di noi ha corso un rischio, ma secondo me un tentativo in questo senso è qualcosa da premiare. Anche perché, da quando intorno a me si è diffusa la voce che Baby è stata fatta da ragazzi, l’interesse che si è creato è stato altissimo. È come se tutti in questo momento fossero alla ricerca di idee, di giovani, di nuove energie. Poi certo, noi abbiamo avuto due writer che ci hanno aiutato a strutturare il racconto, Isabella Aguilar e Giacomo Durzi, che hanno portato tutta la loro esperienza e ci hanno guidato dove noi non arrivavamo

Ludovica e Chiara
Francesco Berardinelli/Netflix

Tra tutte le relazioni presenti nella serie, emerge l’amicizia tra Chiara e Ludovica, raccontamela:
Abbiamo letto gli articoli e visto i documentari su tutto ciò che riguarda il caso di cronaca, per farci un’idea di quello che era successo e trarre ispirazione. Poi la prima cosa su cui abbiamo iniziato a lavorare sono stati i personaggi delle due ragazze. Scrivere del rapporto tra Chiara e Ludovica è stata una delle cose più belle per me, perché l’amicizia femminile è un grande tema. Spesso le donne sono un po’ viste come una l’antagonista dell’altra, c’è questo stereotipo secondo cui ci facciamo la guerra a vicenda, invece è giusto restituirne il vero valore. Ludovica è l’amica che avresti sempre voluto avere (o almeno che io avrei sempre voluto): un po’ pazza, divertente, che non ti giudica e con cui puoi fare qualsiasi cosa. Chiara è l’altra faccia della medaglia, quella con cui mi immedesimo di più, quella che comunque tira fuori una forza che non pensavi. La loro amicizia è per entrambe una liberazione, un posto dove sei al sicuro, dove puoi essere te stessa al 100%. C’è una scena dove Ludovica (dopo che hanno mostrato il suo filmino hard alla festa) chiama Chiara e le chiede «Ti dispiace per me?» è un momento di grande empatia e legame tra le due. A volte basta sapere che c’è una sola persona nel mondo che è dalla tua parte e ti dà la forza di superare le difficoltà. Quando non è così diventa invece davvero drammatico. Per noi la loro amicizia è il cuore della serie. Quello, unito alla storia d’amore con Damiano, sono i due poli più caldi ma anche più leggeri, a cui tenevamo molto, perché comunque è una serie con toni cupi, che può apparire nichilista, e per noi questi due punti rappresentano la speranza

«Vogliamo sentirci onnipotenti, fare cazzate, divertirci. Ci rifugiamo in qualcosa che è solo nostro» è una frase della prima puntata. In Baby cosa c’è dei vostri conflitti ed esperienze da adolescenti?
Dei nostri aneddoti ed esperienza personale ci abbiamo messo tanto. Ad esempio l’inquietudine che tutti abbiamo avuto nella nostra adolescenza, un'insicurezza continua, la sensazione di non essere all’altezza, di non essere abbastanza, ci tenevamo molto che risultasse. Poi abbiamo cercato di rendere il sistema di giudizio ed etichette che c’è al liceo (che tutti abbiamo provato), quel mondo crudele dove se vieni etichettato ti devi sentire così per tutta la vita. Dalla nostra esperienza abbiamo preso anche il modo di raccontare Roma, una città diversa da quella dei monumenti, del Colosseo, ma anche da quella di Suburra, in cui ti godi città del Vaticano. Abbiamo voluto far vedere Roma come la vive un adolescente, quindi nelle strade, nei bar, nelle case, nelle feste in piscina, in contesti più intimi, umani, piccoli

Damiano
Francesco Berardinelli/Netflix

Nella seconda puntata Damiano fa un elenco delle cose che gli fanno paura: i falafel, le macchinette, la divisa del liceo, le persone che seguono una strada senza mai farsi una domanda. A voi, a te, cosa spaventa?
La solitudine, forse per questo abbiamo creato il collettivo, in modo che il fallimento sia condiviso, ma anche i successi, perché a volte anche quelli destabilizzano. Un’altra cosa che mi fa paura è la paura stessa, perché non bisogna averne troppa, altrimenti ci si blocca, invece bisogna buttarsi. Questa è una cosa di cui abbiamo fatto esperienza: se non avessimo affrontato la paura di fare questa cosa non ce l’avremmo fatta. È stato utile essere in cinque, anche per darci coraggio. All’inizio ci sono state le giornate più stressanti. Partiva tutto da: «Ok capiamo il tema, di che cosa parla la serie» e ogni mezz’ora lo capottavamo. Dicevamo prima una cosa, poi: «No, no, no è sbagliato, è nell’altro modo» allora ricambiavamo tutto e ricominciavamo. Eravamo in un caos concettuale di idee, di sviluppo, in più c’era l’ansia da prestazione. Andando avanti siamo diventati più pratici, anche più allenati nel distinguere cosa andava bene e cosa no, a credere nelle nostre idee. Siamo molto diversi tra di noi, per personalità e abilità in scrittura, ognuno ha i suoi punti forti. Trovandoci così diversi ci andiamo a completare nel lavoro, dove non arriva uno, arriva l’altro. C’è un continuo contraddittorio tra di noi che fa sì che il prodotto poi sia sincero, proprio perché si è scavato così a fondo

Pubblicità - Continua a leggere di seguito