"Una ragazza americana, Lou, arriva alla frontiera tra gli Stati Uniti e il Messico. Incontra sua cugina Bella Lynn, nei pressi di El Paso. Le confessa che non sa proprio come fare: è incinta di nuovo (ha con sé già il figlio Ben, di soli dieci mesi). “Devi abortire”, le dice freddamente la cugina, che pure alterna momenti di grande comprensività. “Ci penso io.” Down Mexico way, canticchia Bella, confermandole che ha predisposto tutto: la farà abortire clandestinamente, pagherà lei, basta attraversare la frontiera. Ecco quindi Lou che ritorna in Messico, l’odore ambiguo del Messico che già conosce: fumo, chili e birra. Garofani, candele e cherosene. Arance, sigarette Delicados e urina… Siamo a Natale, Lou dovrà andare con Bella ad un pranzo famigliare dallo zio Tyler, ma prima: parteciperà all’Inferno di una clinica abortiva clandestina messicana. Lì incontra giovani donne americane, tremanti in una sala d’aspetto con le madri accanto, poi stordite coi sedativi, e costrette ad aborti spontanei. Incontra anche Sally, che tenta di fuggire, e che ritrova in bagno, avvolta da spirali di tubi come un Laocoonte impazzito, in mezzo ad una forte emorragia. Una volta abortito, le ragazze doloranti fuggono ancora clandestinamente, chi verso l’autostrada, chi verso l’aeroporto, con quel segreto cavo nel ventre. Lou, tra di loro, ha deciso però: alla fine non abortirà, e è diventata così involontaria testimone di questa catabasi. Ha lottato per un po’ per convincere i dottori, con quel dottore che le ha detto persino squaldrinella in spagnolo, a lei recalcitrante. Però, alla fine, l’ha capita – Lou sa parla spagnolo, ha colto l’offesa, questo ha creato una strana comunione tra un aguzzino bonario e una vittima complice. Lei ritorna così dalla cugina, che l’attende, mentre gioca con il figlioletto Ben in hotel, come se niente fosse. Le tigri l’hanno messa incinta fa Bella allo zio Tyler durante il pranzo di Natale, riferendosi alla cugina, in attesa che il pranzo di Natale abbia inizio".

Tiger bites è uno dei tanti racconti semiautobiografici di Lucia Berlin che ha a che fare con il Messico, e dal punto di vista di donne che lottano per non essere private della loro intimità domestica e corporea in contesti familiari incasinati. La Berlin visse per un periodo alla frontiera di El Paso, per poi negli anni 60 trasferirsi in Messico, fino a frequentare Città del Messico nei primi anni Novanta, perché sua sorella, che lì viveva, era malata di cancro. La sua prosa dolente e un po’ scontrosa pare sempre sul punto di sussurrarti, in un inglese spesso impastato con lo spagnolo, qualcosa di terribile. Il suo cammino messicano così enigmatico – una scrittrice obliata, una madre eroica e sola con molti figli da mantenere, un’alcolista che decise di vivere nella provincia per un po’ sgarrupata e stare lontana dal clamore cittadino – mi accompagna in questo mio viaggio, che da uomo e da straniero compio con imbarazzo e con rispetto in Messico.

Essere uomo, qui, è un privilegio.

E in me uomo straniero güero - cioè biondino, come mi urlano al mercato per vendermi mercanzia a prezzi maggiorati, e sebbene io sia castano – questo genera un senso di ulteriore colpevolezza.

Essere donna, in questa nazione latino-americana, per alcune è invece un privilegio solo di coscienza – come accade per le giornaliste, attrici, musiciste, artiste che denunciano giorno per giorno i casi di violenza. Per molte altre, è una condanna al massacro. Le strade messicane, che noi uomini percorriamo, sono sì impervie, piene di buchi e di dissuasori di velocità, spesso oscure e criminose, altre volte festose, roboanti, ricche di dolci e succulenti segreti. Ma le strade che una donna può percorrere qui sono come l’antimateria di quelle stesse: hanno le loro leggi di controllo e di genere. La notte è meglio non uscire da sole, di giorno è tutto un concerto di fischi, lazzi e gesti osceni provenienti dai capannelli dei maschi sui marciapiedi, negli autobus e nella metropolitana le autorità si sono arrese: segregando le donne in una zona a parte, dipinta di rosa in modo pacchiano, inaccessibile persino ai mariti e ai compagni. E non è che chiudendoti in casa, nei palazzoni specchianti dei quartieri opulenti o nelle vecindad più lerce, faccia differenza, ti vada meglio... Se ti va male: sei Ingrid Escamilla, 25 anni, pugnalata, scuoiata, e fatta a pezzi dal compagno, in un quartiere piccolo borghese di Città del Messico, esattamente un mese fa, 9 febbraio 2020.

"Se non sei un corpo a fini del piacere, come donna sei roba da cancellare, violentare” mi ha detto infatti Irasema. Lei è una giovane scrittrice, illustratrice e attivista messicana. Mi colpisce il suo nome particolare, che ha origine dal guaranì Iracema: significa colei che sgorga dal miele, ma altre fonti notano che sia l’anagramma della parola America. Con Irasema, mi incontro in un caffè urbano su una delle avenidas trafficate di Città del Messico, in un quartiere, La Condesa famoso per una spinta movida e per i locali alla moda oggi forse un po’ decaduti. Inizio da lei, perché è l’urgenza della storia recente che mi detta questo incontro: il Messico femminicida, tra i luoghi più pericolosi al mondo per l’universo femminile. “Sì”, continua infatti Irasema, “proprio perché noi donne siamo più agguerrite, gli uomini hanno tirato fuori le unghie ancor di più in questo periodo”. Strana equazione, ma mi presto ad accettarla.

L’attivista e artista Irasema
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Le chiedo di parlarmi della sua arte, m’interessa capire come voglia veicolare il suo femminismo non tanto con la scrittura, che è pur presente, ed è critica ed engagé, ma soprattutto esprimendosi con l’arte muralista. In Rete, ho infatti notato la faccia vispa di questa ragazza, uscita come molti qui dalla Universidad Nacional Autonoma de México, con sullo sfondo i suoi murales in bianco e nero, dipinti spesso in contesti caratterizzati da ruderi grigi di una provincia urbana che pare perennemente bombardata. I murales di Irasema sono raffigurazioni in negativo di una realtà pronta a confessarsi: corpi di donne che si baciano avvinghiati da una tropicale vegetazione sbiancata, e poi una sottile presenza animale, maschere di animali nudi su genitali femminili nudi.

America anagrammata, ricordo il suo nome: una realtà rovesciata.

“Pensalo”, mi dice lei mentre ordiniamo al cameriere, “noi donne siamo quasi sempre state immortalate a dipingere cose in piccolo formato, in miniatura. Per me il mural può invece contestare questo diktat, lavorando sul grande formato pubblico. E poi il mural ha una potenza che il testo non può avere, essendo il pubblico dei lettori molto più ridotto…”

“Come lo è stato quello, ridottissimo, delle scrittrici messicane, almeno per molti anni, non è vero?” le commento.

Oggi le pile di antologie di racconti e romanzi di scrittrici come Rosario Castellanos, Amparo Davila, Elena Garro, le trovi in grande copia a mo’ di discolpa nelle magnifiche librerie locali. Tutte donne geniali, che sono state al fianco e in ombra di uomini non meno geniali (Arreola, Fuentes, il premio Nobel Octavio Paz, Alfonso Reyes). Scrittrici che hanno faticato cinquanta, cento anni ad emergere al pari di quegli amici e amanti di un tempo.

“Hai ragione”, mi fa Irasema sorseggiando il suo café con leche, mentre fuori il frastuono della megalopoli a tratti pare placarsi sui finestroni oscurati del bar, e alternarsi agli sprazzi di sole di un cielo un po’ troppo nuvoloso e contaminato. “Benché oggi ci sia molto più spazio per le nuove scrittrici. Cosa assai diversa di quando studiavo all’università: si leggevano sempre e solo uomini. E pressoché morti! Si faceva come passare tra i banchi l’idea che essere donna e essere scrittrice significasse essere condannate alla scrittura mediocre. Ricordi cosa ha detto però Virginia Woolf? Scrivete, scrivete, perché per molti secoli c’è stato negato. E alla fine, a forza di scrivere…”

“Però tu hai scelto di concentrarti sull’arte muralista…”

“I murales hanno un impatto maggiore, per molti persino scioccante, arrivano a tutti quelli che fanno parte di una comunità, a tutti i passanti. Faccio parte di un collettivo temporaneo di sei artiste. Si chiama Mujeres desde las periferias. Ci dedichiamo ad intervenire con i nostri murales su muretti e recensioni di ampia dimensione, dividendoci il lavoro. Lo facciamo soprattutto nell’Estado de México, una delle regioni con il più alto tasso di femminicidio. Le persone del luogo interagiscono in vario modo: le nonne e le bambine scrutano i nostri lavori, a volte scandalizzate a volte incuriosite, gli uomini alternano il rifiuto ad una violenza che spesso si esprime con la manomissione, la graffiatura, la cancellazione dei nostri lavori.”

“E vi siete mai sentite in pericolo per questo?”, le chiedo a bassa voce.

Accanto al nostro tavolo una coppia, uomo e donna, pomiciano incuranti. Ogni tanto, vedo che la donna butta un orecchio al nostro dialogo, chissà se incuriosita, chissà se infastidita.

“Una volta si è avvicinata una donna, e ci ha chiesto ‘Verreste a fare i vostri murales dalle mie parti?’ Era una prostituta. Ci ha raccontato che i poliziotti della zona in cui lavorava picchiavano lei e le sue colleghe, perché volevano più soldi rispetto alle quotidiane mazzette che chiedevano loro.”

“E l’avete fatto? Siete andate?”

“No, era troppo pericoloso mettersi contro i poliziotti di quella zona. Ricordi cosa è successo nel quartiere di Azcapotzalco il 6 agosto scorso?”

Il 6 agosto del 2019 alcuni poliziotti hanno abusato di una minorenne che rincasava di notte da una festa. Da quel giorno, il movimento femminista messicano è diventata forte, è sceso per le strade, ha sfondato vetrine, imbrattato e dato fuoco ai commissariati di polizia, oltraggiando i monumenti del patriottismo messicano.

“Noi stesse siamo oltraggiose, con i nostri murales di donne nude in protesta, per i maschi messicani. Te l’ho detto: se una donna nuda non serve al solo piacere del maschio, allora deve essere censurata o uccisa. Accade ogni giorno, ogni ora.”

Ogni giorno, almeno dieci donne messicane sono assassinate. Lo scorso gennaio la conta arrivava ad oltre 300 donne.

“E accade in ogni classe sociale…”, le faccio.

“Be’, per me parlare dell’essere donna in Messico significa parlare di sicurezza anche economica. È una questione di classe. Di solito, è la classe media o medio-alta quella più attenta al tema della violenza di genere. Perché è composta da chi fa giornalismo, chi fa ricerca all’università, o chi fonda ad esempio case di recupero per le donne vittime della trata de blancas. Mentre, senza per questo generalizzare: nella classe alta o in quella bassa non si riesce a vedere spesso i disastri che ha prodotto il patriarcato. Pensa alle donne della classe bassa, estenuate da ritmi lavorativi sfiancanti, oppure che lavorano full time come muchachas [le donne di servizio] a casa delle famiglie benestanti… non hanno proprio il tempo di pensare all’oppressione che vivono ogni giorno!”

Penso immediatamente al film meraviglioso Roma di Cuarón, e all’attrice protagonista, Yalitza Aparicio, che oggi è una delle voci più mediatiche del femminismo messicano.

“A tuo avviso, anche nelle comunità indigene messicane c’è questo problema?”

“Anche lì, certo, essere donna significa spesso non avere la possibilità di rendersi conto dello stato d’oppressione.”

“Ma l’esperienza zapatista…”

“Molte donne zapatiste, che nello zapatismo hanno un ruolo spesso molto forte, rifiutano il nostro femminismo, lo considerano una cosa di élite, roba da blancas, da white feminism. Quindi anche lì trovi questa resistenza.”

Continuiamo a parlare, e gli avvenimenti di questi ultimi mesi, le proteste, le violenze, le polemiche sui giornali pro o contro le femministe messicane mi ritornano in testa. I giornali messicani sono indecifrabili, hanno un linguaggio tutto loro, sono autoreferenziali, ma a volte hanno accusato il movimento messicano femminista di devastazione senza senso o protesta peregrina.

“L’atto fondamentale del movimento femminista di questi anni?”, le domando per fare luce.

“Quando abbiamo lanciato lo slogan A mi me cuidan mis amigas, ‘a me proteggono solo le mie amiche’, a seguito della violenza contro la minore ad Atzcapozalco lo scorso anno. In quei giorni, io ed altre donne abbiamo organizzato quella che doveva essere una piccola manifestazione. Siamo state sorprese invece dall’arrivo di migliaia di donne, che in una sola settimana hanno inondato come un fiume in piena le strade attorno al monumento dell’Ángel de la Independencia, sul paseo de la Reforma.”

“Le cose vi sono un po’ sfuggite di mano, no?”

Irasema sospira. Concentra lo sguardo sulla sua tazzina vuota. Lo rialza. Spero di non averla offesa.

“Guarda, io sono di principio contraria alla violenza. Ma devi anche capire che praticamente era la prima volta che noi donne messicane marciavamo libere. Sentivamo addosso una sorta di super-potere molto strano. Per la prima volta, gli uomini per strada, quegli stessi uomini che in questo paese considerano le donne le classiche ‘vittime buone’, si facevano da parte, avevano paura.”

“Le critiche sono state mosse se non sbaglio soprattutto per le devastazioni su di uno dei simboli della città, l’Ángel de la Independencia.”

È il famoso monumento dell’Angelo, o meglio sarebbe dire della Nike dorata, che celebra l’indipendenza del Messico, secondo il volere del dittatore Porfirio Diaz che lo pianificò ad inizio ‘900.

“Sai una cosa curiosa? Chi ha progetto quel monumento era il padre di Antonieta Rivas Mercado. Antonieta era una donna straordinaria per la sua epoca: attrice, scrittrice, mecenate, e davvero prima femminista messicana. Una donna con un epilogo tragico e misterioso: si è infatti suicidata nel 1931 dentro la cattedrale di Notre Dame, con la pistola dell’amante, uno degli uomini più potenti del Messico dell’epoca, José Vasconselos. Antonieta chiedeva alle donne messicane a inizio Novecento di uscire dalla loro gabbia di leggi morali e sociali imposte dal patriarcato. Pensa cosa direbbe oggi di fronte al nostro sfregio simbolico del monumento costruito da suo padre!”

“C’è ancora molto da fare, non solo in Messico, per rompere logiche e linguaggi del potere degli uomini” le dico. “Per questo, credo, è nato il movimento Mujeres Juntas Marabunta? Vuoi dirmi cosa significa questo nome?”

“È stata la scrittrice e poetessa Carla Faesler ha coniare il nome, modificando il detto Mujeres juntas ni difuntas. Un detto certo terribile, ‘Le donne assieme manco morte’, ad indicare una cosa però vera: l’acerrima competizione delle donne l’una contro l’altra, altra strategia vincente del patriarcato machista. Marabunta sono invece un tipo di formiche africane molto voraci, che si muovono in gruppo, in orde, e provocano ingenti devastazioni. Da lì il nome.”

“Ma voi vi siete mosse anche sul piano simbolico.”

“Sì. Il nostro movimento è composto da scrittrici, editor, correttrici di bozze, redattrici, organizzatrici culturali, che si sono riunite lo scorso anno attorno all’hashtag #MeTooEscritoresMexicanos. Abbiamo denunciato sui media l’abuso e la violenza di genere degli uomini nei confronti delle donne ad ogni livello dell’industria editoriale messicana. Si è diffuso in tutto il mondo!”

“Non deve essere stato facile.”

Non è stato facile per me, leggere quelle liste: alcuni dei nomi pubblicati erano mie vecchie conoscenze del sottobosco letterario di Città del Messico, incontrate quando vivevo qui, tra il 2009 e il 2014: direttori editoriali di riviste, poeti, redattori. Conoscenti insospettabili. È difficile a volte rendersi conto delle gerarchie imposte dai maschi.

“Non è stato affatto facile vedere i nostri colleghi come mostri”, sospira infatti anche Irasame. “Lanciare quell’hashtag e vederne gli effetti è stato molto doloroso”, continua.

Poi il tempo a nostra disposizione scade, e il cameriere ci invita a pagare, perché stanno chiudendo il bar. Fuori la luce del giorno si è fatta più flebile, ma non il rimbombo delle strade.

Prima di lasciarci, Irasema mi regala una mini-rivista da lei prodotta. Si chiama FanzinA, e scopro essere un dazebao portatile, contenente slogan per le prossime manifestazioni femministe, a metà tra antologia e vademecum.

Grideranno anche questo 9 marzo 2020 gli slogan raccolti da Irasema, in quello che si appresta ad essere lo sciopero generale più grosso del paese da anni? Meno di un mese fa una bambina di 7 anni, Fátima Cecilia Aldrighett, è stata sequestrata e uccisa da un’amica di famiglia, e ritrovata in una busta di plastica nera in un cantiere edile fuori dalla capitale. Grideranno anche per lei, sicuramente.

E a favore della libertà di scelta sull’aborto (ancora illegale in molte parti del Messico), e contro il Papa e la Chiesa, e contro i politici conniventi e lo Stato ("No, no, non è un fatto isolato / i femminicidi / sono crimini di Stato", si legge nella fanzine) invitando ad "applaudire, applaudire / contro il fottuto machismo / che deve morire".

Gridano in faccia, anche a me, uomo bianco straniero che abbassa agli occhi.

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