Come si diventa un’istituzione nel mondo dei festival musicali più famosi? Rischiando seriamente di non tenersi mai più. Per il Coachella Valley Music And Arts Festival, per tutti semplicemente il Coachella, è andata esattamente così. A vent’anni dalla primissima edizione, embrione di quello che poi sarebbe diventato nell’immaginario collettivo il festival di arte e musica tra i più catalizzatori di attenzione dell’era 4.0 (tutta colpa delle celebrity su Instagram), il Coachella 2019 il weekend del 12/14 aprile e 19/21 aprile, festeggia una lunghissima carriera di concerti, performance artistiche a tutto tondo, senso di appartenenza (andare al Coachella significa qualcosa), simbolismo. È il festival più amato al mondo, quello cui non si può mancare, quello che richiama pubblico e vip-watching estremo. Nemmeno il ben più rodato Glastonbury Festival in Inghilterra, probabilmente quello con il maggior zoccolo duro di fan ed estimatori che comprano i biglietti per l’edizione successiva senza nemmeno conoscere la line up degli artisti in cartellone, o le migliaia di festival musicali e artistici in giro per il mondo, hanno lo stesso appeal seducente e liberatorio del Coachella Festival. Sul palco sono passati i grandi nomi dell’alternative rock americano, i leader dell’hip hop, una discussa apertura al pop, valanghe di esibizioni molte delle quali sono passate alla storia (e non solo di Youtube). Sotto il palco si sono intrecciate le vite di migliaia di spettatori trascinati da un immaginario all-american. Eppure l’inizio della storia del Coachella non è stato dei migliori. Bisogna tornare indietro di altri 6 anni per capire le primissime ragioni che portarono il promoter locale di Indio Paul Tollett assieme a Rick Van Santen a scommettere su un posto così isolato, lontano da tutto e da tutti, per di più in una vallata desertica.

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È il 1993. I duri e puri del grunge Pearl Jam iniziano la loro personale battaglia contro il prezzo troppo alto dei biglietti dei concerti, gestiti in regime di semi-monopolio da Ticketmaster. In totale disaccordo con l’azienda, decidono di boicottarla ma si trovano nella situazione paradossale di dover riprogrammare una importante data nel Sud della California. È con loro che si fa avanti Tollett, proponendo l’Empire Polo Club di Indio in sostituzione alla originaria location, a due ore di macchina da Los Angeles e mezz’ora da Palm Springs, in una zona prevalentemente desertica. La band tentenna ma accetta. Arrivano 25mila persone entusiaste, il concerto è un discreto successo logistico. Paul Tollet capisce che il potenziale della Coachella Valley è tanto enorme quanto inesplorato. Si mette d’impegno e per sei anni tiene il suo punto con le amministrazioni locali, riuscendo a convincerle ad organizzare un festival musicale degno di questo nome. Trova ispirazione nei festival europei, che mettono insieme diversi palchi e line up eterogenee in modo da riuscire ad accontentare fan di tutti i generi: il suo mito è proprio Glastonbury, tanto che va persino a studiarne la logistica e l’organizzazione. Ci riesce nel 1999. Guarda caso proprio a tre mesi dal concertone di Woodstock per il trentennale del primo festival musicale della storia.

Alla prima edizione del Coachella Valley Music And Arts Festival 1999, tenutasi il 9 e 10 ottobre, in cartellone c’è la crème de la crème della musica di fine millennio: Beck, Rage Against The Machine, Chemical Brothers, Tool sono gli headliner delle due serate. Tutti rigorosamente selezionati per valore artistico e non solo per i passaggi in radio, tanto che si parlerà rapidamente del Coachella come l’anti-Woodstock. Intanto perché privilegia un certo livello di cultura musicale che non passa dalle classifiche di vendita, ma soprattutto perché sembra sposare alla perfezione uno schema di amore e rispetto tra i partecipanti che nel festival rivale non si era visto (Woodstock 99 è entrato nella storia per gli incendi, le violenze, le devastazioni e persino casi di stupro avvenuti durante le esibizioni). Due giorni di musica meravigliosa, un’affluenza di pubblico discreta, un buon successo anche tra i critici che lo elessero festival dell’anno. Esperienza positiva che tutti erano convinti si sarebbe ripetuta alla perfezione. Ma il bell’evento premiato anche dalla stampa è stato una ingente perdita di soldi.

Paul Tollett ha dovuto anche vendere la casa per riuscire a pagare i debiti

, la Goldenvoice di Rick Van Santen che ha creduto nel progetto si trova con uno scoperto di 850mila dollari. Un suicidio finanziario bellissimo, ma sempre suicidio. Per l’anno successivo non c’è nulla da fare: niente Coachella 2000.

Ma poco male, in realtà, perché la pausa fa bene allo speranzoso e testardissimo Paul Tollett. A supportare l’evento interviene la AEG Live che acquisisce la Goldenvoice, infonde capitali e capacità organizzative, e decide di anticipare le date del Coachella da ottobre ad aprile. Un po’ per evitare i grandi caldi o problemi di meteo, un po’ perché il colpo in canna di una delle reunion principesche di quegli anni è impossibile da tenere nascosto per fine anno. Al Coachella 2001 partecipano in formazione completa i Jane’s Addiction di Perry Farrell ma per prudenza il festival diventa di un solo giorno. Una scelta intelligente, le perdite economiche sono meno serie dell’edizione precedente e Tollett inizia a vedere la luce. Come nelle migliori tradizioni dei piani economici, ci vorrà l’ammortamento in tre edizioni per cominciare ad andare in pari e dichiarare il Coachella Festival come uno degli eventi cui partecipare. Al Coachella si va perché diventa il festival delle reunion (ogni anno sul palco di riuniscono band che da troppo tempo non suonavano insieme tipo Siouxsie and The Banshees, Iggy Pop and The Stooges, Bauhaus, Pixies, Guns’N Roses, Faith No More, Pavement e tanti altri) e funziona da lancio goloso per gruppi la cui fama giganteggerà più avanti (citofonare in casa Queens Of The Stone Age, la desert band originaria proprio della zona). Nel corso delle edizioni successive aumentano le giornate di festival, che diventano il Coachella weekend, e gli headliner principali sono sempre più grossi.

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Come ebbe a commentare Katy Perry “La line up presenta il meglio di quell’anno per il resto dell’anno”, ed è effettivamente andata sempre così, progressivamente di più. Il Coachella porta sul palco artisti che stanno segnando la musica in quel momento e li consegna definitivamente alla storia con esibizioni che entrano nell’immaginario collettivo. Si va da Madonna nella stessa edizione dei Daft Punk (definita facilmente “la più memorabile delle esibizioni del Coachella”) fino ai Radiohead, i Muse e gli Outkast, gli Ac/DC, Drake, una trionfante Beyoncé, valanghe di DJ celebri che si occupano dei set di tarda serata, a Prince e Roger Waters che con la loro partecipazione al festival 2008 prosciugano le casse degli organizzatori.

Ma ormai la tradizione del festival è inattaccabile, i capitali si trovano tra sponsor e nuovi ingressi. E la struttura delle giornate di concerti e performance trova la sua forma definitiva: due weekend ad aprile con gli stessi artisti in lineup, in modo da accontentare tutti. Perché ormai il Coachella ha raggiunto la stessa fama di Glastonbury e i biglietti si vendono anche senza conoscere chi parteciperà all’edizione successiva. La grande era 4.0 dei social, poi, è agli albori della sua potenza specifica. Nel 2011 arriva l’accordo con Youtube, che trasmette in streaming i concerti del Coachella nel primo weekend. Le foto delle celebrity al Coachella agghindate in look improbabili e mescolate ai comuni mortali per godersi le esibizioni degli artisti preferiti in line up, hanno fatto il resto: le gallery del Coachella style sono un appuntamento irrinunciabile (e hanno fatto ampiamente discutere sulla cultural appropriation sfoggiata da certi personaggi). Ormai il Coachella non è più solo il sogno del cocciuto Paul Tollett che ogni anno si aggira tra le tende del campeggio e il pubblico controllando che tutto vada bene. Il Coachella Festival è tendenza beauty & moda, modo di vivere, voglia di apparire (e non solo su Instagram) ed essere lì in quel determinato momento. In quel weekend di music and arts che ha rischiato di non riuscire a durare.