La vicenda dell'Umbria, dove la pillola abortiva è stata vietata in regime di day hospital, ci insegna due cose. La prima è evidente: l'attenzione che c'è in Italia ai diritti sessuali e riproduttivi delle donne è in bilico, soggetta a ripensamenti e mai garantita in modo solido. La seconda è che una sanità regionale rende questi diritti sempre più esposti a un cambio di giunta, potere e impostazione politica. Donatella Tesei è diventata presidente dell'Umbria a fine 2019, col sostegno di Lega, Forza Italia e Fratelli d'Italia e questo è il risultato. C'è un'altra storia di diritti sessuali che mostra l'intreccio diabolico di questi due problemi: l'accesso alla contraccezione. Nel 2016 la pillola anticoncezionale ha smesso di essere gratuita su base nazionale, tutto quello che è rimasto alle donne per averla dal servizio sanitario sono le poche correzioni di alcune regioni. Per tutte le altre: niente. È una crepa pericolosa, che rischia di infettarsi ancora di più a causa della crisi economica in arrivo.

La contraccezione in Italia è sempre a carico delle donne

A segnalarmelo è Irene Donadio, consigliere strategico di IPFF, la federazione europea di International Planned Parenthood, l'organizzazione internazionale per la promozione dei diritti sessuali e riproduttivi. «La contraccezione in Italia è sempre a carico delle donne, nonostante le raccomandazioni del Parlamento europeo in senso contrario». Salvo le eccezioni regionali che vedremo, le donne devono pagare la pillola di tasca propria. Chi ha una posizione solida può non pensarci troppo, ma nei prossimi mesi molte donne dovranno contare ogni euro che spenderanno e potrebbero trovarsi nella posizione di scegliere tra questo e altri bisogni fondamentali: cibo, studio, casa. «La disponibilità della contraccezione è fondamentale per le pari opportunità, l'accesso agli studi, la possibilità di costruire una carriera e di pianificare una famiglia». Per questo motivo le associazioni di ginecologi e i gruppi femministi stanno facendo pressione nei confronti del Ministero della Salute affinché cambi rotta. Innanzitutto perché ci sono due leggi che lo prescrivono (la 405 del 75, quella che istituiva i consultori, e la 194, quella sull'aborto) e poi gli esempi positivi a cui ispirarci in Europa non mancano. Dal suo osservatorio di Bruxelles, Irene Donadio vede bene le differenze di trattamento tra Italia e altri paesi, con le buone pratiche in corso da anni in Francia, Olanda, Svezia, dove la pillola è passata dallo Stato fino a 21 anni e fino a 26 si paga solo un fisso di dieci euro l'anno, Portogallo, dove è garantita a tutte dal sistema sanitario, Slovenia, dove la contraccezione è addirittura in costituzione. E l'Italia? Sui 45 paesi dell'Europa geografica, secondo l'Atlante della contraccezione dell'European Parliamentary Forum for Sexual & Reproductive Rights (EPF), siamo al 26esimo posto su 45. «Il livello dei nostri diritti e del nostro dibattito sono più simili a quelli della Polonia che a quelli della Francia o della Spagna».

Il problema non è la mancata disponibilità di metodi contraccettivi ma il libero accesso al loro uso

Come siamo arrivati fin qui? L'ultima spallata è stata nel 2016, con Beatrice Lorenzin ministro della Salute e Matteo Renzi presidente del Consiglio. Le ultime pillole anticoncezionali rimaste in fascia A (farmaci essenziali e gratuiti) vengono spostate in fascia C (patologie di lieve entità e cure a carico del cittadino). Fino a quell'anno erano rimasti gratuiti i gruppi di pillole più vecchie e meno innovative, che erano però una garanzia per chi non poteva pagarsi nient'altro. Nessun intento politico, fecero sapere, solo una riorganizzazione tecnica. Pagata con i soldi delle donne, però. Oggi da noi, come leggiamo nell'Atlante europeo della contraccezione, «il problema non è la mancata disponibilità di metodi contraccettivi», che in effetti sono tanti, innovativi e sempre più personalizzabili sulle esigenze e lo stile di vita, «ma il libero accesso al loro utilizzo». Tra gli ostacoli elencati dal documento: «Una scarsa e a volte poco chiara informazione, il costo eccessivo dei contraccettivi, l’elevata presenza di medici obiettori e lo scarso finanziamento pubblico». Tradotto: chi può pagare senza pensieri aggira questi ostacoli spesso senza notarli. Le altre rischiano di rinunciare del tutto ai metodi contraccettivi, soprattutto con l'aumento di disoccupazione, povertà, vulnerabilità sociale.

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«Abbiamo le pillole più care d'Europa, fino a 20 euro al mese. Non riescono a pagarsele le ragazzine, ma nemmeno le madri con quattro figli», mi spiega Marina Toschi, segretaria nazionale di AGITE (Associazione ginecologi territoriali). Marina è una delle anime di questa battaglia e sta chiedendo da mesi attenzione al Ministero su questo tema. Risposte? Zero. Senza linee guida nazionali, si entra nella regionalizzazione dei diritti cui si parlava prima: «Siamo alla solita pelle di leopardo, affidate al buon cuore degli amministratori locali, dei dirigenti delle ASL o dei singoli distretti». Le regioni virtuose sono Puglia, Emilia Romagna, Piemonte, Toscana, Lombardia e Marche. Nel 2008, la Puglia è stata la prima a distribuire gratis contraccettivi alle donne con meno di 24 anni. L'Emilia Romagna lo fa fino a 26 anni e include anche le disoccupate. Il Piemonte copre fino alle under 26 e le disoccupate fino ai 43 anni. La Toscana e le Marche promuovono l'accesso gratuito fino ai 26 anni, la Lombardia fino a 24. Anche in questi casi positivi, c'è da segnalare occasionali problemi legati ai rifinanziamenti e alle disponibilità delle singole aziende sanitarie locali. Ma oltre queste sei regioni comincia il deserto.

Per un rapporto sessuale su quattro l'unica contraccezione usata è il coito interrotto

Il discorso può essere allargato alla scarsa educazione sessuale che si fa in Italia e al depotenziamento dei consultori pubblici. Il risultato è che per un rapporto sessuale su quattro l'unica contraccezione usata è il coito interrotto. Secondo il rapporto di Aidos (Associazione Italiana Donne per lo Sviluppo) l'84% delle ragazze come principale fonte informativa su questi argomenti usa Internet e il 76% non è mai entrata in consultorio, spesso perché era troppo lontano o inaccessibile. Non casualmente, una ricerca dell'Istituto Superiore di Sanità fatta nel 2019, ha scoperto che nel 1993 i consultori pubblici erano 2725, mentre nel 2016 eravamo siamo scesi a 1944, quasi 800 presidi persi per strada, chiusi per mancanza di fondi o di interesse. Toschi segnala anche un generale problema di formazione dei medici di base, «Sono poco interessati e informati, sono rimasti alle pillole di 20 anni fa, tendono a non darla». Stesso discorso per la spirale: «Chiediamo che ogni consultorio sia in condizione di metterla, farlo dal ginecologo è difficile, devi trovarne uno disposto e assicurato ed essere pronta a pagare da 250 a 400 euro». Insomma, ogni angolo di questa storia è un percorso a ostacoli, che diventano dolorosamente visibili per le donne più in difficoltà.

Abbiamo trasformato la contraccezione in un lusso

La battaglia per avere pillola, cerotto, anello vaginale e spirali gratuite è in corso da anni, nel 2017 c'era stata una petizione da decine di migliaia di firme di un “Comitato per la contraccezione gratuita e consapevole”, composto da ginecologi, pediatri, farmacisti, attivisti e giornalisti. Tutto inutile, come se ci fosse sempre un bisogno più urgente del quale occuparsi. È Irene Donadio a farmi la sintesi del problema: «Abbiamo trasformato la contraccezione in un lusso, mentre è un bisogno fondamentale. Ogni barriera che non viene tolta è un ostacolo verso una libertà fondamentale: scegliere se procreare e farlo alle proprie condizioni, nel momento e con la persona giusta e nel modo in cui si vuole farlo». Insomma, l'accesso alla contraccezione oggi in Italia è un tema di giustizia sociale ed è anche esempio perfetto della condizione femminile in questo paese. «In Italia le donne sono brutalmente ignorate. La scarsa partecipazione femminile in politica e la poca attenzione alla salute delle donne vanno di pari passo. I due problemi sono entrambi causati dal fatto che l'Italia è ancora un paese misogino, lo stesso pregiudizio che limita l'accesso al lavoro, alla vita politica civile, è quello che non vede di buon occhio la contraccezione, perché è uno strumento di autonomia».