Il Codice Rosa non si chiama così (solo) per le donne

Prima di Vittoria Doretti denunciare uno stupro o violenza domestica in pronto soccorso era una seconda violenza: ecco come questa dottoressa italiana ha ideato il protocollo che sta cambiando un pezzo di società.

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Premessa necessaria sul Codice Rosa. Prima di cominciare a lamentarsi che tutte le questioni femminili sono legate al colore più lezioso, che non va bene, ché basta con questo accostamento infantile come se le donne fossero bambine, è bene spiegare una cosa. Per “rosa” si intende il fiore, e nello specifico una rosa bianca. Lo dice colei che questo protocollo sacrosanto l’ha inventato. Si chiama Vittoria Doretti, la dottoressa senese che nel 2018 ha ricevuto l’onorificenza di ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana per il suo impegno nell’aiutare chi subisce violenza, e che è stata inserita nella lista delle 100 donne più influenti del mondo del Corriere della Sera (“prima di Angela Merkel, cosa di cui mio fratello, rimasto alla partita Italia – Germania, è stato molto felice”, scherza lei). Il Codice Rosa esiste dal 2009, compie 10 anni, ed è uno dei triage con cui viene identificato un tipo di casi al pronto soccorso, il più particolare. Riguarda soprattutto le donne ma anche altre categorie che vivono sitauzioni di vulnerabilità. Quando viene assegnato un Codice Rosa, la vittima viene condotta in una stanza in cui iniziano ad avvicendarsi tutti gli specialisti che si prenderanno cura del suo corpo, della sua anima, dei sui diritti legali. Al Codice Rosa ci si è arrivati grazie a un’idea e al lavoro di Vittoria Doretti, anche se lei ci tiene a specificare spesso, in questa chiacchierata, che si è trattato di un intenso lavoro istituzionale con l’Azienda USL Toscana sud est.

Nonostante il curriculum vitae ormai lungo 19 pagine, Vittoria Doretti sembra una di quelle giovani donne di buona famiglia e buoni principi dei romanzi di Liala. Nata nel 1960, cresciuta tra accademia di danza classica e scuole pubbliche, un padre preside che si è dato da fare a insegnarle il bello e il rispetto della collettività, a cominciare dalle scuole pubbliche che le ha fatto frequentare. Laurea in medicina giovanissima, varie specializzazione e master, “in un mondo dove apparentemente non sono stata vittima di discriminazione”, ammette lei. “Ma non era nemmeno un ambiente in cui si sviluppava una cultura di genere. Ero un medico di azione e lo sono rimasta. Mio figlio all'asilo diceva 'la mia mamma lavora di notte per strada e si diverte tanto'. Ma a parte l’imbarazzo, mi faceva piacere che lui percepisse l’amore che mettevo nel lavoro”. Vittoria Doretti lavorava in anestesia e rianimazione. “Ho scelto di vivere a Grosseto perché è una città ludica, dove non c’è nulla di preoccupante. Ma mi sono ritrovata spesso all’estero con i figli perché le nostre vacanze si confondevano col lavoro: Yemen, India, Nepal, paesi con problematiche di genere che non si possono ignorare”. Poi, a un certo punto la sua vita cambia: ha sviluppato una grave allergia professionale agli anestetici. Non si può avvicinare. “poi mi hanno chiesto di occuparmi delle tematiche di genere". Si era aperto il suo destino. "Mi ritrovo all’improvviso ai convegni – era il 2008 – dove parlava il procuratore che si occupava dei reati di genere nella nostra provincia, che gestiva 60 fascicoli l’anno di violenze sessuali. In quel periodo ho ricevuto una formazione che nei libri di medicina non c’era, quella dalle presidenti dei centri antiviolenza. Io parlavo delle mie esperienze nei paesi che avevo visitato. E mi sono accorta che nei nostri archivi c’erano due casi accertati in tre anni”.

La dottoressa Doretti non vuole che Codice Rosa venga legato solo al suo nome. “È partito con una squadra di 40 persone, colleghi medici, membri delle forze dell’ordine, carabinieri polizia, la procura. Avevamo due lire e nessuno era docente dell’altro. Nel settembre del 2009 ci siamo simbolicamente e umilmente spogliati della divisa, del camice per imparare, e abbiamo fatto una sorta di corso in cui ascoltavamo – molto e attentamente – le professioniste dei centri antiviolenza. L’intento è stato da subito di fare in modo che Stato e strutture parlassero un linguaggio comune, mentre fino a quel momento gli approcci con chi chiedeva aiuto erano molto diversi, a volte non efficaci, se non dannosi”. Occorreva qualcosa di più, un protocollo di firme che coprisse anche il più piccolo paesino. “La firma sul Codice Rosa è arrivata ad aprile 2010, ma noi lo abbiamo applicato già la prima volta nella notte fra il 31 dicembre del 2009 e il 1 gennaio del 2010. Abbiamo scoperto da subito che i casi più efferati arrivano a San Valentino, a Pasqua, durante le festività. Quella notte, insieme a chi era di turno, è entrata in azione anche l’allora questore di Grosseto, la dottoressa Maria Rosaria Maiorino che sarà poi la prima donna questore di Palermo e del Vaticano”.

Il risultato? Da due casi accertati di violenza sono arrivati a 300, solo in pronto soccorso. Di questi, solo il 5% erano donne che avevano già chiesto aiuto ai centri antiviolenza o alle forze dell’ordine o agli assistenti sociali. “Quel primo anno eravamo visti con preoccupazione da tutti perché sulla carta questo sembrava voler dire un incremento della violenza nella Maremma. Invece era tutto come prima, solo che l’avevamo evidenziato. Abbiamo seguito ogni caso, uno per uno. La nostra vita è cambiata drasticamente e si è scatenato l’effetto domino. La comunità ha cominciato a stringersi intorno a noi per collaborare, anche i farmacisti e le estetiste. Abbiamo sensibilizzato queste categorie perché affinassero l’intuito di capire se nella donna che avevano davanti c’era qualcosa che non andava e che teneva nascosto. Dovevamo creare una rete forte per non far sentire sole queste persone, che non erano solo donne, anche anziani maltrattati dalla famiglia. I centri estetici tenevano esposti sul bancone i depliant dei centri antiviolenza con gli indirizzi. Era diventato il mantra della provincia, persino gli albergatori della zona si sono fatti avanti offrendo stanze per ospitare momentaneamente le donne maltrattate, in modo da fargli incontrare le operatrici in territorio neutro e sereno”.

Da subito è stato chiaro che lo Stato italiano deve assumersi in pieno la responsabilità di sostenere queste persone nel percorso di recupero. Perché la violenza domestica non è mai stata considerata una priorità? “Anche gli uomini hanno iniziato a capirlo ora. Tre anni prima della firma della Convenzione di Istanbul, nella squadra iniziale di Codice Rosa c’erano già uomini. Codice Rosa copre anche le vittime dei crimini di odio, la direttiva europea è stata ratificata in Italia nel 2015. I movimenti femminili, che io ascolto molto, dicono che si tratta di una cultura. Ed è vero: non è un’emergenza. La cultura del patriarcato, in un paese in cui fino al 1981 erano validi il delitto d’onore e il matrimonio riparatore, è ancora forte. Un arco di tempo, da allora a oggi, troppo breve al confronto con la storia della civiltà. Ogni donna ha subito e subisce gender stress. È lo stress di essere donna, di cui finiamo per non accorgerci più accettandolo, e che riguarda tutto ciò che si dà per scontato che una donna debba subire in quanto donna, che ti lascia la sensazione perenne di non aver mai fatto tutto bene. Le donne devono usare la loro presenza e il loro potere per aiutare le altre donne. Questa è la chiave di volta per la rivoluzione culturale. Bisogna coinvolgere gli uomini contro gli uomini maltrattanti, ma la rete deve essere rinforzata fra donne. Gli uomini della mia squadra magari qualcosa sbagliano ma sono convinti di quello che fanno”, racconta con passione.

Le donne devono usare la loro presenza e il loro potere per aiutare le altre donne.



Oggi Codice Rosa viene trattato in ospedale con la stessa importanza dell’emergenza di un infarto. Non c’è bisogno di recarsi nel grande ospedale perché venga applicato, così come un arresto cardiaco non viene curato con urgenza solo in strutture con un progetto. “Deve essere applicato ovunque e in questo può aiutarci la politica”, insiste la dottoressa, che domenica 9 giugno 2919 sarà al Centro Culturale Ikeda di Milano per la Pace alla manifestazione Il Sole dei Diritti Umani - Il mio ruolo per cambiare il mondo. “Codice Rosa copre lo stupro, la violenza sulle donne, sugli anziani, sugli omosessuali, su giovani gay vittime di bullismo, su chi viene discriminato. È lì che lo Stato deve intervenire per ridare dignità. I centri antiviolenza vanno potenziati, non basta la firma di un trattato. Noi facciamo la prima accoglienza, ma quando sento notizie di donne che avevano fatto varie denunce e poi vengono uccise dal marito provo una grande sofferenza. Al pronto soccorso stiamo siglando un accordo sulla catena di custodia, ho fatto un master in Scienze Forensi per questo, perché la donna che ha subito violenza e denuncia non senta spezzarsi la catena degli aiuti prima di arrivare in tribunale. L’infermiera, la dottoressa, che si trova di fronte a questi casi non deve mai pensare mai ‘a me non succede perché sono più forte’, ‘questo succede solo in situazioni disagiate’, non deve mai mantenere il distacco del ‘non mi riguarda’.

Sensibilizziamo tutti. Le vittime stesse finiscono a volte per dirsi ‘è colpa mia’, del ceffone che ho preso, della mia inadeguatezza. Questo ti lascia isolata, ti porta a nascondere quello che stai passando. Ma è sbagliato anche pensare che lo stupratore sia esclusivamente un uomo brutto, o di infime origini, un mostro che non fa parte della comunità. Col #metoo ci siamo accorte che lo stupratore è un profilo trasversale. La ragazza che arriva al pronto soccorso e deve raccontare mille volte cosa è successo, non deve subire un altro trauma. Col codice rosa si fa in modo che lo spieghi una vola sola e che sia la persona che ha raccolto il racconto per prima a trasmetterlo a chi si occuperà di lei nella fase successiva. Codice Rosa oggi è una legge di Stato e c’è una stanza del pronto soccorso dedicata. In Brasile stanno cercando di esportare questo modello che abbiamo lanciato noi. In quella stanza sono i professionisti a incontrare la donna, non viceversa, e in 20 minuti deve essere accolta e ascoltata. Abbiamo vinto, ce l’abbiamo fatta. Camminando sulle gambe di tantissime persone. Ma la strada da fare è ancora così tanta. Tantissima”.

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