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Dal XVII secolo partoriamo nella posizione sbagliata, sbagliatissima

Imposta dal Re Sole, tuttora (purtroppo) viene usata in molti ospedali e immortalata in molti film. Abbattiamo il cliché?

Getty Images

Ci sono cose che non si possono stabilire a tavolino, soprattutto se sono legate alla natura o alla naturalità. Così come nessun adolescente sa come sarà la sua prima volta allo stesso modo nessun futuro genitore sa che madre e padre sarà né nessuna gravida conosce la posizione in cui partorirà. Esiste una posizione "giusta" per affrontare il travaglio e il parto? La risposta è no. La posizione "giusta", quella più comoda e/o meno dolorosa e traumatica per la partoriente e per il nascituro è quella che fa stare meglio la futura mamma. Ogni donna è diversa, quindi diverso sarà anche ogni parto. Ogni partoriente dovrebbe essere lasciata libera di scegliere la propria posizione del parto e il personale sanitario che ostacola questo diritto commette un atto di violenza ostetrica.

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Quel che è certo è che la posizione sdraiata o posizione litotomicaovvero quella introdotta per la prima volta da Luigi XIV e tuttora la più utilizzata negli ospedali e frequentata nei film è quella meno naturale, faticosa e favorevole sia per la donna sia per il bambino. Il peso dell’utero, infatti, in questa posizione, grava sulla vena cava, riducendo il flusso di sangue, cosa che può creare un senso di malessere nella mamma e impedire l’ottimale ossigenazione del bambino. Abbiamo incontrato il dottor Maurizio Gnazzi, primo dirigente ostetrico nazionale alla Casa di Cura Santa Famiglia di Roma, per saperne di più.

Perché, quando iniziano le contrazioni, i medici invitano spesso a stare nella posizione sdraiata?
Perché è la più comoda per loro. Dalla medicalizzazione del parto negli anni ‘70, la posizione litotomica o ginecologica è divenuta la più praticata, sebbene sia la più scomoda per la donna perché non la aiuta ad ascoltare il proprio corpo. La posizione migliore? Sarebbe quella eretta, sia per il posizionamento della testa del bimbo nell’utero, sia per la dilatazione. È un processo legato all’essere donna e vale in tutte le latitudini.

Quanto una partoriente dovrebbe essere libera nei suoi movimenti e nelle sue posizioni?
Per tutta la durata del travaglio. Nei corsi di accompagnamento al parto alla Santa Famiglia, dove coordinano uno staff ostetrico attento e dedito, insegniamo proprio questo: a essere consapevoli di se stesse, di tutte le risorse endogene che le donne posseggono per poter partorire: devono riscoprire la leonessa che è in loro e quindi la forza. Il corpo produce ossitocina durante il travaglio – l’ormone dell’amore – che è quello che fa contrarre l’utero, ma le endorfine danno sonnolenza: durante il travaglio, infatti, la donna si lascia cullare tra una contrazione e l’altra. Scatta un meccanismo mentale in base al quale la donna capisce che per affrontare la contrazione successiva deve riposare. Ciò che invece rappresenta un ostacolo è l’adrenalina e la conseguente paura della partoriente di non essere sostenuta. Il modo migliore di affrontare il parto? Senza dubbio, tornare all’istinto, alla parte di noi più arcaica e naturale. Questo è un punto su cui insistiamo molto con le nostre coppie.

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Kelly Sikkema/Unsplash

Qual è la posizione del parto in cui si sente meno dolore?
Dipende dallo stadio del travaglio, ma in generale ciò che si è perso negli anni è la parte istintiva, naturale, del proprio corpo. Questo è di estrema importanza perché più si va avanti nel travaglio più si va incontro a “madre terra” e dunque le posizioni accovacciate, a carponi, risultano le più naturali. Ecco, credo che oggi dobbiamo riappropriarci della “natura” anche all’interno degli ospedali. La donna deve sapere di poter scegliere la posizione che le è più congeniale, ma purtoppo non è pratica diffusa. In base alla mia esperienza personale posso dire che la gestione “al femminile” di una struttura sanitaria è senz’altro più attenta a questa dimensione, in Santa Famiglia il cambio di marcia si è avuto quando al comando è arrivata una donna, Donatella Paganini, che è anche madre, per la quale l’accoglienza e la libertà di scelta sono valori indispensabili, lei ha davvero inaugurato un nuovo corso.

Qual è posizione più naturale? E quale quella meno traumatica per il bambino?
Nella fase del travaglio in piedi o sulla palla, in quella del parto, accovacciata o a carponi. In sala parto prevediamo tutta la strumentazione: sedie, poltrone e liane pensate proprio per questo.

E quella meno traumatica per bambino?
Poiché il bimbo vive un trauma al momento della nascita, c’è sempre stata una particolare attenzione al modo di partorire che fosse il più idoneo verso il bambino, pensiamo al libro Per una nascita senza violenza di Frédérick Leboyer, dove il passaggio alla vita era legato al buio, al silenzio e all’importanza dell’uso di acqua calda. Bisogna rispettare la nascita.

Qual è la posizione più richiesta e quale la più strana?
Non esiste ciò che è “strano”, esiste ciò che la donna ritiene più opportuno per lei. Molte donne, legate all’immaginario che ruota intorno al parto, chiedono la posizione ginecologica, quella sdraiata. In realtà la posizione più utile, diciamo così, è quella a carponi che è molto usata sia senza farmaci che con analgesia peridurale, e paradossalmente è l’unica posizione che non è ancora entrata nell’immaginario femminile.

Cosa pensa della violenza ostetrica?
Esistono strutture dove non si rispetta la donna. L’ho sempre detto e continuerò a ripeterlo: via le mani dal parto! Rispettare vuol dire non mettere la donna nella condizione di subire un atto medico: episiotomia è violenza ostetrica, è la lesione all’io femminile e della sacralità della donna.

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