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Se hai dei gusti molto difficili in fatto di cibo non sei esigente ma superdotato

Gusto notevole e curiosità gourmand cronica? Vedi alla voce papille gustative sensibili (e sviluppatissime).

Vi sarà capitato di andare a cena fuori con gli amici e scontrarvi con i gusti di tutti: a uno non piace la carne, uno detesta i formaggi quindi guai a mangiare un pezzo di parmigiano davanti a lui, l’altra non mangia verdure verdi (seriamente?!) e via evitando. Ma anche noi possiamo essere quelli difficili: alzi la mano chi accetta senza problemi pietanze con i peperoni o con i broccoli. Il cibo è da sempre uno dei primi accentratori di comunità e al tempo stesso uno dei maggiori terreni di scontro e divisione intorno al tavolino, portando persino a reazioni estreme (piatti volanti? Voilà le cinéma!).

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Però, e qui scatta la curiosità, come mai alcuni cibi che da bambini evitavate come le rimanenze di magazzino low cost ora vi solleticano il palato come il più prezioso dei gioielli vintage? Una spiegazione scientifica c’è e sta tutta nell’evoluzione del gusto. Se puoi allenare l’orecchio ad ascoltare e comprendere il jazz, puoi fare un bel training alle tue papille gustative per portarle ad apprezzare anche la cicoria più amara del tuo amato mercato (bio, claro).

Si può procedere per gradi, ci vuole del tempo, quindi prendetevelo tutto. Non vi stiamo dicendo di cominciare a mangiare un cibo che detestate solo per principio; ma se avete la curiosità verso nuovi sapori, questa può essere una chiave interessante.

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Il segreto per imparare a mangiare diversamente (taaac! La verità è questa!) sta nel modificare lentamente la percezione del gusto, composto dai cinque sapori che avvertiamo: dolce, salato, aspro, amaro e umami (quel delizioso saporino indescrivibile che abbiamo mutuato dai giapponesi). Siamo biologicamente programmati per amare F-O-L-L-E-M-E-N-T-E i cibi più dolci, mentre tendiamo ad evitare l’amaro che in natura è l’indice principale di tossicità di un alimento. Eppure è fondamentale per disintossicare e depurare il nostro fegato, tanto che le diete detox delle star spopolano. I beveroni detox e l’onnipresenza del kale o del cetriolo hanno fatto svoltare molte persone verso un nuovo apprezzamento del sapore amaro, che è assolutamente delizioso. Perché privarcene? Bisogna imparare, ce lo chiede la scienza.

La formazione del gusto avviene prima della nascita. Sin da dentro i pancioni materni impariamo ad apprezzare o detestare un sapore, perché quello che mangia o evita la nostra mom-to-be viaggia fino a noi coi suoi profumi e variazioni di gusto: il fatto che a mammina piaccia l’aglio può renderci più tolleranti verso questo sapore da adulti, mentre i figli delle donne incinte che consumano molte carote apprezzeranno questo sapore più di ogni altro, come hanno dimostrato gli studi pubblicati dal National Center For Biotechnology Information degli Stati Uniti.

Le preferenze e i gusti si sviluppano a partire dai due anni di età, quando cominciano i primi rifiuti. Permettetemi una digressione personale da ex carnivora: per me la mortadella è stata un incubo infantile. Potevo raggiungere immense vette di reazione isterica se solo ne sentivo l’odore, il che accadeva di frequente dato che in famiglia piaceva a tre su quattro. A ventitré anni, complice la pizza bianca con la mortadella tagliata a fettine sottilissime e la voglia di abbattere l’ostinazione al gusto, sono arrivata a capire perché invece quell’insaccato meritasse le mie attenzioni. (Poi a 28 anni sono diventata vegetariana ma non divaghiamo).

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Se per voi è ancora ostico mangiare i cavolfiori, apprezzare un formaggio erborinato o dare fondo al portafoglio per le migliori ostriche a disposizione, sappiate che si può imparare a mangiare diversamente, esattamente come si impara ad eliminare lo zucchero nel caffè per apprezzare il “vero” sapore di questo nettare perfetto.

I trucchetti per imparare ad apprezzare il cibo che non amiamo sono molto facili e provengono da uno studio pubblicato su ScienceDirect, che ha analizzato i comportamenti dei bambini nei confronti del disliked food. Sono gli stessi piccoli accorgimenti che probabilmente hanno usato le nostre mamme per convincerci a mangiare FINALMENTE quella porzione di spinaci che non volevamo ingerire (nonostante Braccio di Ferro). Stando alla ricerca, ci vogliono circa 10-15 “esposizioni” al cibo per riconvertire le papille.

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Puoi cominciare tagliando a pezzettini piccolissimi il cibo, in modo che tu non lo riconosca per quello che è, oppure puoi renderlo una crema per mascherarne la consistenza sgradita. Una candida vellutata di cavolfiore servita in un bel piatto da portata sarà ben più appetibile delle cimette bollite da ospedale (altrimenti puoi provare lo smoothie fashion). Abbellite le vostre pietanze, coccolatevi e curiosate.

Un altro trucco efficace è consumare questo nuovo cibo prima di un altro che ti piace particolarmente: lasciare quello “buono” come gratificazione ti aiuta ad associare il gusto più difficile a quello gradito. Se nella tua schiscetta perfetta dopo i fagiolini all’agro ti aspetta l’ultimo boccone di succulenta quiche, la vivrai sicuramente meglio.

La chiave definitiva però è puntare sulla qualità del cibo che mangi: scegli solo il cibo migliore. Vedrai che anche la peperonata più pesante diventerà un piacere digestivo (forse…).

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