«Ho trent'anni e ho deciso di accogliere una ragazza rifugiata in casa»

Francesca aveva una stanza in più. Fatima era scappata dalla Somalia e aveva bisogno di un posto dove andare. La loro storia è un'amicizia che spera nel futuro, anche grazie a una coccinella.

Close-Up Rear View Of Women Outdoors
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Francesca e Fatima sono coinquiline da qualche mese. Hanno alcune cose in comune: la stessa età, 31 anni, la casa dove vivono e la storia di un viaggio.
Per Francesca è un viaggio lontano nel tempo, iniziato dal nonno partito dalla Puglia e concluso sulle coste dell’Indonesia. Una storia di abiti fatti a mano nella sartoria che il nonno aveva aperto in quel paese lontano, e poi di gelati nella città di Jakarta. Una gelateria che ancora porta il cognome italiano di Francesca. La sua è una storia con un viaggio di ritorno, perché suo nonno ha voluto far studiare i figli in Italia e Francesca è infatti nata in Puglia.

Fatima invece è nata in Somalia, e anche il suo viaggio attraversa i Paesi e il mare. Come molti decidono di fare, ha lavorato prima in Yemen, come babysitter, per mettere da parte i soldi necessari per arrivare fino in Libia e da lì dirigersi verso l’Italia. Sono partiti di notte, tre giorni in barca, aveva paura, certo, ma «la Libia è un posto talmente brutto che volevo solo andare via».

Era il 2017. È sbarcata in Sicilia, sola. Andarsene era l’unico modo per garantire un futuro ai suoi figli, rimasti a casa con la suocera dopo la separazione dal marito. Quando ha lasciato la Somalia, però, non aveva come meta finale il nostro Paese, non sapeva cosa sarebbe successo. Molte delle persone conosciute durante il viaggio, la maggior parte a dire il vero, hanno proseguito verso la Francia e la Germania.

Sono tante le ragazze che scappano dalla Somalia, spiega Fatima. La vita per loro è difficile: devono sposarsi ancora bambine e non hanno quasi mai un’istruzione o un lavoro. Fatima ne è un esempio, non è mai andata a scuola, e sa leggere e scrivere solo grazie a suo padre. Si è sposata a quattordici anni e ha partorito tre figli che non vede da quando è partita, quattro anni fa. Nel Paese, inoltre, è attivo il gruppo jihadista di Al-Shabaab, che controlla alcune zone della Somalia ed è responsabile di diversi attentati e azioni terroristiche.

La casa dove oggi vivono insieme, nei dintorni di Milano, è di Francesca, che dopo aver lavorato all’estero per tanti anni, ha deciso di tornare in Italia: «Sapevo che, tramite alcune associazioni, era possibile ospitare un rifugiato. E io avevo una stanza in più, ho pensato “perché no?”. Preferivo una ragazza, mi sentivo più a mio agio, e mi hanno presentato Fatima». Sono entrambe parte del progetto Young Together sviluppato dal Consiglio Italiano per i Rifugiati e Refugees Welcome Italia, la onlus che dal 2015 aiuta migranti titolari di protezione internazionale a essere accolti in famiglia. Di solito, infatti, sono persone adulte, anche con figli, che decidono di prendersi in carico un rifugiato, ne coprono le spese, lo aiutano a rendersi indipendente. Questo progetto, invece, coinvolge solo giovani under 35 e ha ricevuto fondi dall'8 per mille dello Stato per coprire le spese delle convivenze, che diventano quindi più "paritarie". Nessuno mantiene nessuno.

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Anche questo progetto di convivenze tra giovani italiani e rifugiati ha come obiettivo di aiutare questi ultimi a raggiungere l’autonomia, consolidare un percorso lavorativo in modo tale da mettere da parte qualche soldo. La questione dell’alloggio per le persone rifugiate è complicata da più punti di vista. Se lavorano, spesso con cooperative, agenzie interinali o tramite il servizio civile, non riescono a risparmiare a sufficienza per pagare il deposito cauzionale, che ammonta anche a due o tre mensilità, né hanno referenze da esperienze di affitto precedenti. E questo amplifica la diffidenza dei proprietari di casa. Le convivenze di Young Together aiutano quindi a risparmiare per qualche mese, a creare una rete di conoscenze per riuscire a trovare un nuovo alloggio. E poi c’è il fattore casa, che non è solo un contenitore con quattro pareti. È protezione, sicurezza, calore umano.

Francesca e Fatima hanno stretto un forte legame grazie alla convivenza, iniziata a settembre 2019. Cenano la sera intorno al tavolo, circondate dai gatti di cui Fatima all’inizio aveva timore, e nel fine settimana capita che escano insieme. Fare la spesa è un momento piacevole, al ritorno dal supermercato cucinano sia piatti somali che italiani, e si prendono in giro su chi ha meno voglia di cucinare. A Fatima piace la pasta, Francesca insiste per poter mangiare ancora un pollo e riso delizioso che Fatima ha cucinato solo una volta. È una complicità fatta di sguardi la loro, di silenzi che non hanno bisogno di domande per essere rispettati, e di segreti che si tengono per mano nei momenti di commozione. Che non mancano quando Fatima parla dei suoi figli.

Come i nonni di Francesca sono tornati in Italia per permettere ai figli di studiare, anche Fatima ha lo stesso desiderio per i suoi tre bambini, con cui si tiene in contatto per via telefonica. Quando Fatima è partita la più piccola aveva due anni, il più grande undici, e il secondo nato otto anni, le mancano molto ed è preoccupata per loro. Ne parla con occhi lucidi, mentre una coccinella le salta sui vestiti. «Porta fortuna», le dice Francesca. Allora Fatima se la tiene tra le mani e la stringe a sé. La sua forza motrice è il supporto di Francesca e la possibilità che i tanti lavori saltuari si trasformino presto in qualcosa di stabile. Il suo primo desiderio è portare i figli in Italia, per condividere un luogo di protezione e di sicurezza, dove poter essere liberi di pensare al futuro come una possibilità meravigliosa.

Le foto dell'articolo non sono riferite alle persone intervistate, che hanno preferito rimanere anonime.

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