Che fine ha fatto il nostro desiderio?

Distratte dai social, travolte dal superlavoro, in perenne debito di sonno, le italiane hanno meno voglia di fare l'amore. Ma nell'attesa di un nuovo farmaco "women only", una filosofa si chiede: non è che la sex liberation ha creato nuove pressioni?

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Photo by Nicole King on Unsplash

Si chiama Alessandro, ha gli addominali a tartaruga, può assumere tutte le posizioni del Kamasutra ed è l’unico maschio di LumiDolls, la prima casa di appuntamenti con bambole in silicone aperta a Torino, prenotata fino a Capodanno. Attualmente l’Asl ha fatto chiudere l'appartamento - e non è dato sapere se riaprirà. Ma forse possiamo già dire che non basterà un super sex toy a risvegliare il desiderio sopito di tante italiane. Perché il problema riguarda ormai 4 donne su 10, come ricorda lo studio Female Sexual Dysfunction di Kingsberg e Woodard. La tecnologia in tutto questo sembra avere una grossa responsabilità: secondo l’ultimo rapporto Agi-Censis, l’81% delle persone tra i 18 e i 34 anni si fa ipnotizzare dal cellulare anche a letto.

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«È solo una delle tante insidie che rendono sempre più evanescente il desiderio. Quello femminile in particolare», dice Rossella Nappi, en­docrinologa e ginecologa dell’Università di Pavia, Policlinico San Matteo, una delle ricerca­trici italiane più impegnate sul fronte. Dal Censis la sociologa Ketty Vaccaro aggiunge che molte indagini dell'istituto di ricerca «confermano una riduzione nella frequenza dei rapporti. Un fenomeno trasversale dovuto anche al fatto che la sessualità non è mai stata così accessibile, alla portata di tutti, grazie anche alla rete. Ma questa facilità produce spaesamento».

Perché mettersi in gioco, sudare, rischiare un no, quando i social e le app di appuntamenti garantiscono successi immediati? Per non parlare del sesso virtuale consumato in chat, che per molti è perfino preferibile al sesso vero. Anche così la voglia se ne va. Un problema in aumento in tutti i paesi industrializzati, di cui si parla sempre più spesso nei congressi medici come in ufficio alla macchinetta del caffè. Anche in Italia si cerca di capire se il calo del desiderio è sentito tra le più giovani, come raccontano le studentesse dei college americani. In realtà lo studio Preside - la bibbia dei sessuologi, realizzata su oltre 31 mila donne statunitensi che hanno chiesto aiuto al medico - parla di un disagio democraticamente spalmato su tutte le fasce d’età: l’8,9% della popolazione tra i 18 e i 44 anni, il 12,3% di quelle tra i 45 e i 64 anni, e il 7,4% delle ultrasessantacinquenni. Ma numeri a parte, una cosa è certa. La pulsione sessuale dipende dalla biologia ma non solo, spiega ancora Rossella Nappi. «Se è vero che l’età, gli ormoni e la genetica influiscono parecchio (alcune sono più portate), in realtà contano di più fattori come l’ansia, la pressione sul lavoro, la persona che abbiamo a fianco, lo spazio che concediamo all’intimità e alle fantasie».

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Poi c’è il fattore riposo. Come chiarisce bene una ricerca del Centro di ginecologia e sessuologia del San Raffaele di Milano diretto da Alessandra Graziottin, l’inappetenza erotica affligge soprattutto le giovani donne che si dividono tra lavoro e famiglia e dormono meno di 6 ore per notte: i loro rapporti sono al minimo. Sembra la scoperta dell’acqua calda, ma ora è suffragata da dati scientifici. Desideriamo meno perché non riusciamo più a concederci un po’ di tregua, o può essere colpa di una patologia? «Quelle che hanno problemi fisici veri e propri sono una minoranza», dice ancora Rossella Nappi. «Ma se una donna a fine giornata, tra ufficio, responsabilità, figli, e magari un partner distratto, ha soltanto voglia di buttarsi su Netflix, non è certo una malattia. Il punto è che la voglia non piove dal cielo, a parte i primi tempi dell’innamoramento. L’eros si coltiva. Meglio se in due».

Vieni come sei. Che il desiderio non compaia magicamente mentre si cammina per strada o ci si siede a tavola lo spiega la sessuologa femminista Emily Nagoski, autrice del liberatorio Come as you are (bestseller americano tradotto in Italia da Spazio Interiore). Trattati di neuroscienze alla mano, Nagoski smantella l’idea che questa sia una faccenda del tutto istintiva. O meglio: lo è per il 75% degli uomini. Ma solo il 15% delle donne ha un desiderio spontaneo. Tutte le altre hanno un desiderio reattivo. Significa che servono stimoli potenti (parole, baci, carezze) perché si accenda qualcosa».

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Ovvio che l’industria farmaceutica va in tutt’altra direzione, ed è sempre alla ricerca di soluzioni per il sintomo. A 20 anni dall’uscita del Viagra (tuttora molto amato in Italia), i tentativi per trovare prodotti per lei dal Viagra Rosa in poi si sono moltiplicati, con successi scarsissimi. Perché un conto è far affluire sangue al pene, tutt’altra impresa è risvegliare il desiderio nel cervello oltre che nel corpo femminile: flibanserina, bupropione, ossitocina intranasale, sono riusciti a dare risultati di poco superiori al placebo. Ora stanno per arrivare in Europa il bremelanotide (autoiniezioni da utilizzare all’occasione), e ovuli intravaginali a base di Dhea (un noto antiage nel mercato americano), ma gli specialisti sono ormai concordi sul fatto che prima di tutto bisogna aiutare la donna a riscoprire la sensualità, le fantasie, il corpo: insomma “risvegliare Biancaneve”, come si diceva qualche tempo fa.

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Parlare è come scopare Ma c’è molto di più che la mancanza di qualche sostanza biochimica dietro a questa inappetenza diffusa, riflette Alenka Zupančič, psicoanalista e astro in ascesa della filosofia radicale, che ha appena pubblicato per Ponte alle Grazie Che cosa è il sesso. La filosofa apre il suo saggio con una frase che sembra già un manifesto, Talking is like fucking, tanto per chiarire che il desiderio non è solo natura e istinto ma che la cultura c’entra eccome. «Abusi, molestie, disuguaglianze di genere, metoo - sono questi i modi in cui oggi si parla di sessualità. A parte qualche fugace gratificazione, il sesso non promette automaticamente la strada verso la felicità, tantomeno relazioni significative e durature. Quindi, perché non starne alla larga, o almeno togliergli un po’ di importanza? Anni fa si pensava che sarebbe sarebbe bastato "liberare" la sessualità, e tutto avrebbe iniziato a funzionare. Un’idea fin troppo semplicistica, che non teneva conto delle intrinseche difficoltà, delle contraddizioni che il sesso porta con sé. Oggi la sessualizzazione delle immagini, dei beni è onnipresente e pervasiva, un mezzo come un altro per fare profitto. «Fai sesso, godi!», sembra quasi un’ingiunzione. Così molti rispondono «No grazie, oggi ho altri piani». Ma la questione è: possiamo sfuggire alla sessualità semplicemente rinunciando ad essa, così come alle battaglie, alle incertezze, alla vertigine in cui ci coinvolge? Io non credo».

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