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Franco Maria Ricci ci apre le porte della sua casa in Emilia

Una mirabile tenuta, un monumento alla bellezza; tra sculture e libri antichi.

Davide Lovatti

Nella foto sopra: nel salottino d'ingresso della suite lilla, sia il divano sia la poltrona sono stati disegnati dal padrone di casa negli anni Settanta e fanno parte della linea Victoria & Albert, prodotta originariamente in numero limitato dall'azienda Scic di Parma. Gli austeri mobili ornati da losanghe e specchi ricorrono in molti ambienti della casa.

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Come l'amico Jorge Luis Borges, Franco Maria Ricci si diletta da sempre a confondere realtà e finzione. A cominciare dagli spazi dell'abitare, dove equilibrio, pulizia, eleganza formale e proporzioni monumentali sposano con lievi tocchi ironici il piacere tutto barocco dell'effimero, il coup de théâtre dei giochi in cartapesta delle feste reali. Ancora oggi, al glorioso traguardo delle ottanta primavere, Ricci – insigne editore, grafico e collezionista – si diverte a stupire. Se stesso, in primis. Succede in maniera esemplare nella tenuta di Fontanellato, poco distante da Rocca Sanvitale, scrigno di una delle mirabili camere picte del Rinascimento: la Saletta di Diana e Atteone del Parmigianino. Un lembo felice della bassa parmense, in cui il padre della leggendaria rivista d'arte FMR (acronimo del nome) ha trasformato la vecchia azienda agricola di famiglia in un santuario consacrato alla propria idea di bellezza, parco culturale con biblioteca, sale da concerto, ristorante e un paio di suite per gli ospiti. Un complesso dalle forme elementari e simboliche ispirate a un Neoclassicismo visionario, «a quell'architettura utopica, irrealizzata e spesso irrealizzabile, di sognatori quali Étienne-Louis Boullée e Claude-Nicolas Ledoux», ci rivela.

Antico scrittoio nella camera da letto della suite rossa.
Davide Lovatti

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La biblioteca.
Davide Lovatti

Ritratto di Franco Maria Ricci. Nella libreria è custodita la più completa collezione privata di opere di Giambattista Bodoni, tipografo neoclassico.
Davide Lovatti

Lui si è accomodato nei rustici, che con gusto spiazzante ha ammantato di candide colonne, soffitti a lacunari, artwork importanti e piccole curiosità da cabinet d'amateur: è il caso dei teatrini di Ettore Sobrero, autore piemontese di universi in miniatura. Nella cascina padronale, foderata di rampicanti, ha addossato alla parete dello studio due cariatidi in stucco acquistate a Parigi, resti della scenografia di un teatro settecentesco catalano demolito nel secolo scorso. E nella stanza accanto ha messo sotto vetro il suo tesoro: i milleduecento volumi del genio della tipografia Giambattista Bodoni, che compongono la raccolta privata più completa al mondo, riunita in cinquant'anni di appassionate ricerche. Volumi che Ricci consulta su un lungo tavolo di sapore francese dai piedi a zoccolo caprino, proveniente dalla residenza ducale del Casino dei Boschi. Ovunque, poi, l'altra magnifica ossessione del padrone di casa: i ritratti dipinti – «li guardi e ti guardano; sono presenze, non accessori ornamentali» – e i busti, «splendida metafora del surreale».

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La scrivania prediletta dal proprietario, in uno spazio di composta e maestosa eleganza, che invita alla riflessione e allo studio. Le imponenti cariatidi sullo sfondo, (le due visibili in questa immagine fanno parte di una serie di quattro) provengono da un teatro catalano del Settecento, demolito nel secolo scorso.
Davide Lovatti

Un mood in perfetta sintonia con la dimora, concepita sull'idea letteraria del doppio: library, studio, camere da letto in un edificio e living in un altro, ricavato dall'originario fienile; i due blocchi sono collegati da un sentierino tra i bambù. L'area conviviale è stata ideata all'insegna di una ricercata semplicità, con piscina sul tetto, grande dehors per affollati pranzi estivi e ampio soggiorno dove ritrovarsi nelle nebbiose sere invernali, intorno al camino in rame di Guido Canali. Al muro, Suite de Vases del Settecento, di Ennemond Alexandre Petitot: primo architetto alla corte dei Borbone di Parma. Sulle mensole, terracotte di Cordelia von den Steinen, scultrice eccellente nonché moglie di Pietro Cascella; a lato, un presepe storico napoletano. Sono le poche opere che Franco Maria Ricci ha scelto di tenere accanto a sé. La collezione d'arte è infatti confluita quasi per intero nell'adiacente museo, aperto al pubblico dal 2015 e contenente cinquecento pezzi dal XVI al XX secolo, specchio di un piglio eclettico, insensibile alle mode e alle tendenze di mercato. Tuffato tra le pagine dei cataloghi d'asta, Ricci ha comperato soltanto ciò che gli piaceva davvero, tra vanitas barocche e statuine crisoelefantine Déco, antiche Madonne in cera e pitture naïf, modellini di monumenti (il Duomo di Milano) e perfino alcuni denti di narvalo in stile Wunderkammer.

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Tavolo di gusto francese, con i piedi a zoccolo caprino: proviene dalla residenza ducale del Casino dei Boschi, sulle colline di Parma, e risale alla seconda metà del XVIII secolo; sul piano, uno stipo secentesco. Il tappeto è un Karabagh di fine Ottocento, dal Tefaf di Maastricht.
Davide Lovatti

Arredi d’antan e, sulla mensola, sculture barocche dei Padri della Chiesa.
Davide Lovatti

Le Quattro Stagioni in pietra.
Davide Lovatti

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Busti neoclassici con, al centro, quello raffigurante il duca di Wellington, di Sir Francis Chantrey.
Davide Lovatti

Sulla scala, litografie con i numeri di Erté, 1968.
Davide Lovatti

La meraviglia esplode infine all'esterno, poiché intorno al compound si snoda il celeberrimo Labirinto della Masone, il più vasto del pianeta, realizzazione magistrale esito di sei lunghi anni di lavoro. Duecentomila piante di bambù di una ventina di specie differenti disegnano il dedalo verde dei record, che si dipana in tracciati di tre chilometri. È la concretizzazione di un sogno antico: «Il labirinto rappresenta per me l'allegoria degli strani e tortuosi percorsi della vita umana. E se nella mitologia greca diventa la prigione del mostruoso Minotauro, qui mostra solo il suo aspetto benevolo, con tutto l'incanto di un giardino lussureggiante».

Nella camera lilla, letto a baldacchino con corona in tessuto. Il comodino effetto trompe-l’œil è del veneziano Livio De Marchi. A muro, incisioni della serie Suite de Vases, di E. A. Petitot, poliedrico artista francese alla corte dei Borbone di Parma. Gli stencil che decorano le pareti sono firmati da Maddalena Afan de Rivera.
Davide Lovatti
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