Angelica ci dedica un album “per tutti quegli errori che pensavi fossero del cuore e invece erano solo della testa”

Si chiama Storie di un appuntamento e dovremmo ascoltarlo mentre ci guardiamo allo specchio, in un rendez-vous di sguardi a e da noi stessi.

“Era l’estate dei miei 12 anni, avevo un febbrone da cavallo, dovevo rimanere a letto non so per quanti giorni e, per non pensare ai bagni al mare che mi stavo perdendo, chiesi ai miei genitori di regalarmi una radio. Nel lettore cd il negoziante aveva dimenticato 1 (One), la compilation dei Beatles. Schiaccio Play. Un’ora, venti minuti e 57 secondi dopo, da Love Me Do a The Long and Winding Road, la mia vita era già cambiata. Non lo sapevo ancora, ma quello sarebbe stato il mio Anno Zero, lo sliding doors della mia vita, il colpo di fulmine più potente per il mio cuore. Sai tipo quando ti innamori in treno di uno sconosciuto e non riesci a togliertelo dalla testa per tutto il giorno? Moltiplicalo all’infinito. Forse quello per la musica è l’unico innamoramento che non si è mai rivelato un buco nell’acqua”. Okay, riavvolgiamo un attimo il nastro. A parlare è Angelica, cantautrice che deve tanto ai Fab Four quanto a un proprietario di un negozio di dischi distratto, o forse molto lungimirante… Le chiedo come sia nata la sua passione per la musica, quelle domande di routine da cui di solito ci si aspetta risposte di routine, invece quello che ottengo è una papabile sceneggiatura per un film. Le paghette assorbite in una montagna di album, i polpastrelli torturati sulle corde di una chitarra, prova dopo prova dopo prova, le tratte Monza-Milano che diventano sempre più dense, le prime jam session, i primi live, i primi passi sui palchi storici della musica dal vivo a Milano. La musica anni Sessanta, il brit rock, il funk e l’elettronica, Angelica (al secolo Angelica Schiatti) diventa la leader della band Santa Margaret per poi intraprendere nel 2019 la sua avventura solista con l’album Quando finisce la festa. Lanciato insieme al singolo Karma, lo scorso 5 febbraio è uscito il suo secondo album, Storie di un appuntamento (Carosello Records), “un disco dedicato a tutti quegli errori che pensavo fossero del cuore e invece erano solo della testa”.
P.S. La tracklist la trovate in corsivo sparsa fra le domande di questa intervista…

Courtesy Arianna Genghini

Karma // Sei in credito o in debito con lui?
In credito, ma da pochissimo. In passato sono stata ampiamente in debito, ma stavolta, per una volta, sta andando tutto alla grande. Forse, scriverla mi ha aiutato a trasformare il mio rapporto con il karma… Chissà.

De Niro // Hai lasciato pezzi del tuo cuore (e della tua carriera) in tantissimi club in giro per l’Italia, ti senti un po’ un Toro Scatenato a pensare che siano chiusi, alcuni per sempre?
Il mio commento è che stiamo vivendo un momento incommentabile. Una situazione talmente grave e talmente grande che non si può nemmeno capire fino in fondo. Non ho voglia di lamentarmi o di fare politica spiccia, ma si rischia davvero che le conseguenze per l’industria della musica siano disastrose. È un problema sia per artisti e maestranze completamente fermi da un anno, che un giorno non potranno tornare a lavorare felici e contenti come se non fosse successo niente. È anche un problema culturale, ci è stato tolto un anno di esperienze, emozioni, stimoli concreti. Penso soprattutto ai ragazzi giovanissimi che stanno formando i loro gusti musicali, e possono scoprire la musica solo attraverso internet, senza sapere cosa voglia dire andare a un concerto.

A proposito di Beatles, esiste Il momento giusto per entrare in una band, e per rompere con una band?
La maggior parte delle cose belle nella mia vita sono successe per caso. Entrare in una band è stata una di queste. Mi ero appena trasferita da Monza a Milano, fa musica da sola, voce e chitarra, finché non ho incontrato Stefano Verderi, quello che sarebbe diventato poi il chitarrista dei Santa Margaret. Mi ha aiutata a produrre delle canzoni insieme ad altri musicisti, abbiamo iniziato a suonare spesso, abbiamo fatto delle prove, c’era affinità, c’era qualcosa in più di un gruppo di persone che suonano e cantano insieme. Siamo diventati una band, era il 2013, più o meno. Io ero molto acerba, giovane, immatura, loro erano un po’ più vissuti, li guardavo far tutto con occhi spalancati. Le nostre strade si sono divise in modo naturale, quasi fisiologico, col tempo ho acquistato una sicurezza e un’identità che sentivo lontane dal quel progetto. Così ho deciso di camminare da sola.

Peggio di un vampiro // Si dice che i vampiri non si riflettano negli specchi, tu (e la cover del disco) ci invitano a farlo… Cosa vedi?
Vedo una donna consapevole di ciò che è ma, soprattutto, di ciò che non è. Ripenso a qualche anno fa, mi sembrano passate epoche, penso a me con tenerezza, ero così insicura, remissiva. Vorrei che tutti ci guardassimo più spesso allo specchio, ma veramente, senza mentire a noi stessi, accettando semplicemente quello che vediamo, apprezzandolo.

Storie di un appuntamento // Scontata ma necessaria: oggi sarebbe a un concerto?
Oh sì. Di questi tempi fatico anche solo a immaginarlo, ma ci sarà. E sarà con il mio pubblico. Sarà a un festival enorme o in uno di quei localini piccoli, bui, colmi di gente che urla, suda, si bacia, punta le dita al cielo.

Comodini // Ci hanno fatto molta compagnia quest’anno, hai scritto il disco in questo periodo-limbo?
Un po’ di testi li ho scritti l’estate prima della pandemia, altri in cinque minuti esatti fra un giorno e l’altro durante il lockdown. Così, di getto, come una liberazione, un promemoria a me stessa che dovevo buttar giù il prima possibile.

Come ci si sente a pubblicare un disco con la consapevolezza di non poter andare subito in giro a suonare?
Non è il massimo, sì, la dimensione live è quella in cui rendo di più, in cui mi sento al mio posto. Ma quando scrivi un disco te lo immagini, in un certo senso, all’interno di una finestra temporale. Non invecchierà per il mondo esterno, ma per te sì. Le cose vanno scritte, dette, tirate fuori quando ne senti il bisogno, lockdown o meno.

L’ultimo bicchiere // Cosa c’è dentro e a cosa brindiamo.
Sicuramente del vino rosso fermo, buono. Brinderei allo spirito di sopravvivenza di noi esseri umani. In questo periodo siamo stati dei grandi a mantenere il sorriso anche quando era difficile.

Courtesy Ambra Parola

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