Ventimiglia, il viaggio dei migranti minorenni che cercano un posto per diventare grandi

Tra chi tenta di varcare il confine per andare altrove, ci sono molti ragazzi soli. Che associazioni e volontari aiutano a non perdersi. Anche quando la loro meta diventa un miraggio.

migranti sul lungomare di ventimiglia
GIANFRANCO FERRARO

Solo il nome ha il sapore di potercela fare: Ventimiglia. Come bastassero una manciata di chilometri per raggiungere il traguardo. Che invece per ogni singolo migrante in fuga dalla sua terra si sposta e si ridefinisce a ogni tappa, come un miraggio. Quella al confine ligure tra Italia e Francia è la barriera oltre la quale per molti c’è la possibilità di raggiungere comunità di connazionali e parenti insediati in Svezia, Norvegia, Germania, Regno Unito, mete scelte in base a lingua, opportunità di lavoro e welfare. In attesa che avvenga il miracolo di ritrovarsi al di là, di qua bivaccano persone per giorni, sotto i ponti, o tra i bagni Sirena e la spiaggetta dei Balzi Rossi, là dove almeno la strada che corre parallela inizia a chiamarsi corso Francia. Ogni giorno altre ne arrivano alla spicciolata, muovendosi rasenti i muri delle case nel tentativo di rimanere invisibili, così poi è più facile passare attraverso una falla del sistema di frontiera. Per raggiungere Mentone seguendo i binari, quasi mai a bordo di un treno. O passando a piedi per i colli di Olivetta. O approfittando di un passeur, che per 300 euro ti traghetta in macchina oltre il confine. Forse.

Ventimiglia, una donna con il suo bambino. Tra gli interventi su strada di Save the children, la distribuzione di un kit differenziato per uomini, donne e mamme con figli: coperte di pile, berretti, assorbenti per le ragazze, body e pannolini.
GIANFRANCO FERRARO

«Forse, perché il tentativo di muoversi in modo informale espone a una sequenza di rischi infinita: sfruttamento, abuso, violenza. Specie se sei un ragazzino da solo», dice Niccolò Gargaglia, capounità protezione minori migranti di Save the children, l’organizzazione presente in pianta stabile a Ventimiglia dal 2018 con un presidio permanente sul territorio finalizzato a intercettare su strada i minori non accompagnati e a fornire accoglienza e orientamento sui propri diritti. «I minorenni soli devono conoscere i rischi di un attraversamento non regolare del confine, ma soprattutto le opportunità di accoglienza in Italia o, ancora, la possibilità di raggiungere altri Paesi con procedure di trasferimento legali, sicure, gratuite e nella tutela del loro superiore interesse, come dice la legge», spiega Gargaglia. Un intervento ancora più necessario da quando, l’agosto scorso, è stato smantellato il campo Roja, gestito dalla Croce Rossa: nato per ospitare adulti, non era certo la perfezione per i minori ma, col tempo e la collaborazione del team di Save the children, si era riusciti a rafforzare la rete interna di assistenza e protezione dei più giovani. La lacuna lasciata dall’assenza di una struttura istituzionale di accoglienza sul territorio diventa una voragine in tempo di Covid: «Nella frontiera Sud, sulla rotta del Mediterraneo centrale, l’hot spot di Lampedusa provvede all’identificazione, allo screening sanitario e a disporre la quarantena per chi risulti positivo. Qui, invece, gli arrivi non vengono controllati né dal punto di vista legale né da quello sanitario, con un’enorme ricaduta sulla popolazione», aggiunge Gargaglia.

Migranti in fila per consumare il pasto preparato dalla Caritas e dai gruppi volontari.
GIANFRANCO FERRARO

L’accoglienza è tutta affidata alle tre principali associazioni presenti: WeWorld Onlus, Caritas intemelia, Diaconia valdese. E agli attivisti volontari, i cosiddetti no borders, ragazzi provenienti da tutt’Europa, che si radunano in gruppi come 20K e Kesha nya (“Nessun problema”, in curdo).

Aiutano, soccorrono, ascoltano, traducono, distribuiscono pasti e mettono a disposizione gruppi elettrogeni per la ricarica dei telefonini. «Noi di Save dal 10 marzo scorso abbiamo attivato un nuovo intervento proprio con la Caritas per allestire uno spazio a misura di bambino: una tensostruttura riscaldata con operatori che svolgono attività ricreative, di decompressione, di stimolo alla resilienza oltre che di supporto alla genitorialità per mamme e papà in viaggio coi figli», aggiunge Niccolò. «Un settore è destinato ad accogliere i minori non accompagnati per garantire colloqui psicologici in uno spazio protetto, dove possano vivere un momento di normalità». Spesso il primo dopo anni di viaggio drammatici: ragazzini pakistani, afghani, bengalesi che oggi arrivano a Ventimiglia dalla rotta balcanica, cioè dopo aver attraversato Bosnia e Croazia per entrare in Italia, Paese in genere di transito, dalle “porte” di Trieste o Udine, nascosti sui tetti dei treni, sotto i camion, a piedi.

A Ventimiglia, tappa di transito per i migranti, dal 2018 Save the children è presente con un presidio permanente sul territorio al fine di intercettare su strada minori stranieri non accompagnati e fornire loro protezione e assistenza. Per donare, savethechildren.it. Si può contribuire anche destinando a Save the children il 5x1000 nella dichiarazione dei redditi.
GIANFRANCO FERRARO

«Quanti ne arrivano? Ci possiamo basare solo sui nostri dati: nei primi tre mesi del 2021 abbiamo già intercettato una media di 90 persone al mese, di cui dai 25 ai 35 minori non accompagnati, provenienti da Afghanistan, Sudan, Eritrea e Guinea, e tra i 16 e i 20 nuclei familiari». Ma il flusso verso Ventimiglia è destinato ad aumentare fino all’80 per cento con la bella stagione che rende surreale il viaggio parallelo tra chi va in vacanza e chi cerca un posto in cui poter diventare grande. Come Amir, nome di fantasia, che, intercettato dal team di Save the children, racconta: «Sono partito dall’Eritrea nel 2017 a 12 anni. Ora ne ho 16. Nel Sahara sono stato rapito e venduto quattro volte dai trafficanti. In Libia sono rimasto un mese in un centro e sette in un altro, pagando. Intanto sono stato picchiato ogni giorno e sottoposto a torture. Sono felice di essere arrivato in Italia, ma voglio raggiungere un altro Paese per aiutare mia mamma e mia sorella». Una storia simile a quella di tanti suoi coetanei, conclude Gargaglia: «Ma la sua mi è rimasta impressa perché, alla fine del racconto, Amir sgrana gli occhi e mi mostra di nascosto un fagottino tenuto in tasca: dentro, un pugnetto di terra del suo Paese».

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