Una donna promettente, il film che tra 20 anni racconterà meglio il post #metoo

Clip esclusiva per Marieclaire.it e recensione del nuovo film di cui si parlerà, molto.

La protagonista si chiama Cassandra, detta Cassie. Ha piantato gli studi di medicina a metà, vive ancora con i genitori, lavora in un bar e sembra annoiarsi moltissimo. Non ha aspirazioni, non pratica hobby, non impazzisce per lo shopping. È una trentenne che non ha nulla in comune con la Bridget Jones o le ragazze di Sex & The City dei primi Duemila. Cassie, figlia di questo nostro tempo rabbioso e polemico, è priva di spensieratezza. Ha un’ossessione, un’idea fissa in testa: la vendetta. La sera si veste di tutto punto, sceglie un locale e mette in scena la seguente (pericolosa) farsa: finge di ubriacarsi al punto da non stare in piedi finché un uomo non si offre di accompagnarla a casa. Lui è sempre un bravo ragazzo, in genere uno che addirittura si definisce tale, eppure quando Cassie sembra priva di forze e di ben dell’intelletto, non resiste: ci prova. A quel punto, lei fa capire di non essere affatto sbronza e se ne va. Perché Cassie faccia questo, invece di trovarsi un lavoro migliore, invece di trovarsi un fidanzato, invece di starsene a casa a guardare una serie in tivù, si scopre nel corso del film, dopo qualche colpo di scena ben congegnato e verso un finale poco consolatorio.

Questo è, senza spoiler, Una donna promettente, che esce nelle sale italiane il 23 giugno, che ha vinto l’Oscar per la miglior sceneggiatura originale e che, se lo mettessimo da parte in una scatola da aprire tra venti o trent’anni potrebbe essere considerato il film più rappresentativo del dopo #metoo. Nel bene e nel male. Bene perché è scritto e diretto da una donna (Emerald Fennell, anche attrice, non qui, ma la conosciamo come Camilla Parker Bowles di The Crown) ed è prodotto da una donna (Margot Robbie, attrice, ma non qui).

Il film denuncia ogni sfumatura di arroganza maschile (e anche questo è un bene) ma al tempo stesso fa di una psicopatica un’eroina (male) e, alla fine, esaspera anziché far progredire la conversazione sui ruoli, i sessi, la violenza (malissimo). Non a tutti piacerà e probabilmente vi farà anche litigare con qualcuno. Dal punto di vista strettamente cinematografico, è un prodotto assai astuto. Tutto è fintamente ingenuo (come sono finte le sbronze di Cassie), dai colori pastello di fotografia, décor, costumi e persino delle unghie della protagonista. La colonna sonora super pop smercia ogni versione più commerciale del girl power, da Paris Hilton alle Spice Girls. Funziona tutto, anche Bo Burnham (quello di Inside, strepitoso one man show su Netflix) nel ruolo dell’innamorato di Cassie.

Carey Mulligan è un’ottima attrice e qui lo è persino più del solito, in bilico tra apatia e follia. Un recensore americano ha scritto che al posto di Mulligan avrebbe visto meglio Margot Robbie, come a dire che Mulligan non sarebbe abbastanza bella da attirare gli uomini nei bar. Ovviamente poi il recensore si è dovuto scusare, ma il punto non è questo: il film vuole dimostrare la tesi di Cassie, ovvero: gli uomini, o comunque molti uomini, si sentono autorizzati a saltare addosso a una donna ubriaca. Non gli importa sapere come si chiama e nemmeno se è bella più o meno di Margot Robbie.

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