I record di Martina Caironi, che cerca sempre l'aria sul viso

La vita e le ambizioni della recordwoman della paratletica, una delle più medagliate della storia dello sport paralimpico italiano.

"Un disabile non è un alieno, è solo una persona con esigenze diverse". Ipse dixit Martina Caironi, una delle stelle più abbaglianti dell'Italia alle Paralimpiadi. Una chiarezza di pensiero che non lascia spazio a patetismi e compassione, è la semplice fotografia di una realtà che si traduce in vita. Una disabilità acquisita, come la definiscono le categorie paratletiche, può fermare ogni volontà, sfiancare, abbattere. Ma può anche diventare un motivo extra di forza e ispirazione. Per Caironi è stato Oscar Pistorius, però lei stessa si è fatta esempio per gli altri. Chiedere a Monica Contrafatto, ex bersagliera in Afghanistan che dopo l'amputazione della gamba guardava le gare di Martina Caironi a Londra 2012: decise di seguire la sua strada, tanto che alle Paralimpiadi successive sono scese in pista insieme inanellando oro e bronzo. A Tokyo 2020 saranno persino in tre, con l'aggiunta della nuova campionessa dei 100 metri Ambra Sabatini, che ha battuto proprio il principe dei record di Martina Caironi. "Quando ti succede una cosa del genere alla vigilia di un evento così importante la motivazione cresce ancora di più: la preparazione deve diventare oltremodo raffinata" ha commentato la ex detentrice in un'intervista a GQ. Ennesimo esempio lampante della determinazione e ambizione di una delle migliori atlete paralimpiche italiane, che vuole tornare a dominare la gara regina dell'atletica e paratletica.

martina caironi
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Per lei, lo sport c'è sempre stato, ha solo preso strade diverse. Classe 1989, bergamasca di Alzano Lombardo, la sua storia Martina Caironi l'ha costruita in modo differente dopo un incidente in motorino. Aveva 18 anni, nel 2007, quando una macchina prese in pieno lei e il fratello, che guidava. Lui illeso, lei quattro giorni di coma indotto prima di rivelarle che sì, era fortunatamente ancora viva, ma dal ginocchio sinistro in giù la sua gamba non esisteva più. Prima giocava a pallavolo con ottimi risultati, ora doveva cambiare necessariamente direzione. La sua ispirazione è Oscar Pistorius, il velocista sudafricano che nei primi anni del terzo millennio ha battuto primati e pregiudizi, e che Martina Caironi incontra a Bergamo appena un anno dopo l'incidente. "Era ospite di Bergamo Scienza. Compro il suo libro, me lo firma: è stato uno di quei momenti in cui ho capito che non ero sola" ha raccontato Caironi in una recente intervista a Repubblica. Pistorius è il primo simbolo, l'identificazione con una condizione che le è toccata e che impara ad accogliere, l'atleta con cui ha intrapreso una staffetta emozionale: "Per me lui è stato un grande stimolo. E quando è crollato agli occhi del mondo è come se mi fossi sentita addosso la responsabilità di prendere il suo testimone: diffondere la cultura paralimpica, l'ottimismo, la speranza, la forza che va oltre le disgrazie e il dolore". Scoperte le piste di atletica, inizia una scalata ai successi che non ha eguali nel mondo dello sport. "Sentivo di nuovo l'aria sul viso" commentò una volta (l'espressione diventerà poi il titolo del film su Martina Caironi di Simone Saponieri, uscito nel 2018). In parallelo alla carriera sportiva sotto l'egida delle Fiamme Gialle, c'è la crescita umana: a 21 anni decide di andare in Erasmus in Spagna, poi si trasferisce a Milano e infine trova casa a Bologna, dove oggi vive e si allena. Ma nonostante gli ori raggranellati tra campionati mondiali, europei e Paralimpiadi nei primi cinque anni di carriera sportiva, i record infranti uno dietro l'altro (è la prima paratleta a scendere sotto il muro dei 15 secondi sui 100 metri piani categoria T42, record tuttora imbattuto), le soddisfazioni e i traguardi personali (si è iscritta a "Lingue, culture e mercati dell'Asia" all'università, è speaker motivazionale, progetta assieme allo IED le sue protesi coloratissime che controlla anche via app), le mazzate non mancano.

martina caironi
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La più cattiva è a novembre 2019. Martina Caironi risulta positiva al controllo antidoping a sorpresa. La sostanza incriminata è uno steroide anabolizzante, è nella crema cicatrizzante che il medico federale ha prescritto all'atleta per curare un'ulcera al moncone della gamba. È stata dichiarata, ma il tribunale la considera una violazione al regolamento e, pur ravvisando la non intenzionalità di doparsi, sospende l'atleta per 4 mesi. Una stangata emotiva per Martina Caironi, un prezzo altissimo con l'addio ai mondiali di Doha 2019, dove si sarebbe presentata al massimo della forma. Ci si mette anche un'infezione extra che le impedisce di indossare la protesi e la costringe all'immobilità totale a casa. "In quel frangente avevo paura di farmi male da sola, non riuscivo a sfogarmi in nessun modo. Sono iperattiva ma non potevo correre, programmare, anche solo fare un viaggio. Mi sono sentita abbandonata, esclusa dal mio mondo perché in quel momento lì non sei niente" ha raccontato a febbraio 2020 al Corriere di Bergamo. "Mi ritengo una persona equilibrata ma quello che mi è successo non lo auguro a nessuno. Una persona può anche impazzire per una cosa del genere". La aiuta il marito Isac, cuoco messicano, sposato il 16 maggio 2019: "È stato sempre presente, mi ha aperto gli occhi quando stavo perdendo la bussola. Mi ha insegnato ad avere pazienza, se fossi stata da sola avrei fatto molti più errori. L’ho anche convinto a venire a correre con me al parco: è stato un piccolo gesto che mi ha commossa". Nel frattempo esplode il Covid e si ferma tutto, ma non le ambizioni di Martina Caironi. Le gare sono sospese, le attesissime Paralimpiadi rimandate, ma gli allenamenti no. Servono milleventuno giorni ("li ho contati") di stop prima di tornare in pista agli europei di Bydgoszcz 2021 in Polonia, dove piazza un nuovo record sul salto in lungo, poi ulteriormente migliorato a Nembro a giugno, e vince due ori nelle sue gare preferite. Ora la testa e il corpo sono a Tokyo 2020. Poi si tornerà ad altri progetti, Martina Caironi pensa ad un figlio, magari prima delle prossime Paralimpiadi di Parigi 2024. Forse le sue ultime, forse no, ancora non si sbilancia. Le vite sportive dei paratleti sono lunghe. E sarà difficile non avere ancora voglia di sentire l'aria sul viso.

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