«Sono contraria a una dieta vegana per i bambini»

Una madre, che fatica ad abbandonare i cappelletti, ci spiega perché non sarebbe contenta che suo figlio seguisse il veganesimo.

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Come molti altri onnivori, accarezzo spesso l’idea di diventare vegetariana e mi è capitato di immaginarmi vegana. Ho ancora qualche problema ad abbandonare i cappelletti in brodo di mia madre, ma mi pare ci siano ottime ragioni per sbarazzarsi della carne e dei derivati di origine animale. Possiamo vivere anche senza fiorentina, spaghetti alle vongole o pizza margherita se questa è la soluzione per un pianeta più sostenibile.

Mi è simpatica anche la dodicenne americana Genesis Butler, dell’organizzazione Million Dollar Vegan, che ha chiesto a Papa Francesco, uno degli ambientalisti più autorevoli del momento, di diventare vegano in cambio di un milione di dollari. Perché se è vero, come è vero, che nei luoghi dove si decidono le sorti del mondo valiamo come consumatori e non come persone, allora combattiamole, le nostre battaglie: lungo le corsie dei supermercati, nei forni e dentro i frigoriferi. Non riesco neanche a prendermela troppo con i fondamentalisti veg, quelli che se sei carnivoro ti trattano da cannibale. Perché le nostre società sono davvero piene di fondamentalismi e gli anti-veg, con i loro proclami per salvare le salsicce, non sono meno fastidiosi.

Snobbare il veganesimo per via di certi suoi emissari e non considerare invece che il problema è l’integralismo in generale significa, credo, perdere la visione d’insieme. Sì, un giorno potrei diventare vegana anch’io. Così, d’un tratto, come quando ho smesso di fumare. Ma perché far diventare vegani i nostri bambini addirittura dallo svezzamento? Questo fatico ad accettarlo e ho provato a capire perché.

Rispetto alla questione nutrizionale, “per colpa” di una bravissima pediatra che puntualmente risolve i miei problemi (i miei, non quelli di mio figlio, i pediatri servono sempre di più a questo perché i genitori hanno più bisogno di essere seguiti dei loro figli), ho interiorizzato il concetto che la varietà è una delle risposte più efficaci ai dubbi su cosa sia sano e cosa no. Varietà di marchi, provenienze, filiere e tipologie di cibo. Più si spazia e si differenzia, più si eviteranno rischi di carenze nutrizionali, accumuli di sostanze nocive, sensibilizzazioni. I bambini piccoli quando mangiano seguono istinti tutti loro, e di fronte a una vellutata di lenticchie perentoriamente rifiutata, una scaglia di parmigiano risulta il miglior ansiolitico per la madre terrorizzata che resti a corto di proteine.

La vita da adulti è un labirinto di scelte. Fateci caso, se ne fanno a manciate, ogni giorno. Si potrebbe dire che scegliere è il nostro mestiere. La dieta vegana è una di queste necessarie prese di posizione. Ma perché imporla a chi ancora deve crescere e non ha iniziato a scegliere? Perché una conversione green del mondo non può prevedere il compromesso di qualche mucca da mungere, qualche uovo da fare in padella, del miele da mettere sul pane, un’“oasi nella crescita”, per citare una famosa marca di biscotti per l’infanzia, in cui è lecito dare ai bambini un po’ di tutto, lasciandoli liberi di sperimentare?

La nostra dieta è ormai sempre più “senza”. Ordiniamo insalatone mediterranee senza mozzarella e senza tonno ma con le olive però solo se sono verdi. Negli asili e nelle scuole aumentano le diete speciali per i nostri figli celiaci o intolleranti. E piano piano si perde il valore del cibo come bene da condividere, denominatore comune, capace di renderci uguali nelle differenze. Mi immagino Leonardo da Vinci dipingere l’Ultima Cena ai nostri tempi, con Gesù che spezza il pane per i suoi discepoli, ma siccome non è gluten free e a loro fa male, finisce per mangiarlo solo lui. Quanto al Pranzo di Babette e ai commensali uniti dall’estasi del cibo, i nostri figli cruelty free non potranno mai capirli, né capire il film, per via di quel brodo di tartaruga e tutto il resto, ed è un dispiacere. Quindi mi chiedo. A parte chi ha veri problemi di salute a cui badare, è più importante che un bambino si preoccupi di quello che sta mangiando o si goda il come? Una fetta di pane e salame rubata al buffet dei grandi e divorata sotto il tavolo con il migliore amico è una trasgressione imperdonabile o necessaria a crescere come animale sociale? Una festa di compleanno veramente gloriosa è quella in cui tutti si leccano le dita pucciate nella torta di panna e fragole o quella in cui il bimbo sostenibile che presidia il suo piattino privo di derivati animali si aggira chiedendosi che sapore abbia l’altra parte del mondo, quella sbagliata? Magari ci sarà un tempo neanche troppo lontano in cui la stragrande maggioranza delle torte verrà preparata con crema di anacardi. Ma nel frattempo, non vale la pena che tutti i bambini si godano insieme la stessa crema pasticcera?

Secondo illuminati pedagogisti, noi genitori non facciamo altro che sgombrare la strada dei nostri figli dagli ostacoli. Poi, siccome non siamo in grado di eliminarli tutti, quando ne incontrano uno vanno in tilt, con inquietanti conseguenze. Stiamo generando una società
incapace di assorbire le tranvate.

Stando così le cose, quel che credo sia importante insegnare alle nuove generazioni non è: sbarazzati del problema. Ma: cerca una soluzione. Non: togli di mezzo. Ma: aggiungi, integra, media. Mi chiedo quindi se sia bene trasmettere a bambini che crescono e si fanno domande che i problemi di sostenibilità degli allevamenti e di gestione crudele della vita degli animali si risolvano eliminando gli animali dai processi produttivi. Se non dovremmo essere in grado, noi esseri umani intelligenti ed evoluti, di sistemare le cose in modo che tutte le creature vivano in una dimensione di misurata interconnessione e garbato sfruttamento. Forse non sono ancora diventata vegana perché non saprei convincere mio figlio che l’eliminazione così radicale del problema sia la soluzione. E non, invece, il frutto di un nostro imbarazzante fallimento.

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