"L’Ultima Cena dopo Leonardo" in mostra alle Stelline di Milano

A pochi metri da Santa Maria delle Grazie, dove l’originale sfoggia la sua carica evergreen, il Cenacolo è reinterpretato in una grande esposizione internazionale che testimonia la contemporaneità dell’artista geniale.

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Courtesy photo

Nella foto in apertura: MASBEDO, Madame Pinin, 2017, Video monocanale.

Nicola Samorì, L’Ultima Cena (Interno assoluto), 2019, olio e zolfo su rame.
Courtesy the Artist and Fondazione Stelline, Milano

1494-1497: per volere di Ludovico il Moro. Leonardo da Vinci dipinge a Milano su una parete del refettorio del convento di Santa Maria delle Grazie l’episodio più drammatico del Vangelo. Cristo è al centro di una mensa con gli apostoli ai lati. Immobile fulcro del convivio, ha appena dichiarato che uno di loro lo tradirà e i commensali, ritratti in gruppi di tre, esprimono stupore, scandalo, timore, commozione. La scena si muove con tensione emotiva. E diventa indimenticabile. Nonostante la sua intrinseca fragilità – Leonardo trattò il muro come una tavola, con una tecnica mista di olio e tempera – l’opera resiste al tempo, tra intemperie e indicibili maltrattamenti, mantenendo un magnetismo evergreen. Che ammalia nei secoli, fino al nostro. Cosa produce quest’icona ancora oggi nello sguardo della contemporaneità? La domanda è il filo rosso della mostra "L’ultima cena dopo Leonardo", che apre oggi al pubblico per proseguire fino al prossimo 30 giugno, alla Fondazione Stelline di Milano. In un luogo simbolicamente a pochi passi dalla sede dell’originale leonardesco, rispondono alla domanda sei firme star del panorama internazionale, ciascuna con una personalissima prospettiva sul Cenacolo vinciano. Il trait d’union: un atto d’amore. Verso di sé e il capolavoro fonte di riflessione. «Anish Kapoor, Robert Longo, Masbedo, Nicola Samorì, Wang Guangyi e Yue Minjun hanno dato la propria interpretazione rispettando profondamente l’opera di Leonardo, senza mai tradire se stessi. E questo è un grande risultato. Agli artisti non interessa mostrare bellezza, ma qualcosa che colpisca lo stomaco. I centri espositivi sono luoghi dove raccogliere semi pronti a germogliare», dice il curatore, Demetrio Paparoni. Alle Stelline: missione compiuta con The Last Supper del cinese Wang Guangyi, mai esposta in Occidente, un video calamita di Masbedo, opere espressamente realizzate da Robert Longo, Nicola Samorì e da Yue Minjun, un omaggio di Anish Kapoor.


Wang Guangyi, The Last Supper (New Religion), 2011, oil on canvas, 400 x 1600.
Courtesy the Artist and Fondazione Stelline, Milano.

La presenza più monumentale è The Last Supper di Wang Guangyi: polittico del 2011 formato da otto tele di quattro metri per due. Riprende l’immagine del Cenacolo tratteggiata su fondo nero con colore a olio rosso, molto diluito, che lascia evidenti sgocciolature sulla tela. Ma Pollock e l’action painting non c’entrano nulla. «Metodo e tecnica adottati sono lo strumento per collegare la lettura dell’opera leonardesca a concezioni filosofiche della tradizione cinese», afferma Paparoni. E Wang Guangyi li ha utilizzati come se stesse lavorando a un panorama wide screen: «Da lontano le sagome delle figure umane evocano quelle delle montagne nel paesaggio tradizionale cinese. Avvicinandosi un po’ si riconosce invece il celebre dipinto murale di Leonardo. Avvicinandosi ancora di più si possono individuare tracce di colore che, evocando il gocciolare della pioggia sulla parete di una casa, fanno riferimento a una tecnica di pittura cinese tradizionale, chiamata Wu lou hen”.

Yue Minjun, Digitalized survival, 2019, acrilico su tela, 190 x 346.
Courtesy the Artist and Fondazione Stelline, Milano

Tracce Wu lou hen sono richiamate anche dall’opera di Yue Minjun, Digitalized survival (2019), un’altra partecipazione cinese alla collettiva delle Stelline. Qui la diluizione del colore è tale da lasciare, anche se solo accennate, le sgocciolature tipiche dell’antica tecnica. La scena del Cenacolo si svuota della presenza umana e trasmette un profondo senso di sospensione. Gesù e gli apostoli sono sostituiti da numeri rossi casuali, senza un significato preciso. E anche per questo stranianti. L’assenza dei personaggi amplifica la luce che entra copiosa dalle finestre sullo sfondo. Svuotato, lo scenario si apre a infinite possibilità di azione. E il pensiero vola.

Una dedica ad alto tasso di poesia, rivolta a una figura chiave del contemporaneo, che si è occupata con amore e sapienza del Cenacolo vinciano, è invece il video Madame Pinin (2017), firmato Masbedo (Nicolò Massazza e Iacopo Bedogni). Sul monitor, sorretto da una base in ferro disegnata dai due artisti, scorrono (mute) le immagini delle mani di Pinin Brambilla Barcilon, autrice del restauro dell’Ultima Cena durato 22 anni, dal 1977 and 1999. Per due minuti e 24 secondi, con movimenti lenti e misurati, le sue mani mostrano dettagli del restauro su fotografie del dipinto di Leonardo. E raccontano una meravigliosa storia, senza parole. «È stata un’idea nata in progress. Riprendendo solo le mani, e non il viso, pur bellissimo di Pinin Brambilla Barcilon, emerge l’immaginazione e la dimensione poetica del racconto. Per lo stesso motivo il video è privo di sonoro», dice Nicolò Massazza. Senza musica e parole, in primo piano restano le dita diafane della restauratrice, simbolo di un complesso lavoro di svelamento e interpretazione dell’immagine vinciana. Le maniche bianche del camice. Mani elegantissime, illuminate da gioielli sobri, delicate, di altri tempi, indicano quelle degli apostoli e di Gesù. Una leggera dominante verde, che riprende le vene in trasparenza, toglie attualità al girato, come se si trattasse di un filmato d’epoca. E l’opera, priva di intento documentativo, trasporta in universo magico, intitolato Madame Pinin.

Robert Longo, Untitled (Head of Christ), 2019, carboncino su carta intelaiata, cornice in foglia d’oro, 30 monete di argento.
Courtesy the Artist and Galleria Mazzoli (particolare).

Si è concentrato invece sul volto di Cristo, Robert Longo, che lo ha ripreso dall’ultimo restauro e lo ha disegnato in una scala maggiore rispetto all’originale con carboncini di diverse tonalità di nero. Nella sua opera Untitled (Head of Christ), utilizzando una carta da archivio – con una grana che fa percepire l’immagine come una fotografia – l’artista ha esasperato il chiaroscuro, mettendo così enfasi sulle crepe che percorrono il volto. E poi ci sono due particolari chiave. Il primo è la parete rossa su cui Longo fa risaltare l’opera, immergendo idealmente il corpo di Cristo nel colore del vino offerto agli apostoli come simbolo del suo sangue. Il secondo dettaglio richiama il tema centrale del Cenacolo: alla base della cornice ricoperta di foglia d’oro che fa da perimetro è appesa una borsa di pelle contenente trenta monete d’argento, il prezzo del tradimento.

Il dialogo simbolico con gli apostoli torna ne L'Ultima Cena (Interno assoluto), di Nicola Samorì. Realizzata nel 2019 a olio e zolfo su una lastra di rame lunga 5,5 metri e alta 3,5 ritrae Gesù che offre letteralmente ai commensali il suo corpo raschiato dal supporto e adagiato sulla tavola. «La pelle pende da un corpo liberato dalle fattezze umane. Scura e raggrinzita racchiude in sé tracce di quelle sembianze, come il lenzuolo che ha avvolto il corpo di Cristo», spiega Paparoni. «Privato della sua carne, Gesù si trasforma in una sagoma di luce: di lui rimane solo il bagliore della lastra di rame che fa da supporto all’intero dipinto e ci trasmette il senso del sacro delle antiche icone».

Anish Kapoor per L’Ultima Cena dopo Leonardo.
Roberto Marossi, courtesy Fondazione Stelline.

La riflessione più metaforica è di Anish Kapoor, che ha selezionato tra i suoi lavori Untitled (del 2015) e Flayed II (del 2016), come le opere più adatte ad essere esposte in questo contesto delle Stelline. «Inserite in una mostra dedicata all’Ultima Cena si lasciano percepire come una prefigurazione della passione e del sacrificio che da lì a poco si sarebbe consumato», afferma Paparoni. «Nel prefigurare la Passione e il sacrificio Flayed II dà immagine a un bagno di sangue che impregna come una sindone l’intera tovaglia, Untitled diviene invece una visione macroscopica di una ferita. Nel ricordare le caratteristiche del lavoro di Leonardo, Kapoor evidenzia l’importanza che per il maestro fiorentino hanno avuto lo studio delle vesti e del panneggio, panneggio che purtroppo nel dipinto di Santa Maria delle Grazie è andato in gran parte perduto. Kapoor vede nella stoffa l’equivalente della pelle. Se si guarda alle pieghe della carne che riconosciamo in queste opere di Kapoor come a un panneggio possiamo capire cosa egli intenda nel considerare la stoffa il leggero velo che separa la superficie del corpo dalla sua realtà di carne e sangue».

Metafore, poesia, trasfigurazioni. La mostra ideata e realizzata dalla Fondazione Stelline accompagna con i suoi protagonisti in un percorso avvincente e stimolante, che rivela quanto il Cenacolo lasci ancora spazio alla ricerca dei misteri e dei significati racchiusi nel dipinto. L’Ultima Cena ha fatto un salto di secoli e Leonardo, attraverso lo sguardo dei contemporanei – in questo 2019 che celebra i 500 anni dalla sua scomparsa – si conferma modernissimo.

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