The Politician su Netflix è: divisiva, esercizio di stile di Ryan Murphy o grande ritorno della Paltrow?

Dedicare un weekend a vedere The Politician per trovare la risposta a questo titolo.

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Courtesy Photo Netflix

Quando parliamo di un prodotto televisivo “autoriale”, in genere ci aspettiamo un drama serio fotografato con le luci fredde di HBO o al massimo, una sofisticata commedia alla Woody Allen; di certo, l’ultima cosa a cui pensiamo istintivamente è una serie horror antologica ispirata agli slasher movie, un melò scritto e diretto da persone trans ispirato alla sottocultura delle ballroom (rese famose da Vogue di Madonna) o un teen drama satirico sulle elezioni del rappresentante degli studenti in un liceo di Santa Barbara. Eppure questi sono American Horror Story 1984, Pose e The Politician, al momento i fiori all’occhiello del poliedrico Ryan Murphy, uno degli autori e produttori più brillanti della televisione contemporanea.

Per chi non lo conoscesse, in breve: Ryan Murphy è l’autore del cult dei primi anni Zero Nip/Tuck, ma è arrivato al vero successo con l’iperseguita e premiata serie Glee, teen drama che tra citazionismo e immaginario massimalista (non chiamatelo mai camp, lui lo odia) fatto di colori, canzoni e recitazione over the top ha portato all’attenzione di tutti la passione di Murphy per storie che mettono al centro chi di solito sta sullo sfondo; una passione che gli ha consentito di diventare l’idolo di un pubblico alla ricerca di qualcosa di diverso, capace di osare in territori nuovi e senza il timore reverenziale verso la “cultura alta”.

In Glee, come poi in American Horror Story, Scream Queens, Pose Murphy mette al centro la cultura pop e sotto il riflettore gli ultimi, i loser: donne, soprattutto non più giovani (non potremo mai ringraziarlo abbastanza per averci restituito una Jessica Lange ancora nel pieno del suo fascino e delle sue doti attoriali, che il cinema aveva buttato via), persone dall’identità di genere non binaria o dall’orientamento sessuale non eteronormato, appartenenti minoranze razziali, diversamente abili etichettati come freaks o comunque quelli che definiremmo sfigati, penalizzati socialmente o economicamente, ai margini della società “normale”. È attraverso i loro occhi che Ryan Murphy decide di raccontare l’America e la sua cultura pop, dipingendo Hollywood con gli occhi di due attrici messe l’una contro l’altra da un sistema che non lascia loro spazio, come in Feud - Bette and Joan (le nemiche/amiche Bette Davis e Joan Crawford) o rimettendo in scena crimini che hanno monopolizzato l’opinione pubblica come in American Crime Story, ma scegliendo di analizzarli da un punto di vista trasversale. L’omicidio Versace diventa così un trattato sull’omofobia, il processo a O.J. Simpson la cronaca della nascita della celebrity contemporanea e un tentativo di parlare senza retorica delle tensioni razziali degli anni ‘90.

Si tratta di un percorso molto chiaro e organico, che scorre parallelo tra fiction e realtà perché oltre a mettere in evidenza il tema dell’oppressione delle minoranze sullo schermo, Murphy si impegna costantemente per dare rilievo, nelle sue produzioni, alle voci (alla regia, alla scrittura, alla produzione o nel cast) di chi non è maschio, bianco ed eterosessuale – dunque avvantaggiato e dominante a livello sistemico. Half, la sua fondazione, è nata nel 2017 con questo scopo: in ogni produzione Half lo spazio creativo occupato dai maschi bianchi etero è al massimo il 50%, riservando l’altra metà alle categorie sotto-rappresentate. È un caso più unico che raro a Hollywood, che mette in evidenza non solo la coerenza etica, ma anche la determinazione di Murphy nel restare fedele a se stesso e portare avanti un universo artistico così amato dal pubblico che lo ha portato a strappare a Netflix un accordo di esclusiva da trecento milioni di dollari, di cui The Politician è il primo prodotto.

Lo show è un tale concentrato della sua poetica che si potrebbe quasi sconsigliarlo a chi non è un fan sfegatato delle sue produzioni: barocco, dal ritmo indiavolato e trama intricatissima, visivamente ricchissimo nella fotografia (che ci restituisce una California luminosa, dai colori intensi e dall’opulenza ostentata). La storia segue Payton Hobart, ricco studente della Saint Sebastian High School il cui sogno è diventare Presidente degli Stati Uniti ed è disposto a tutto pur di non sbagliare nulla del percorso di carriera che si è già prefisso, a partire dal diventare Presidente del Corpo Studentesco. Payton ha la faccia e il talento di Benjamin Schiff Platt, attore e cantante che a soli 26 anni in USA è già una star indiscussa di Broadway (grazie ai musical The Music Man e The Book of Mormon), sua madre è una Gwyneth Paltrow splendida, enigmatica e fragile come una Margot Tenenbaum vicina alla mezza età ed entrambi sono circondati da un cast notevole di emergenti: Laura Dreyfuss viene dal cast di Glee, Lucy Boynton è esplosa con Bohemian Rhapsody, Zoey Deutch era la protagonista della rom-com Netflix Set it Up. Theo Germaine, nel ruolo di James, è esordiente nonché la prima persona non binary a interpretare un ruolo in cui non viene richiesto di identificarsi in un genere ben preciso, misurandosi alla sua prima esperienza con mostri sacri come Jessica Lange (messa al centro di una storyline che cita apertamente la storia di Gypsy Rose Blanchard, true crime che ha ossessionato l’intera America nel 2016 e già raccontato quest'anno in TV nella validissima miniserie The Act) e Bob Balaban, attore culto di Wes Anderson non a caso affiancato a Paltrow come marito, al chiaro scopo di ricreare le atmosfere di The Royal Tenenbaums. La rutilante galleria di personaggi si chiude oltretutto con una doppietta d’eccezione di attrici agée, Judith Light e Bette Midler: veri e propri idoli viventi delle quali, come Lange, il cinema sembra essersi completamente dimenticato ma che splendono nei ruoli che Murphy costruisce per loro.

La ricerca della perfezione estetica e la simmetria ostentata – che in realtà maschera una totale confusione morale e intellettuale – di Anderson sono molto spesso evocate in The Politician, che è un prodotto pop nella sua espressione più citazionista e sarcastica. Una satira sul potere e sulla ricchezza, ma soprattutto sulla società americana e le sue idiosincrasie all’epoca dei social e della comunicazione in tempo reale. Certo, le elezioni del liceo non sono elezioni “vere”, ma The Politician ci mostra la politica al suo meglio e al suo peggio attraverso la competenza e l’ambizione di un gruppo di adolescenti piegati alle stesse regole di ipocrisia della realtà degli adulti.

La trama è intricata, barocca, complessa e costellata di momenti di altissimo compiacimento nell’eccesso, ma coglie nel segno dipingendo un’epoca in cui la pressione mediatica e sociale spinge all’eccesso ansie, desideri, idiosincrasie e non esiste (quasi) modo di sfuggire al proprio destino.

The Politician costruisce un universo pieno di contraddizioni e pieno di colpi di scena sopra le righe che sa divertire e graffiare in uguale misura in una prima stagione (la seconda stagione è programmata naturalmente per l’estate 2020, ovvero in pieno clima elettorale per gli USA) ricchissima e brillante che forse non sarà materiale per tutti i palati ma è certamente una televisione che nessun altro, oltre a Murphy, sa fare.

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