Partimmo da Mrauk U, al nord dello Stato di Rakhine (Myanmar), subito dopo l’alba. Lungo il fiume la vita scorre lentamente: gli uomini pescano, alcune donne fanno il bagno o lavano gli abiti, altre imbarcazioni ci passano accanto. Il letto del fiume è esteso e lo scoppiettio senza sosta del motore rende il nostro passaggio familiare. La realtà sembra distante, anche se ci siamo dentro, come un vecchio film impresso sulla pellicola del cinematografo.

La vegetazione rigogliosa e verde disegna le sponde del fiume, lungo le quali si susseguono, come macchie, i minuti villaggi. Trascorriamo più di tre ore in viaggio; il paesaggio si ripete a cadenze regolari: i villaggi che appaiono e scompaiono, la natura florida, le flotte di piccole imbarcazioni in legno che riposano, donne e uomini che si affaccendano.

Lungo le sponde del fiume Laymyo
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Ci avviciniamo alla riva. Non appena scesi, arrivano i bambini che in un sottofondo di risate e grida, ci guidano lungo il sentiero che sale fino al villaggio, dentro la vegetazione: siamo a Panpaung. Panpaung è un villaggio Chin, uno dei primi lungo la rotta determinata da fiume Laymyo. I Chin sono un popolo tibeto-birmano, originario della Cina che oggi vive nell’area di confine tra Myanmar, India e Bangladesh. Diverse tribù compongono la popolazione, prevalentemente cristiana in seguito alla colonizzazione inglese, ma tutt’oggi caratterizzata da una forte preminenza di antiche tradizioni.

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I monti Arakan, che legano Cape Negrais - la punta sud del Myanmar - con Manipur, a nord, in India, hanno contribuito a mantenere isolate queste zone dal resto del paese, facendo sì che qui il tempo appaia ancora bloccato a più di qualche anno fa.

Una giovane donna si dirige verso i campi da coltivare
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Su Su, la nostra guida, ci fa strada per il villaggio. In lontananza vediamo gli uomini e le donne più vigorose, chini su i campi di cipolle, patate, canne da zucchero, che saranno rivendute alle più vicine città; l’agricoltura e l’allevamento rappresentano la fonte di guadagno principale. Le donne più anziane, rimaste al villaggio, hanno già saputo del nostro arrivo, e sedute su panche di legno, fuori dall’uscio, ci aspettano chiacchierando. Vendono stoffe meravigliose, dai colori accesi, fatte a mano con il telaio, che mostrano stese lungo i pali che innalzano le palafitte di qualche metro dal terreno. Alcune hanno il volto completamente coperto da sbiaditi tatuaggi: i disegni si combinano senza contrasti con le rughe che solcano i visi, i segni lasciati dal tempo, e la serenità degli sguardi.

Ritratto di una donna Chin nel villaggio di Panpaung
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Vista del villaggio di Panpaung
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Un'antica tradizione, ci spiega Su Su, probabilmente risalente all’epoca del feudalesimo, vuole che le donne Chin fossero note in tutto il territorio per la loro ammaliante bellezza e che i re potessero sceglierle come concubine a loro capriccio. Così, per ovviare all’angheria e proteggere le donne che con dispiacere lasciavano la terra di origine, prese avvio la pratica del tatuaggio facciale. Dolorosa - poiché i tatuaggi venivano realizzati sui volti delle bambine (11 -15 anni) a mano, con spine di piante selvatiche, attraverso un procedimento che, nel caso in cui i segni sul viso non fossero abbastanza marcati dopo aver lavato via l’inchiostro realizzato con gli estratti delle piante, doveva ripetersi ancora ed ancora - ma potente simbolo espressivo.

Ad ogni tribù le sue forme, i suoi segni di appartenenza riconoscibili.

Ritratto di una donna chin all’interno della sua abitazione
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Andando oltre le motivazioni, a cavallo tra mito e storia, che tracciano le origini del tatuaggio facciale, accadde anche nella cultura Chin che questo si trasformò in un messaggio denso di significato, in un sistema di comunicazione atto a trasmettere la conoscenza, passando da segno ad espressione di un nuovo tipo di bellezza che non travalica i confini dei monti Arakan.

Una bellezza che trae dall’appartenenza il suo valore, costituita dal fascino della narrazione, dal pregio di usi e costumi che si tramandano, dalla trasfigurazione del dolore in forza e perseveranza, dal desiderio di riconoscersi nella comunità e di essere di questa manifestazione.

I bambini giocano nella piazza del villaggio
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Negli anni Sessanta del Novecento il governo Birmano proibì l’esecuzione del tatuaggio facciale che, lentamente, andò scomparendo. Oggi, ci dice Su Su, nel villaggio sono rimaste soltanto quindici donne dal volto tatuato. Le nuove generazioni non si riconoscono più nell’antica tradizione e le anziane sono consapevoli di avere attorno un mondo che è cambiato. Esibiscono il volto senza timore, senza orgoglio, consce che, grazie all’apertura di Myanmar al turismo, il loro aspetto è divenuto un modo per attirare l’attenzione dei visitatori che arrivano da lontano e che, osservandole, è come se avessero ancora l’opportunità di immergersi in una tradizione secolare dai tratti sempre più evanescenti.

Una madre con il suo bambino all’interno della loro abitazione
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Non sono moltissimi i turisti che sbarcano a Panpaung; le donne li accolgono sorridenti, vendendo le loro stoffe e lasciandosi fotografare senza indugio per qualche Kyat. Con il ricavato finanziano la scuola del villaggio e le maestre provenienti da Mrauk U. “ Vogliamo far studiare i nostri figli ed i nostri nipoti” ci riporta la guida traducendo dal dialetto locale, “ affinché abbiano la possibilità di conoscere il mondo e di scegliere dove trascorrere la loro vita.”

Riva del fiume Laymyo al tramonto
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