Se nasci ricco come Carola Rackete non puoi aiutare il mondo?

Dimentichiamo per un attimo la faccenda della Sea Watch 3 e chiediamoci quand'è che una ragazza di buona famiglia smette di stare al suo posto.

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Che ci piaccia o no, che si stia dalla sua parte o contro, la donna del momento è Carola Rackete, la capitana della SeaWatch3 che con 42 immigrati ha bordo ha forzato il blocco imposto dal Ministero degli Interni e il 26 giugno è entrata nelle acque territoriali italiane, al largo di Lampedusa. Della faccenda si è detto e si sta dicendo di tutto, al momento di scrivere è ancora in evoluzione e se quello che la capitana ha fatto sia giusto o sbagliato lo stabiliranno le autorità competenti. E su questo, non ci torneremo più, in queste righe. A parte ringraziare il cielo perché tutti stanno declinando al femminile il titolo della capitana Carola Rackete senza le solite polemiche, quello che vale la pena indagare, invece - e che sarà ancora valido a vicenda conclusa - è la sua parte di biografia da cui si è scopre che è nata benestante, che parla cinque lingue, che i genitori le hanno dato tutto, compresa la possibilità di studiare nelle migliori scuole. Che la vita è stata clemente con lei, insomma. “Orrore, sono ricco: prometto di sperperare tutti i soldi di mio padre appena li erediterò”, diceva più di 20 anni fa Tommaso a Piero in Ovosodo di Paolo Virzì, quando si scopre che il primo non è il "freakettone" squattrinato che cercava di far credere, ma il figlio viziato di un industriale livornese. Come riporta il Corriere della Sera, Carola Rackete stessa dice di lei «Ho potuto frequentare tre università, sono bianca, tedesca, nata in un Paese ricco e con il passaporto giusto. Quando me ne sono resa conto ho sentito un obbligo morale: aiutare chi non aveva le mie stesse opportunità». Per i suoi detrattori, in sintesi, una figlia di papà. Eppure, uno degli slogan dei repubblicani negli Usa è proprio: “Tutti hanno il diritto di essere ricchi in America”. Forse bisogna porsi una domanda che si evita sempre perché, da fuori, c’è il rischio di passare per invidiosi; da dentro, di sembrare ipocriti.

Nascere ricchi è una colpa?

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Se l’è chiesto un anno fa un best seller americano, Uneasy Street della sociologa Rachel Sherman, che di ricchi ne ha intervistati 50. Se l’è chiesto in un articolo dello scorso gennaio anche Forbes, il giornale “per ricchi” che parla di ricchi ed è il massimo riferimento mondiale per spiare nelle loro dichiarazioni dei redditi. L’autore dell’articolo, Ollie Williams, prende spunto dallo stato d’animo che segue le feste natalizie, durante le quali le spese sono esagerate per tutti, ma per i benestanti sono un’esibizione di opulenza. Williams riporta nell’articolo i dati secondo cui il senso di colpa dei ricchi è in crescita, tanto che alcuni finiscono per sopportare il loro status come una condanna (senza però rinunciarci). Non era così negli anni 80, un decennio in cui parlare di soldi ha smesso di essere maleducazione e abbiamo assistito alle esibizioni degli yacht e di tanti altri status symbol, anche perché mentre i conti in banca di petrolieri, investitori in borsa e sceicchi si gonfiavano, gli stipendi dei cittadini medi crescevano. Secondo Forbes, se oggi i ricchi si sentono in colpa, e provano il bisogno inconscio di espiare (anche Carola Rackete?) è stata tutta colpa della crisi del 2008. Non abbiamo toccato il fondo della Grande Depressione che fece seguito al crollo di Wall Street del 1929, e che con i suoi echi mosse in tutto il mondo milioni di emigranti, come racconta Furore di Steinbeck (oggi gli stessi esodi sono dal Sud del mondo per sfuggire al riscaldamento globale). Ma per molti, lo shock di non potersi più permettere tante piccole cose, le vacanze all’estero due volte l’anno, l’estetista e il parrucchiere tutte le settimane, di cambiare il telefono ogni volta che usciva il modello nuovo, è diventato una fotografia indelebile dei sentimenti. Dall’altra parte c’è la famosa forbice del divario fra ricchi e poveri che si è allargata a dismisura, con l’1% della popolazione che detiene l’80% dei beni. E si prodiga in charity per placare le vocine interiori.

Mettiamoci anche l’avvento dei social network, che per una strana dinamica mentale hanno permesso di scrivere pubblicamente tutto quello che abbiamo sempre pensato, ma che non confessavamo per pudore. Ed ecco che nasce così la necessità, su Facebook o su Twitter, di dire a Carola Rackete che non ha diritto a fare battaglie per i diritti di altri. Perché ha frequentato la Edge Hill University nel Lancashire, in Gran Bretagna, perché ha fatto la tesi sugli albatros, perché ha un master e a 25 anni era già secondo ufficiale a bordo di una nave. Come mai una ragazza, che "non è nemmeno brutta (...)", non si gode i soldi e non fa l’influencer su Instagram come tutte quelle come lei, si chiede stizzito chi non può? La risposta, forse, è che sarebbe comunque inutile. Forse, nascere ricchi è quella condizione in cui non puoi uscirne bene in ogni caso. Se ti dai alla bella vita come Gustav Magnar Witzøe, il 25enne norvegese a cui il padre milionario ha intestato quasi la metà di una multinazionale dell’ittica, raccoglierai in quota uguale follower e haters che ti biasimano perché posti le tue foto in luoghi esotici. Se al contrario, monti a bordo di una nave e ti dedichi a soccorrere dei profughi in mare, e rischi 15 anni di detenzione, 50mila euro di multa e il sequestro dell’imbarcazione, sarà esattamente lo stesso. Fino a quando la gente, in meglio o in peggio, cambierà.

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