«Ragazze osate, potete cambiare il vostro destino perché siete forti e coraggiose»

Nice Nailantei Leng’ete è sfuggita alla mutilazione genitale. Oggi Nice si batte per aiutare le donne a fare lo stesso e a continuare a studiare. Incontro con una delle persone più influenti del mondo secondo il Time.

Nice Nailantei Leng’ete
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Le donne che osano sfidare le norme sociali sono fonte di fascinazione. Sopratutto quando poi decidono di dedicarsi ad aiutare altre donne affinché riescano a «sognare di progettare il proprio futuro», come racconta Nice Nailantei Leng’ete. Questa giovane Maasai del Kenya è ambasciatrice di Amref Health Africa e leader contro le mutilazioni genitali femminili. Avevamo già raccontato la sua straordinaria storia l'anno scorso, quando il Time l'aveva inserita tra le persone più influenti del mondo. Ora Nice si trova in Europa per una serie di incontri, per raccontare come sta cercando di cambiare il destino di migliaia di bambine in Africa, partendo da Kenya e Tanzania.

Nessuno sa esattamente l'origine della tremenda, dolorosa e pericolosa pratica delle mutilazioni genitali femminili a cui sono state sottoposte anche donne famose, come la top model Waris Dirie. Rimane una tradizione diffusa in Africa in diverse, macabre, forme, anche se ormai è impedita per legge quasi ovunque. Ed è arrivata anche nel nostro continente: si contano 550mila vittime in Europa e circa 60-80mila in Italia. Come spiega Nice, si tratta di un cambiamento culturale che deve arrivare dall'interno delle comunità, perché se imposto dall'esterno non sarà mai duraturo. Per questo il suo lavoro, insieme ad Amref, consiste nel girare i villaggi, organizzare corsi, parlare con le famiglie e i leader. Hanno anche inventato riti alternativi che i villaggi possono celebrare per festeggiare il passaggio delle bambine all'età adulta. Ed è una questione più ampia: oltre ai danni fisici e psicologici delle mutilazioni genitali, le bambine che subiscono queste pratiche devono lasciare la scuola e sposarsi molto presto. Nice Nailantei Leng’ete fa della pazienza il suo strumento principale: sa benissimo che serve tempo.

Lei, a nove anni, è scappata insieme alla sorella prima di subire la mutilazione. Una doccia gelata alle quattro del mattino aveva fatto capire loro che dovevano correre via. Sono state riprese e picchiate. Orfane di entrambi i genitori, sono scappate ancora, ma sua sorella non se l'è sentita ed è tornata indietro: «Se prendono me, magari ti lasciano stare». Nice ha infine trovato il sostegno del nonno, che si è preso la responsabilità di non farla "tagliare", come si dice in gergo, e di rimandarla a scuola. Da allora Nice Nailantei Leng’ete ha fatto di questo la sua missione: salvare le bambine da questa pratica e riportarle a scuola.

È ancora in contatto con sua sorella?
Certo, rimane la mia migliore amica. Siamo cresciute separate durante l’adolescenza ma ora siamo tornate vicine, viviamo nello stesso villaggio, insieme ai suoi tre figli. Lei e mio nonno rimangono le persone a cui sono più legata. Mi è mancata molto per tutti gli anni in cui siamo state lontane.

Dopo la fuga ha continuato ad andare a scuola grazie a suo nonno. Come ha iniziato a lavorare con Amref?
Ho incontrato alcune persone di Amref quando avevo 17 anni circa. Sono venuti al mio villaggio per cercare ragazzi che volevano diventare educatori per i propri coetanei in tema di salute sessuale, riproduzione, i rischi dei matrimoni precoci e ovviamente quelli delle mutilazioni genitali. Servivano un ragazzo e una ragazza che sapessero leggere e scrivere. Per i ragazzi non c’era problema, perché a loro è consentito andare a scuola ma io ero l’unica che aveva studiato. Ho frequentato il corso di Amref per capire come parlare di questi argomenti così delicati e poi ho deciso di fare ritorno al mio villaggio per parlare con i leader della comunità e fare in modo che le bambine fossero per sempre libere dalle mutilazioni genitali.

Ha mai avuto paura?
Mai nella vita. Certo, a volte trovo resistenza da parte degli uomini. Mi hanno detto: «Non farti vedere mai più in questo villaggio». Ma niente mi ha spaventato come quello che ho visto mentre crescevo: ho visto le bambine che venivano circoncise, le ho viste sanguinare e le ho viste morire. Quella è la cosa che mi fa più paura, non c’è niente di paragonabile. Ed è ciò che mi motiva. Cambiare una cultura, una tradizione, è difficile, c’è molta resistenza, le persone non lo accettano facilmente. Per avere un cambiamento reale e duraturo, però, non vogliamo costringere nessuno. Preferiamo usare lo strumento del dialogo: parliamo con i genitori, gli uomini dei villaggi, i leader politici, sempre in maniera rispettosa. Spieghiamo come stanno le cose, che c’è un problema ma anche che ci sono delle soluzioni.

Quanto è importante parlare sia con le donne che con gli uomini per fermare i riti delle mutilazioni genitali femminili?
È fondamentale. Nei nostri villaggi tutte le decisioni vengono prese dagli uomini, che hanno molta influenza. Sui figli e su tutti i membri della comunità. Le donne non possono sostituirsi in questo: non hanno potere. Quando cerchi di affrontare la violenza di genere, di qualsiasi tipo, di solito la gente pensa che è un problema delle donne ma ovviamente non è così. Serve un approccio collettivo. Gli uomini sono quelli che non vogliono “sposare una ragazza non circoncisa”. E poi è una questione più grande, di rispetto per le donne, non solo relativa alle mutilazioni. I nostri ragazzi devono crescere imparando a rispettarci.

Chi sono le donne che ammira e da cui prende ispirazione?
Sono tante ma voglio rispondere Emma Bonino, che conosco personalmente. Ho un grande rispetto per lei, perché tanti anni fa ha iniziato un lungo viaggio contro le mutilazioni genitali femminili. È grazie a lei che sono entrate nell’agenda Onu e in generale all’attenzione del grande pubblico. Lei ha iniziato a parlarne oltre vent’anni fa ed è ancora forte nella sua lotta per i diritti delle donne in tutto il mondo. Se guardo a lei ho speranza, mi motiva a lottare. Emma mi fa capire che non bisogna arrendersi finché non hai ottenuto i diritti che vuoi. Ammiro il suo coraggio, la passione e l’infinito sostegno che riserva alle donne, sempre.

Sicuramente avete in comune una cosa: non siete amate da tutti.
Certo, e mi lasci dire una cosa. In questo mondo, quando stai cercando di portare un cambiamento positivo, soprattutto culturale, in un ambito sensibile, per le persone non è facile accettarlo. So che non sono tutti miei amici, so bene di avere dei nemici. Ma non si può essere amati da tutti: ci sarà sempre qualcuno che ti odia. Questo deve darci energia per lottare, capiamo che le opinioni diverse vanno rispettate ma questo non fermerà il nostro lavoro.

Come ha vissuto la nomina del Time tra le persone più influenti del mondo del 2018?
Un grandissimo onore, ma non per me, per tutte le comunità con cui lavoro, per le 16mila ragazze che abbiamo salvato in Kenya e Tanzania. E non è solo merito mio, ma degli uomini che sostengono il nostro lavoro, dei leader dei villaggi, dei politici, delle ragazze e delle donne che lottano con me. Non potrò mai ringraziare abbastanza queste persone che quotidianamente rendono possibile la lotta e il cambiamento.
Quella nomina mi ha anche dato la possibilità di parlare al mondo, di poter condividere il nostro lavoro, di dire che c’è speranza di cambiare, che l’Africa sta cambiando. E che questo cambiamento è iniziato nei villaggi e non dall’esterno. I nostri metodi funzionano e vogliamo condividerli.

A proposito, in questi giorni deve incontrare anche i rappresentanti in Italia delle comunità africane. E sappiamo che le mutilazioni genitali ormai non sono più una questione solo africana.
È un’opportunità per condividere la mia esperienza, dare la speranza che cambiare si può e che possiamo lavorare insieme affinché tutte le ragazze siano libere.

Alla serata delle persone più influenti del mondo per la rivista Time.
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Quali sono gli altri progetti a cui si dedica?
Ora mi sto concentrando sul trovare borse di studio e sostegno economico per quelle ragazze e bambine che vogliono andare a scuola. Una volta che si evita la mutilazione genitale, le ragazze hanno bisogno di studiare, come ho fatto io. E poi vorrei costruire una “accademia di leadership” che sia un porto sicuro per quelle che ancora sono costrette a scappare dai propri villaggi e un luogo di formazione per quelle che invece vogliono diventare leader. Perché possano imparare di più sui proprio diritti ma anche per apprendere strumenti per diventare economicamente indipendenti. Non tutte devono diventare medici, ma possono scoprire le proprie qualità e coltivarle. E poi, chissà, un giorno potrei entrare in politica.

Pensa mai a fermarsi? A costruire una famiglia?
Un giorno troverò qualcuno (ride). Non ora però, ho troppo lavoro da fare. Viaggio sempre, continuo a girare per i villaggi. Non ho molto tempo per me. Ricevo tanto amore dalle ragazze che incontro, dalle comunità con cui lavoro, questa per ora è la mia felicità. Sono sicura che mi sposerò e avrò dei bambini un giorno e mi godrò anche questo aspetto della vita, ma il lavoro non può fermarsi! Per me non è neanche un lavoro, è parte di me, parte del viaggio che devo compiere. Amo farlo, amo aiutare le ragazze: è quello che mi fa alzare ogni mattina.

Cosa direbbe a quelle ragazze in tutto il mondo che stanno cercando di cambiare il proprio destino? E magari non si sentono abbastanza coraggiose, come sua sorella, o pensano di essere sole.
Tutte le ragazze devono sentirsi dire che sono coraggiose, forti, intelligenti, audaci. Devono osare sognare, sapere che possono fare tutto, che niente può impedirlo. Ragazze cercate aiuto! Ovunque, non deve essere un genitore, può essere un nonno, come è stato per me, un insegnante, un vicino, qualcuno di esterno alla famiglia. Ma dite ad alta voce quello che pensate, se lo tenete per voi nessuno saprà che avete un problema. Siete abbastanza intelligenti e coraggiose per cambiare non solo il vostro destino, ma il mondo intero.

Amref Health Africa è un'organizzazione internazionale con sede in Africa: raggiunge 11 milioni di persone ogni anno attraverso progetti di salute in 35 paesi africani. Fondata 60 anni fa per portare servizi sanitari in aree remote, oggi offre assistenza preventiva lavorando dall'interno delle comunità. Con focus su donne e bambini, i programmi Amref si concentrano sulla salute pubblica e affrontano le sfide sanitarie più critiche, come salute materna, Hiv, tubercolosi, malaria, acqua pulita e servizi igienici.

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