In Corea sempre più donne vittime di crimini sessuali digitali

I digital sex crimes sono diventati in Corea del Sud un inquietante fenomeno di società.

Teerasak Ainkeaw / EyeEmGetty Images

Il campanello d’allarme lo suona Human Rights Watch. In Corea del Sud un crimine “di genere”, specialmente rivolto contro le donne, è diventato un preoccupante fenomeno di società. Le coreane sono infatti vittime ricorrenti di “crimini sessuali digitali” ossia si ritrovano protagoniste, senza il loro assenso, di video rubate e diffuse in Rete a scopi pornografici. A loro insaputa, si scoprono riprese durante i loro incontri privati in una camera di hotel ma anche quando ci si cambia nei camerini dei negozi o addirittura quando si utilizza una toilette. Questi filmati sono poi diffusi su siti pornografici e da qui condivisi o scaricati. La Corea del Sud, spiega lo studio di Human Rights Watch, ha vissuto una rapidissima crescita economica dopo gli anni 50, eppure, sebbene “il paese sia diventato leader nel settore tecnologico” questo balzo nel mondo moderno non si è accompagnato da uno stesso progresso “nell’uguaglianza di genere”. Una disuguaglianza di peso in una società ancora fortemente influenzata dai valori patriarcali del Confucianesimo e in cui la donna deve proteggere la sua “reputazione” legata a un‘immagine di “purezza sessuale”. D’altronde, l’avvento e il diffondersi di questi crimini digitali sono stati chiaramente accelerati dalle nuove tecnologie, aiutati da minuscole telecamere, le spy cams. Questi gadget tecnologici, di pochi centimetri e poco costosi, possono facilmente essere nascosti e “filmare nei bagni, nei camerini o nelle camere di hotel”. Le spycams possono assumere anche la forma di ordinari oggetti domestici “come una sveglia, una calcolatrice, un appendipanni o anche una tazza da caffè”. È quanto ha imparato, suo malgrado, Lee Ye-rin. Questa impiegata ha infatti scoperto di essere vittima di una spycam regalata dal suo capo sotto forma di banale sveglia. La sveglia-spycam aveva filmato di nascosto e trasmesso le immagini in streaming sul cellulare del suo superiore quello che succedeva nella camera da letto di Lee Ye-rin 24 ore su 24 per almeno un mese. E quando Lee Ye-Rin lo confrontò al riguardo, lui semplicemente le rispose “è questo che sei stata in piedi tutta la notte a cercare su Google?”. L’uso delle spycams è anche diventato un serio problema nei bagni pubblici. Nel 2018, il governo annunciò che avrebbe ispezionato le sue oltre 20mila toilette pubbliche ogni giorno, creando uno “squad” speciale. Un annuncio mediatico che traduce quanto grave e diffuso il fenomeno fosse diventato. “Ho paura di usare le toilette pubbliche quando sono fuori e se uso un bagno pubblico, verifico che non vi siano spycams nascoste nel water, nei buchi fra i muri, nella porta del bagno, etc. E comunque anche dopo questa verifica mi sento ansiosa” – specifica una donna intervistata da HRW – “una volta ho trovato che quasi tutte le toilette avevano almeno un buco che era stato otturato da un’altra donna. La mia ansia non era senza motivo. È orribile”. Il filo rosso di questi crimini digitali è sempre la mancanza di assenso nel filmare e nel diffondere le immagini. “Ci siamo interessati a questo crimine dagli anni 90” – spiega Song Ranhee dell’ONG Korea Women’s Hotline - “l’abbiamo visto evolvere dai CD e DVD fino ai siti on-line… Dicono che è un crimine recente, ma per noi si tratta di una vecchia violenza che ha investito nuove piattaforme”. Un grido di rabbia verso le istituzioni silenziose si è fatto sentire nel 2018 dopo che una donna finì in prigione per avere pubblicato sui social networks una foto nuda di un uomo, senza il suo assenso. Al contrario, se orchestrata da un utente maschio, lo stesso tipo di pubblicazione rimane per lo più impunita. My life is not your porn (la mia vita non è il tuo porno) gridavano le manifestanti, raggruppate in una delle più importanti proteste della storia recente del Paese. Il governo in carica si trovò costretto a legiferare: ampliando la definizione di crimine sessuale digitale, rendendo le condanne più severe e creando un centro per assistere le vittime, spesso poi stigmatizzate nella vita professionale e personale. Eppure, oggi, “i video illegali circolano ancora in rete” e “le vittime attendono ancora gli aiuti promessi” tira nuovamente il campanello di allarme l’ONG Human Rights Watch. Per essere condannato, bisogna che il colpevole “tragga piacere sessuale nel rubare queste immagini” - spiega Jieun, spiata e filmata a sua insaputa dalla finestra di fronte il suo appartamento - “per questo la legge non funziona, non dovrebbe essere unicamente questione di stimolo sessuale. Dovrebbe essere principalmente questione di consensualità.” I colpevoli, poi, non sono puniti come si dovrebbe. Nel 2019, 43,5% dei casi di crimini sessuali digitali non sono stati perseguiti. D’altronde, la diffusione e la visione di questo tipo di immagini è "socialmente accettata da alcuni uomini", specifica il rapporto di Human Rights Watch. Questi crimini sono anche ormai altamente lucrativi per i colpevoli, che possono rivendere le immagini rubate a piattaforme pornografiche. Ormai “si tratta di un problema di società perché è diventato un commercio”, specifica un portavoce del Korea Cyber Sexual Violence Response Center. Il governo coreano ha quindi la responsabilità di controllare questo commercio illegale ma c’è una frattura fra chi legifera e la realtà. Queste leggi sono scritte “da uomini tra i 40 e i 60 anni” – spiega un’attivista – uomini che non capiscono il problema, né l’esperienza vissuta. Delle soluzioni appropriate richiederebbero una più forte partecipazione delle donne nel mondo della scienza e delle nuove tecnologie e un ruolo più attivo delle donne nella politica”.

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